Onirico 4

Proseguiamo con i sogni.

Cammino, nella notte. Non è una notte buia, ma sicuramente è illuminata prevalentemente dalla luce naturale della luna (che tuttavia nel sogno non compare). Cammino su un terreno abbastanza liscio, potrebbe essere una strada, anzi comincio a delinearne le forme: è un molo. Mentre proseguo nel cammino la struttura su cui cammino si definisce sempre meglio, adesso sono consapevole che si tratta di un pontile, lungo che si protende verso il mare. Spuntano dei pali di legno che potrebbero essere le sommità di alcune scale; mi avvicino e guardo verso il basso. Purtroppo non si tratta di scale, ma di semplici pali che sorreggono il pontile e scendono verticalmente verso l’acqua, senza punti di appoggio, senza pioli. E il mare è molto più in basso, sempre più in basso, sembra quasi allontanarsi progressivamente sotto il mio sguardo!

Sono di nuovo sveglio.

Ho sognato che mia moglie faceva il bucato. Nel senso che preparava la lavatrice e stendeva i panni. Per due volte di seguito. Quando mi sono svegliato ho visto che lo aveva fatto per davvero.

Vedo una testa piccola, non tanto piccola, riesco a distinguere non solo i contorni, ma anche gli occhi, la bocca, i caratteri somatici del volto; e il volto cambia: ora ha le caratteristiche di un guerriero zulu, ora le fattezze di un mohicano, ora quelle di un esquimese, ora i tratti di un europeo (settentrionale per la precisione, carnagione bianca, occhi chiari). Adesso è diventato il volto di una donna, capelli corti, neri, sembra quasi Valentina disegnata da Crepax. Sono di nuovo sveglio.

Altro sogno. Anzitutto la durata. Lunghissimo, almeno questa è la sensazione che ne ho avuto. Dovevo scrivere un racconto sulla mozzarella di bufala campana; argomento sul quale ero ben documentato. Infatti dovevo rielaborare e riaggregare una serie di testi e di scritti già preparati in precedenza. Un gran lavoro di raccordo dei testi, di informazioni e di notizie; il tutto aveva come scenario degli spazi (non posso parlare di luoghi perché non distinguevo né spazi aperti, ma nemmeno locali definiti e chiusi), tutti di un biancore chiarissimo al limite dell’evanescente. Ho svolto il mio lavoro con impegno e determinazione. Il fatto è che mentre lo svolgevo ero assolutamente consapevole del fatto di non avere nessuna conoscenza dell’argomento; sapevo di non avere alcuno dei documenti sui quali lavoravo, conoscevo la materia (la mozzarella) soltanto per il fatto di averla mangiata e gustata, ma non avevo svolto nessun lavoro di ricerca sull’argomento. Eppure, nonostante questa mia consapevolezza che avevo nel sogno, continuavo a lavorare e a scrivere, a cercare documenti e ad elaborare un testo. E tutto questo è durato a lungo, fino al mio risveglio.

Di nuovo un sogno lungo. Benchè non sia stato un sogno angosciante, mi sono svegliato, prestissimo, e molto agitato. Ma andiamo con ordine.

Dovevo andare a Bari, e quindi ho preso il treno, di buon’ora. Per essere precisi era ancora buio, faceva freddo ed c’era anche un po’ di nebbia. C’era gente alla stazione, sia alla partenza che all’arrivo. Nel sogno riuscivo a sbrigare rapidamente le mie incombenze e poi di nuovo, a passo sostenuto, quasi di corsa, sono andato a riprendere il treno per rientrare a casa. Ricordo vividamente che quando ho preso il treno del ritorno, era ancora buio, la nebbia si era addensata ulteriormente, l’orologio (non ho letto l’ora precisa), ma indicava un orario che mi ha fatto pensare che non erano passate neppure due ore dal momento in cui ero partito. Un altro vivido ricordo è il mio abbigliamento: indossavo un vestito, giacca e cravatta, un cappotto leggero ed una sciarpa; sicuramente avevo in mano una borsa e camminavo trafelato sul marciapiede della stazione.

Ricordo inoltre il momento dell’arrivo, o meglio quando, poco prima dell’arrivo in stazione, ci siamo trovati sul treno, davanti alla porta di uscita. C’erano alcune donne che hanno cominciato una discussione su chi dovesse scendere per prima; ho conservato l’impressione di una discussione tesa, ma non violenta, alla fine hanno trovato un accordo tra loro e si sono scambiate anche sorrisi di circostanza.

In questo frangente, a me, che ero in disparte, è caduto un accendino, di quelli che si usavano un tempo, non in plastica, ma di metallo, quegli accendini rettangolari, pesanti, tipo “Zippo” per intenderci; mi è sfuggito di mano, è caduto per terra, si è infilato nella intercapedine del predellino della porta ed è scivolato, attraverso una ampia fessura, fuori dal treno che stava per entrare in stazione.

All’arrivo, il treno era lungo, la carrozza su cui viaggiavamo si è fermata all’altezza della massicciata, prima di arrivare al marciapiede; la discesa delle signore che erano intorno a me è stata aiutata da alcuni ferrovieri (erano tre o quattro addirittura), mentre io sono saltato a terra e, seguendo le indicazioni di un altro ferroviere, sono giunto fino al marciapiede. E poi mi sono svegliato.

Tre notti di seguito, tre sogni diversi che si sono succeduti. Il primo assai semplice e breve. Mia moglie torna da fare la spesa con una serie di cartocci acquistati in negozio. Io ne apro uno particolarmente voluminoso. Dentro l’involto, accuratamente allineate, tante fette di salame, sembra ungherese, ma le fette sono più grandi e larghe di quelle di un salame ungherese.

Nel secondo sogno vivo una specie di trasferimento temporale e di localizzazione. Scompaio da un luogo non precisato e non ben definito, per comparire istantaneamente in un altro luogo. In verità anche questo indefinito. Ma ciò che mi procura disagio non è l’indefinizione dei luoghi, bensì il fatto di scomparire e ricomparire istantaneamente. Insomma è più il fattore del tempo, che non quello del luogo a lasciarmi basito.

Il terzo sogno è molto più ricco ed articolato.

Sono in un luogo con strane ed esotiche costruzioni, templi e un grande corso d’acqua. E’ Bangkok. Ci ritorno dopo molti anni. Anzi so con esattezza di esserci stato negli anni sessanta e so anche che lì svolgevo una attività che era in parte quella della spia e in parte quella dell’ hippie. Ci torno e sono insieme alla mia famiglia, una strana e numerosa famiglia; tutti i componenti sono vestiti con abiti locali tradizionali e soggiorniamo in un elegante e grande albergo, il cui ingresso mi ricorda quello di un albergo di Valencia dove ho soggiornato.

Tuttavia so con precisione di essere a Bangkok. Questa famiglia è anche proprietaria di una grande casa, piena di mobili raffinati, tutti di legno lavorato a mano, in uno stile che mi ricorda il liberty. Nel sogno c’è anche un losco individuo, piuttosto anziano, a capo di una gang.

Io guardo la scena da uno di questi mobili, dall’alto di una credenza con vetri nella quale mi sono infilato. Gli uomini della gang sono armati di strani fucili mitragliatori, piatti e di metallo chiaro. Lateralmente ai fucili ci sono dei pulsanti colorati.

Hanno rapito un uomo, lo tengono prigioniero; il clima sembra tranquillo, ma poi lo uccidono e si impossessano del suo tesoro. Il tesoro è dentro una cassetta per i pesci. Dentro questa cassetta c’è una triglia, con un coltello infilato di traverso nel corpo. Però non sanguina. Il capo della gang, afferra il pesce, lo taglia (ancora una volta senza spargimento di sangue), e ne estrae un grosso anello d’oro con un grande diamante. Io me ne impossesso, senza che nessuno se ne accorga e lo metto in bocca. L’anello di disfa lentamente e progressivamente nella mia bocca; è buono, ha un bel sapore di cioccolata fondente e si disfa molto lentamente nella mia bocca, permettendomi di gustarne a lungo il sapore.

Rientro nell’appartamento ammobiliato (attraverso la credenza a vetri, al cui interno scivolo, come se il mio corpo fosse piatto), e incontro due donne. Di una so che è mia cugina, non conosco quali rapporti di parentela ho con l’altra donna. Mia cugina è sdraiata su un letto che sembra quasi un triclinio, l’altra donna è in piedi e gira per la casa. Chiacchieriamo amabilmente, poi la donna in piedi si allontana per andare a prendere il necessario per depilarmi.

Ed intanto è giunto il momento di ripartire.

Mi ritrovo davanti all’ingresso dell’albergo; c’è un grosso autobus che ci attende. Siamo tutti lì, la famiglia al completo, questa volta vestiti in abiti normali. Io, per il mio precedente lavoro di spia, sono sul marciapiede opposto, i capelli lunghi, un giaccone in pelle sformato e un grande cappello in testa, che mi nasconde agli altri, che mi cercano e mi chiamano.

Io non voglio partire. E chiedo di restare lì. Guardo una serie di cartine, complicate; sono una sull’altra: una della metropolitana, una con le strade, una con i percorsi degli autobus, ed altre e altre ancora delle quali non capisco il significato.

Mi sono svegliato.

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