25 ottobre 2014 (2a parte)

Veniamo ora all’altro aspetto: l’obbiettivo da cogliere, il nemico da battere.

Tanto più ritengo necessaria una convergenza tra forze diverse, delle quali è utile continuare a tenere distinte realtà, scopi, forze ed organizzazioni (più o meno strutturate che siano), in quanto il disegno strategico dell’avversario (e non ho tema di definirlo in tale guisa), è forte (nel senso che raccoglie ampi consensi), è pesante, e punta alla assoluta dispersione e al totale asservimento di ogni e qualsivoglia forza alternativa (supposta o realmente tale).

Mi riferisco, senza infingimento alcuno, alle strategie e alle proposte e alle iniziative legislative e non, dell’attuale governo a guida renziana.

Asservito il partito, complici l’insipienza e gli errori altrui, secondo le logiche del “partito della nazione” (questa mi pare la migliore definizione che ne si possa dare, con tutte le pesanti implicazioni concettuali che da una simile definizione ne scaturiscono), Renzi ora tenta mi porre una pietra tombale su ogni possibile reminiscenza di pluralismo, di democrazia, di civiltà.

Il suo attacco è esplicito e diretto: intende colpire chi possa, seppur larvatamente, costituire un ostacolo ad una progressiva deriva liberista ed antidemocratica, fondata sulle ragioni di pochi (oligarchi) detentori della ricchezza economica e finanziaria di questo paese.

A ciò mira il progressivo svuotamento del ruolo del parlamento (che pure ovviamente ha le sue responsabilità e colpe) attraverso l’abolizione del senato e soprattutto il ricorso costante al voto di fiducia, ma soprattutto con il suo personalissimo comportamento che pone l’annuncio prima della realizzazione, anzi, ancor prima di una qualsiasi discussione e decisione democratica (si potrebbe anche togliere l’aggettivo “democratica”).

E non voglio mica passare come difensore del parlamentarismo italiano che, in questi anni a dato prova di una sostanziale incapacità ad affrontare questioni di valenza economica, sociale e civile. Mi limito solo a sottolineare l’aspetto fortemente antidemocratico della strategia e della politica portata avanti da Renzi, che taluni valutano simpaticamente e assai modernamente (uso spregiudicato dei diversi strumenti messi a disposizione dalla informazione mediatica), ma che invece è già essa (la comunicazione), utilizzata a fini propriamente antidemocratici e (oserei dire) contro istituzionali.

Le battute, i lazzi semiseri su questo o quell’argomento, le improvvisazioni, le anticipazioni propagandistiche, sono già al loro interno, sono già per se stesse uno strumento fortemente antidemocratico, volte a suscitare un consenso plebiscitario e non una approvazione (seppur semplicemente maggioritaria) di una proposta.

Per non parlare poi delle prebende e degli interventi a mo’ di regalie che si susseguono a regolare distanza: prima gli ottanta euro, poi il trattamento di fine rapporto in busta paga, ora il buono per i figli. E’ la logica stessa di questi interventi che li invera quali assolutamente contrari non al progresso, quanto al semplice mantenimento di quegli elementi di solidarietà sociale e di giustizia economica di cui parlavo prima.

E’ letteralmente una barbarie dare ottanta euro per un figlio, senza pensare a costruire asili nido per gli stessi, a meno che (non faccio l’ingenuo), dietro si nasconda l’obbiettivo di ridurre ancora una volta e anche per questa via, lo spazio del “pubblico” a favore di una gestione (in questo caso della scuola) sempre più privatistica, e quindi elitaria ed escludente.

C’era una canzone di Matteo Salvatore, cantautore, originario di Apricena, che faceva pressappoco così: “Per una figlia tremila lire, per un figlio cinquemila lire. Se lo chiamavi Benito, doppio premio e favorito”.

Possibile che i tanti, alla leopolda e fuori, non si rendano di quanto è grave e drammatico per il nostro futuro un disegno ed una operatività di questo genere ?

In verità sembrano non rendersi conto di aspetti anche più gravi se è vero, come è vero, che passa sotto silenzio l’affermazione di un finanziere finanziatore (tal Davide Serra), che afferma candidamente che bisogna ulteriormente ridurre gli spazi di confronto democratico riducendo ulteriormente il diritto di sciopero.

Sono tutte frasi, affermazioni, logiche, che ci conducono verso una sola, unica e perturbante ipotesi e cioè quella di una realtà soggiacente all’imperio del capitale finanziario, ipotizzato da una ideologia liberista, all’interno di una cornice sostanzialmente (e cioè realmente) antidemocratica.

L’assurdità del progetto, è che esso trova ormai ragioni di contrasto all’interno stesso dei teorizzatori (e dei suoi operatori terreni) di campo liberista.

Mi spiego. Il concetto di “austerità espansiva” che sottende le scelte in campo economico di Renzi e dei suoi consiglieri economici, è una teoria sviluppata da alcuni economisti (in primis Rehinart e Rogof) e da essi stessi messa ormai in discussione, a fronte di una crisi generale dell’economia definita come “grande contrazione” (in opposizione ad una ipotesi di recessione che potrebbe invece sottendere più efficacemente azioni improntate a politiche di austerità).

Non bastassero le voci che da più parti ormai si levano a sostenere che una politica di mera austerità non serve ed è anzi controproducente in questa situazione (economisti di varia fama, compresi alcuni nobel), un recente studio dell’FMI (nostro avversario dichiarato), comincia ad avanzare affermazioni di questo genere, vedendo i risultati assai scarsi raggiunti laddove queste logiche sono state da loro stessi imposte.

E invece noi ci precipitiamo verso questo immenso baratro, facendo affidamento su scelte (legge di stabilità di prossima discussione) diametralmente opposte a quelle che dovremmo realizzare (e cioè investimenti, tutela del lavoro, politiche economiche espansive), facendo finta, come fa il capo del governo in carica, con vuote e fumose affermazioni (che altro non sono che il frutto di una politica parolaia ed evanescente) di fare la “guerra” all’europa ? Solo “chiacchiere e distintivo” verrebbe da dire !

E così quest’uomo cerca e trova consenso in un uditorio che sembra aver perso speranza in tutto (anche nella logica, purtroppo) e di ritrovarla nella funzione autoproclamatoria dello stesso quale risolutore dei problemi del paese, quale rappresentante di sessanta milioni di italiani. Ci sarebbe da ridere, se si trattasse di “Pasquale” (citazione da uno sketch di Totò) e non di noi.

In un commento su face book ho letto una nuova parola d’ordine che sembra una battuta televisiva (ma ormai, purtroppo, c’è grande confusione tra politica e istrionismo): “sviluppo auto propulsivo”. Questo slogan sbandierato come grande acquisizione concettuale per proporre lo sviluppo del mezzogiorno !

Fa tremare i polsi una affermazione di questo genere. Uno slogan dalla logica perversa e contraddittoria, prima ancora che come principio economico, come concetto in sé, come affermazione, come logica dell’ oggetto pensato.

Ma ora basta, altrimenti la faccio davvero troppo lunga. Spero di poter continuare questo ragionamento in sede operativa e concreta, fornendo un contributo alle necessarie iniziative di lotta che bisognerà intraprendere nell’immediato futuro.

Io lavorerò cercando di unire e di far convergere forze anche diverse, ma con l’obbiettivo vero di migliorare la condizione “comune”.

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Una risposta a 25 ottobre 2014 (2a parte)

  1. Arcangelo ha detto:

    Lo hai dichiarato in patenza: “sei partigiano” e “fazioso”! Bene lo sono anch’io. Avevo dato fiducia a Renzi e al suo entourage “illudendomi” che se la base discuteva fra se e se, ai vertici ci fosse davvero una maggiore conoscenza e, quindi, capacità di scegliere per il bene comune di tutti.
    E quindi due riflessioni veloci: i nostri vertici, scelti(?) dalla base alla fine hanno optato per il il bene che è nemico del meglio e per il meno peggio è nemico bene.
    Sono pronto alla lotta Michele, senza infingimenti e senza padroni.

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