Ferdinandopoli

Di ritorno da uno dei tanti viaggi nella capitale, mi è capitato di visitare il Complesso monumentale di S.Leucio, alla periferia di Caserta, a suo tempo chiamata Ferdinandopoli.

Ho già avuto modo di spiegare la mia posizione circa una riscoperta e rivalutazione acritica dei Borbone (vedi https://michelecasa.wordpress.com/2014/09/20/neo-meridionalismo/), quindi non ripeterò qui quelle argomentazione, né il racconto che mi accingo a scrivere deve apparire come una contraddizione di quanto ragionato nello scritto citato.

Con questa necessaria premessa, devo dirvi che la visita al Complesso è stata assai interessante sotto diversi aspetti e quindi sollecito chi fosse interessato anche ad uno solo degli argomenti che tratterò di fare un salto a conoscere questo assai particolare “monumento”.

Già la sola definizione di “Complesso” lascia intravedere qualcosa di multiforme. Si tratta infatti di una iniziativa intrapresa da Ferdinando IV di Borbone agli inizi del ‘700, per realizzare un intervento che fosse al contempo di edilizia residenziale e insediamento produttivo da sviluppare intorno ad una delle residenze reali.  Al contempo intendeva anche essere un originale esperimento in campo sociale.

Difatti, intorno ad una preesistente abitazione nobiliare, successivamente entrata in possesso dei Borbone e destinata a sede per attività di caccia, il re diede inizio alla realizzazione di un vero e proprio borgo abitato, realizzato con criteri urbanistici assai interessanti. Infatti, ai piedi della abitazione reale, fece costruire, con simmetrica geometria, una serie di abitazioni in fabbricati “a schiera”, completati da una scuola, una chiesa ed altri edifici pubblici.

Le abitazioni erano destinate agli operai del setificio che il re medesimo fece realizzare a ridosso della propria abitazione. Per quell’epoca sia lo stabilimento produttivo, sia la realizzazione delle strutture abitative, costituivano di per sé un esperimento assai avanzato. Infatti la struttura per la lavorazione del prezioso tessuto era improntato a quanto di più evoluto e moderno, per l’epoca, si potesse immaginare; era organizzato con una logica d’avanguardia nella organizzazione produttiva e nella struttura produttiva stessa, con macchine che costituivano una assoluta novità per l’epoca e secondo criteri organizzativi di notevole efficienza. Non solo la fabbrica ebbe subito un notevole successo, ma i suoi tessuti diventarono presto uno “status symbol” dell’epoca e si diffusero rapidamente nelle corti e nei palazzi nobiliari di tutta europa e del mondo, procurando altresì utili non indifferenti.

Valga la nota che la produzione di seta di S.Leucio perdurò in mano ai Borboni fino all’unità d’Italia, quando la fabbrica passo in mani private, sempre presso la medesima struttura. La produzione rimase attiva fino quasi ai nostri giorni, seppure in locali diversi, ma  immediatamente vicini all’attuale Complesso monumentale, prima di trasferirsi in ambienti più consoni ai ritmi e ai processi produttivi “moderni”, basati sul “decentramento produttivo” e sullo sfruttamento individuale del “lavoro a domicilio”. Tuttavia la produzione di S.Leucio rimane famosa nel mondo, tanto da essere ancora oggi utilizzata per l’arredamento di ambienti di grande rappresentanza (il Quirinale, il Vaticano e addirittura la Casa Bianca).

L’abitazione del re, circondata da bellissimi giardini, ricchi di essenze e di alberi profumati (arance, limoni, ecc.), è per decoro ed arredi, di qualità assai eccellente. Stanze ben arredate e magnificamente affrescate (prevalgono raffinati “trompe-l’oeil”), si susseguono l’una alle altre. Primeggia il “bagno” della regina, una vasta sala con una vasca da bagno in marmo di Mondragone (quello grigio per capirci) che equivale ad una piccola piscina fornita di acqua calda, la stessa usata per far “girare” le macchine della filatura; magnifici, anche se molto rovinati, gli affreschi. Molto interessante anche la camera da letto del re, con un soffitto affrescato dalle tonalità cangianti secondo i diversi riflessi di luce.

Il setificio è stato pazientemente ricostruito così come organizzato in età borbonica, con le grandi macchine per le diverse fasi di lavorazione della seta e i grandi telai per la lavorazione dei tessuti e dei damascati. Interessante il fatto che molte delle macchine funzionavano ad acqua, quindi riducendo la fatica dell’uomo, e che i telai sono disposti (come allora), in un grande sala. Insomma i prodromi della organizzazione produttiva della fabbrica industriale, che prevedeva le diverse e successive fasi della lavorazione, organizzate secondo criteri di efficienza e produttività. Una sorta di “catena di montaggio” ante litteram.

Interessante è anche il fatto che esiste ancora la ciminiera dalla quale fuoriuscivano i fumi delle lavorazioni, a breve distanza, ma separata dalla costruzione e, ovviamente, dall’abitazione reale.

Dicevo dell’esperimento sociale. Re Ferdinando, oltre a costruire le abitazioni per gli operai, la chiesa e gli uffici pubblici, forni il borgo di uno statuto autonomo (lo Statuto Leuciano, appunto, del 1789), che stabiliva parità fra i sessi, obbligo scolastico dall’età di sei anni, criteri di meritocrazia tra i lavoratori; furono inoltre stabilite indennità per anziani e invalidi, tipologia di vestiario (tutti uguali), e altre norme finalizzate ad ottimizzare economia e produttività oltre che ad assicurare stabilità sociale.

Un progetto assai interessante, ispirato e dettato da contenuti fortemente connotati dalle spinte illuminate e illuministiche dei tempi. Difatti, questo “esperimento sociale”, ebbe vita assai breve, sopravanzato dagli eventi che videro la duplice fuga dei borboni da Napoli nel ‘99 e poi con l’arrivo dei napoleonidi.  Al suo ritorno, il re continuò l’attività produttiva, ma la privò della sperimentazione sociale e dello statuto precedentemente emanato, utilizzando una organizzazione lavorativa e produttiva ispirata alla cosiddetta “rivoluzione industriale”.

Peraltro è utile da parte mia sottolineare la sostanziale diversità di questa esperienza rispetto a quella di New Lanark, in Scozia (che ho visitato nel 2004). Anche lì si trattava di dare vita ad una esperienza produttiva autonoma ed alternativa rispetto ai metodi di produzione e alle condizioni di lavoro imperanti in quel periodo (siamo sempre sul finire del ‘700). Ma in quel caso sia Dale (il primo ad avviarne la realizzazione), che Owen (che ne fu il principale ispiratore e teorizzatore), avevano come obbiettivo una società fra pari, ispirata ai principi del socialismo (quello che sarà poi definito “utopistico”) e con una visione “comunitaria” molto marcata.

Per la cronaca, seppure con alterne vicende, il cotonificio di New Lanark, continuò ad operare anch’esso (con forme diverse di gestione) fin quasi ai giorni nostri (1968), prima di subire una rapida fase di declino, l’abbandono, il recupero, la ristrutturazione e infine diventare, al pari di Ferdinandopoli, sito definito dall’Unesco, patrimonio dell’umanità.

Nonostante dunque, le notevoli differenze relative ai criteri ispiratori, alle pratiche di lavorazione e di organizzazione del lavoro, la visita del Complesso monumentale di S.Leucio, mi pare assolutamente interessante e significativa per la conoscenza del territorio e della storia di una comunità nazionale e meridionale in particolare.

Una visita interessante dal punto di vista artistico e monumentale, dal punto di vista di un insediamento di “archeologia industriale”, e dal punto di vista della conoscenza di una specifica realtà sociale.

Un programma di visita multiforme e ricco che credo possa suscitare interessi molteplici, seppure concentrato in un unico specifico luogo; e questo, a mio parere, ne aumenta l’interesse e il fascino. Ve lo consiglio !

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