25 ottobre 2014 (1a parte)

Non avendo potuto partecipare alla manifestazione romana della CGIL, ho seguito la spettacolare e riuscita manifestazione attraverso i diversi mezzi mediatici oggi così fortemente in voga: televisione, diretta straming, facebook e twitter.

Normalmente rifuggo dall’usare simili strumenti per affrontare tematiche “sensibili” ed importanti come quelle del lavoro, dell’economa, della società. Utilizzo facebook soprattutto per rapidi scambi di battute, “non sense”, rapidi saluti; tutt’al più per condividere messaggi che mi paiono particolarmente importanti e interessanti. Questa volta, (ahimè), mi sono lasciato trascinare in un vortice polemico in direzioni diverse: da una parte quanti seguono l’attuale capo del governo come acquiescenti e succubi codini delle politiche vessatorie sue e dei suoi ispiratori originali (gli oligarchi del mondo politico, economico e finanziario del nostro paese), dall’altra quanti insistono sugli errori e sulle mancanze del sindacato nella sua recente attività e mettono l’accento su questi aspetti, piuttosto che sulle strategie e sulle iniziative che oggi ed in questa fase specifica esso intende perseguire.

Insomma, alla fine mi sono preso una avvelenata.

Siccome lo strumento utilizzato (facebook), è molto limitante e non permette una illustrazione piana e sufficientemente ampia delle ragioni che ciascuno intende esprimere, ed anche per la personale valutazione dello strumento, che non mi pare il massimo della trasparenza e della limpidezza, tenterò in queste brevi note di indicare i punti fondamentali del mio pensare e del mio agire di oggi.

Cercherò di farlo con chiarezza. Quindi alcune affermazioni appariranno ad alcuni troppo nette ed assertive; mi dispiace per loro, ma io sono e continuo ad essere “fazioso e partigiano”. E cercherò, ove possibile, di inserire anche un pizzico di ironia, per rendere più leggero lo scritto.

Cominciamo dai fatti.

La Cgil, dopo anni di atteggiamenti acquiescenti, se non addirittura complici, delle scelte politiche compiute dai governi che si sono succeduti nel nostro paese, diversi per composizione, ma ugualmente coerenti in una progressiva deriva liberista, è riuscita a portare in piazza oltre un milione di lavoratori veri, lavoratori in carne ed ossa o di persone che tentano (e disperatamente tentano), di entrare nel mercato del lavoro. E questo è un fatto di straordinaria importanza e di grande valenza politica.

Lo è perché lo ha fatto centrando un punto rivendicativo decisivo: il lavoro. Quello che c’è: attaccato, aggredito, assaltato dalle logiche liberiste del padronato e, allo stato attuale, dalle cosiddette “riforme” del capo del partito-nazione guidato da Renzi. E quello che non c’è: fatto di precariato, di partite iva, di disoccupati, di giovani inoccupati o destinati all’emigrazione.

E su questo punto è riuscito a fare unità ed a rendersi credibile rispetto alle risibili scelte politiche renziane, che puntano subdolamente a mettere i vecchi contro i giovani, i lavoratori contro quelli che un lavoro non ce l’hanno, i “garantiti” (sic !) contro quelli non garantiti.

Politica pericolosissima in una realtà (è importante riflettere su questo), che per la sua estrema frammentazione economica e sociale, mira a far vedere il nemico in quello che siede al tuo fianco, che ha magari uno stipendio un po’ più alto del tuo, che ha un reddito più sicuro, che vive una situazione migliore, o che semplicemente ha un lavoro. Mira cioè ad accelerare i ritmi di una profonda crisi sociale (che si sommerebbe a quella economica in atto) dell’”homo homini lupus”, una crisi dalla deflagrazione insopportabile e insostenibile, nella quale ogni ipotesi “solidale” verrebbe schiacciata ed eliminata a favore di un esasperante e sempre più crescente, individualismo.

La manifestazione e la piattaforma rivendicativa della Cgil inverte questo concetto, stabilendo una solidarietà sostanziale e non solo formale, tra anime e realtà diverse; unifica bisogni, domande, esigenze, richieste e rivendicazioni. Come ha scritto Norma Rangieri sul Manifesto di oggi, domenica: “(…) una manifestazione sindacale, di ragazze e di nonni, di studenti e di precari, di lavoratori e di militanti, di lavoratori e di partite iva che ha invaso gioiosamente, pacificamente le strade romane.”

Il risultato non era dato per scontato e meno ancora il raggiungimento dell’obbiettivo non può essere dato per scontato. Ma in questo io vedo una forza grande e una aspettativa che deve essere perseguita con una articolazione ampia e diffusa, estesa ed articolata, secondo specificità e particolarità, sorretta da persone reali che ogni giorno, con le politiche dissennate dei “capitani coraggiosi”, con i finanzieri imbelli di casa nostra, con una strategia politica incapace, pagano sulla propria pelle le loro scelte economiche sbagliate.

E proprio perché il risultato della mobilitazione non era scontato, il valore che ne deriva risulta importante. Così pure, ovviamente, le responsabilità che esso determina rispetto alle scelte, alle strategie, alle ulteriori iniziative, che il sindacato dovrà saper gestire e organizzare, nonchè alle aspettative che ha suscitato e ai risultati che dovrà saper raggiungere con questa e con le ulteriori iniziative da mettere in campo.

E ribadisco sia sul lato economico-rivendicativo che sotto l’aspetto sociale, perché una realtà frantumata e divisa è la base sociale oltre che della perdita della necessaria solidarietà, anche la premessa per avventure e derive pericolosissime per la società, per la connessione stessa di un paese.

Vale tutto ciò a far dimenticare errori, dubbi, imprecisioni, ritardi e quanto altro vogliate aggiungere a cominciare dalla incapacità di includere forze importanti ai margini dell’economia, del lavoro e della società (precari, ecc.), per finire alla difesa dei diritti acquisiti di quanti si sono visti stravolgere l’aspettativa di pensionamento nel corso degli ultimi anni ?

Ovviamente no. E lo dico io che sono stato “toccato” (è un eufemismo, ovviamente) profondamente dalla “riforma” delle pensioni ed ho visto quindi (come tanti altri) procrastinare i tempi del mio pensionamento. Lo dico io che vivo pesantemente le conseguenze di quelle scelte governative cui il sindacato non ha saputo trovare adeguate risposte; per non parlare degli esodati e di tanti altri che si trovano nelle medesime condizioni.

Un governo etero diretto, che si muove nelle anguste logiche dettate dall’imperio dei gruppi monopolistici e del capitale finanziario dominante e che con “patti leonini”, impone regole diverse e nuove, disconoscendo accordi e leggi preesistenti. Certo che non posso essere tenero nei confronti di chi ha sottaciuto o ha pensato che quello fosse l’ultimo dei regali da offrire ai “dominatori” della economia e della realtà.

Tuttavia credo che sia del tutto sbagliato affrontare una discussione in termini di mera disamina degli errori altrui, e non piuttosto mettersi rapidamente all’opera, senza rinnegare peraltro distinguo, differenze e divisioni, per cercare tutti i terreni utili, tutti gli spazi possibili, tutte le occasioni presenti ed affrontare su punti che riteniamo tutti fondamentali e ridimenti, la possibilità non solo di un dialogo, ma anche di una azione convergente che parta anche da letture diverse, ma che vede nel “qui ed ora” il giusto confronto da combattere e realizzare. Pena il nostro (inteso come di tutti) comune naufragare.

Pensavo di farla più breve, ma evidentemente mi sono lasciato trasportare e lo scritto mi ha preso la mano.

(1 – continua)

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