La Villa di Poppea

Veniamo dunque a questa splendida Villa.

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Ne avevo sentito parlare da Philippe Daverio in una trasmissione di Passepartout di qualche anno fa, e la sua narrazione (lo dico qui nel senso letterale del termine, non in quello usato ed abusato più di recente nel linguaggio politico) mi ha colpito, oltre che per l’usuale competenza, soprattutto per la dettagliata descrizione degli ambienti e soprattutto dei suoi impareggiabili decori.

Anzitutto è utile precisare che questa splendida villa è la più vasta residenza suburbana finora conosciuta; il suo nome deriva dal ritrovamento di un “bollo” su di un vaso che riporta il nome di Poppea, di qui l’attribuzione a Poppea Sabina, seconda moglie di Nerone. Tuttavia a quei tempi il nome Poppea era molto in uso, quindi è possibile che l’attribuzione sia del tutto arbitraria.

Il fatto certo è che per le dimensioni, il decoro, la qualità dei manufatti, tutto lascia pensare ad una struttura di altissimo pregio e valore, per cui se non era di proprietà diretta dell’imperatore o della ristretta cerchia dei suoi familiari, sicuramente doveva appartenere ad un personaggio di altissimo rango e di grandi risorse economiche.

La Villa era parte di un piccolo centro urbanizzato (Oplontis), che dipendeva amministrativamente dalla città di Pompei. Questo centro abitato, un vero suburbio urbano, era dotato di strade, di abitazioni e probabilmente anche di alcuni edifici pubblici, fatto testimoniato dalla scoperta di altre strutture ritrovate nel comune di Torre Annunziata.

Di certo è che la Villa di Poppea costituisce il manufatto di maggiori dimensioni e di più grande bellezza, oltre ad essere quello pervenuto a noi nelle migliori condizioni. Peraltro solo una parte di essa è stata riportata alla luce, in quanto una porzione del complesso giace, ancora interrata, sotto costruzioni ed edifici viciniori.

Tuttavia la maestosità della Villa appare immediatamente già dal terrapieno prospiciente e dominante sugli scavi, che permette una vista complessiva della monumentalità della costruzione (almeno quella finora rinvenuta. La struttura è articolata secondo le caratteristiche tradizionali delle altre “villae”, ma, come detto, la dimensione e l’apparato decorativo ne fanno una struttura di spendente unicità.

E la “dimensione” artistica di questa villa, sicuramente destinata all’ “otium” (in altre parole a ritemprare corpo e spirito) dei suoi proprietari, si vede subito, prima ancora di entrare nell’atrio della costruzione. Già dall’esterno le pareti appaiono affrescate con delicati motivi nastriformi e disegni di finte finestre, il pavimento a mosaico, i tetti completati dai resti di antefisse.

E poi si giunge nell’atrio, grande, magnifico, immaginifico nella sua decorazione. Infatti l’atrio che è di tipo tuscanico (cioè senza colonne), riporta, splendidamente conservati, gli affreschi originali che, in una sorta di “trompe d’oeil” ante litteram, riproducono colonne disegnate prospetticamente su tutti i lati e che offrono, quindi, una immagine dell’ambiente, già grande di per sé, ulteriormente ingrandito dalla finzione prospettica. Gli affreschi sono poi completati da una serie di finte porte, festoni, decori di vario genere, che completano e arricchiscono lo sguardo di insieme.

Senza trasformarmi in una guida turistica di terz’ordine e senza sostituirmi a ciò che voi potrete vedere con i vostri occhi durante una visita (che vi esorto a fare), voglio invece sottolineare alcuni caratteri che mi sono sembrati stupefacenti e di grande interesse.

Tutti gli ambienti sono meravigliosamente affrescati, seppure con modalità differenti. Più semplici e modesti quelli presenti nelle zone di passaggio o nelle zone di servizio; ricchi abbondanti, “preziosi” quelli destinati ad uso conviviale o di uso “pubblico”; deliziosi e di stupefacente bellezza quelli privati o individuali come i “cubicola”.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAFinte colonne arricchite da disegni di ghirlande e pietre preziose, oggetti di decorazione domestica, scudi, candelabri, maschere, animali di ogni tipo e genere, cesti di frutta di una precisione estrema e di dettaglio accuratissimo.

Affascina il cesto di frutta poggiato su un tavolino e coperto da un velo sottile e trasparente, magistralmente dipinto; impressiona il cesto di fichi dipinto con il realismo assoluto di una natura morta; commuove la precisione estrema con la quale sono dipinti piccoli uccelli intenti a beccare il cibo, o l’incredibile precisione della coda del pavone.

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Insomma una qualità descrittiva straordinaria e insieme una preziosità didascalica del disegno e una precisione infinita dei dettagli. Questi caratteri, però, non sono mai disgiunti da un gusto pittorico e da una idea del colore che indicano, a mio parere, una estrema, alta, elevata sensibilità artistica. Ed anche, ci ritornerò dopo, un gusto artistico assai elevato.

Una decorazione strepitosa, giunta a noi quasi immutata, proprio grazie alla riscoperta in tempi assai recenti della villa e, insieme, al fatto che la coltre di detriti e di terra accumulata su di essa ha preservato per tanto tempo la scoperta degli affreschi e ce li ha restituiti oggi, quasi intatti.

Non diversamente da questi, probabilmente, si presentavano gli affreschi delle case pompeiane quando furono scoperti circa duecento anni fa, prima che il tempo e il degrado naturale, oltre che il debole, inefficace o addirittura inesistente e comunque inconsistente intervento conservativo dell’uomo li riducessero allo stato attuale.

Ma per tornare agli affreschi della villa, questi (ed anche quelli ammirati nelle altre “villae” romane delle quali vi ho raccontato) presuppongono alcune questioni non secondarie che cercherò assai brevemente di affrontare.

La prima è costituita dalla committenza. L’esistenza di un patrimonio così ampio, esteso e qualitativamente alto presuppone certamente una capacità economica, ma anche un livello di apprezzamento del gusto e della qualità dell’intervento. Anzi, oserei dire, dato il livello diffuso (all’epoca) di grandi spazi pubblici (giardini, terme, templi, ecc.), tutti ben tenuti e adeguatamente ornati, la raffinatezza dell’opera in ambienti “privati” (come la villa in questione, non può prescindere dalla esistenza di un gusto estremamente raffinato da parte dei committenti.

La seconda è l’artista, o meglio gli artisti. Infatti la qualità del disegno, la consapevolezza del colore, la raffinatezza dei singoli particolari, la precisione delle singole parti dell’opera di questo piccolo miracolo di estetica, presuppongono una sensibilità artistica elevata e una capacità di “gestione” del segno e del colore estremamente evoluta e qualificata. Una dimensione artistica matura e compiuta.

Il terzo punto, e con questo concludo, è relativo ai tempi dell’arte, nel senso che, dopo aver ammirato questi affreschi, mi sono ancora una volta di più convinto che il modo tradizionale di guardare l’opera d’arte (cioè una evoluzione temporale del segno e del gusto), è totalmente sbagliata. Lo conferma proprio la assoluta “maturità” della qualità artistica e pittorica che ho potuto leggere sui muri di Villa Poppea.

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