Arte contemporanea (1a parte)

La capisco poco, forse solo per questo ne diffido. Siccome non posso pensare che la mia diffidenza nasca solo dall’ignoranza, ho cominciato a scavare intorno a questa questione. E ho scoperto di non essere solo.

Comincia, infatti, ad emergere anche tra i critici una osservazione circa l’arte contemporanea, come bluff; una espressione artistica determinata più dal circuito commerciale, che non da quello fruizionale.

Ma procediamo con ordine. Il panorama dell’arte contemporanea è assai ampio. Da quando Duchamp ha rovesciato l’orinatoio facendolo diventare una “fontana”, di tempo ne è trascorso, e non certamente invano. Non intendo infatti passare sotto il rullo compressore di una critica dettata dalla mera ignoranza, artisti come Andy Warhol, Lucio Fontana, Roman Opalka, Alighiero Boetti, Joseph Beuys, Jasper Johns, Jeff Koons, Damien Hirst, Marina Abramović, Shrin Neshat e molti altri.

Tuttavia rimane un sottile e sotterraneo dubbio di fronte a questo tipo di performance, il dubbio cioè che l’artista si voglia sottrarre ad un giudizio estetico.

Ad accentuare il dubbio è la dimensione del mercato dell’arte contemporanea che ha raggiunto livelli incredibili da un lato; dall’altro l’accettazione da parte dei ceti dominanti di questo tipo di arte.

Ho letto che un finanziere (tal Francesco Micheli, persona a me sconosciuta), ha definito l’arte contemporanea “Una macchina colossale in grado di determinare valutazioni iperboliche anche per artisti che si affacciano per la prima volta al mercato”. Questo concetto lo ha scritto nella prefazione ad un libro che “intende dimostrare che oggi un quadro può essere meglio dell’oro e del mattone, e che è possibile fare acquisti soddisfacenti e redditizi anche solo con qualche migliaio di euro. Il settore è in forte crescita e registra un aumento costante degli appassionati: fiere, cataloghi online, aste televisive e sul web, forum specializzati, gallerie sono sempre più frequentati, e chi investe ha anche interessanti vantaggi fiscali.” (Claudio Borghi Aquilini, Investire nell’arte, Sperling & Kupfer, 2013).

Dunque un concetto di arte totalmente sussunto alle logiche del capitale e del profitto e non già all’obbiettivo di una sua fruizione anche solo elitaria, men che meno ad una conoscenza collettiva e/o ad una diffusione popolare e di massa.

Del resto, gli stessi artisti si muovono in questo panorama, come vere e proprie star mediatiche, oggetto di una oligarchia globale, disposta a spendere ingenti capitali, pur di possedere opere che rappresentano un vero e proprio status symbol. Gli artisti sono il centro di un sistema, di una complessa macchina con precise strategie di marketing che si articola intorno ad una alleanza di interessi tra case d’asta, critici d’arte, direttori di musei, fondi di investimento specializzati nel settore, riviste e collezionisti (per la gran parte miliardari), grandi gallerie ormai simili a multinazionali dell’arte (ovviamente soprattutto americane, luoghi in cui con facilità una singola opera schizza oltre il milione di dollari).

E’ consistente in me il dubbio che sia questa macchina complessa a determinare il successo delle opere e degli artisti, e non già il valore delle opere in sé.

Ho letto recentemente (Valeria Graziano su “il manifesto” del 5 novembre), che il mercato dell’arte contemporanea costituisce “l’economia più forte del mondo”; nel citato scritto è riportata una valutazione dell’ArtPrice Report del 2013, secondo cui “il mercato dell’arte contemporanea ha raddoppiato il suo valore negli anni 2007-2008 e, dopo la crisi finanziaria si è ripreso a tempi di record, raggiungendo i 2.046 miliardi di dollari nel 2013, il 40 % in più rispetto all’anno precedente”. Il tutto solo considerando le aste, al netto delle transazioni private, gli introiti dei musei, biennali, festival e mostre itineranti.

Che qualcosa non funzioni, diventa palese se un critico come Francesco Bonami, uno fra i protagonisti di questo sistema,  “ha annunciato di lavorare a un libro che sin nel titolo parlerà della fine dell’arte contemporanea”. O che Massimo De Carlo, presidente dei galleristi italiani, denunci che le grandi case d’asta, con mezzi spropositati a disposizione, stanno mangiando il mercato.

Ed è di quest’anno la pubblicazione da parte di Angelo Crespi di un volume dal titolo: “Ars attak. Il bluff del contemporaneo” (Johan & Levi, 2013).

Nella presentazione del libro, sul sito della casa editrice si legge il seguente commento: “Calzini sporchi, palloni gonfiabili, squali in formaldeide, asini tassidermizzati, e poi sassi gettati per terra, tanta pornografia e molta coprofilia. Dissacrazione, nonsense, divertimento inutile sembrano le nuove categorie dell’arte contemporanea, in cui solo il mercato definisce il valore di un’opera, e ogni giudizio estetico è bandito. Oggi niente ha più senso se non il marchio di fabbrica dell’artista che genera, al di là del risultato, arte come il melo fa le mele, obbedendo al cieco verbo della produzione e del guadagno, mentre i musei del contemporaneo, vuoti esoscheletri senza contenuti, certificano i prezzi di questi nuovi “titoli spazzatura”.

Sicuramente Angelo Crespi è un critico “di destra”, e sicuramente è un conservatore (se non qualcosa di peggio). Ma non mi pare “rivoluzionaria”, o comunque antagonista al “sistema” prima descritto l’affermazione che ritrovo in Francesco Poli: “Così è l’arte, che non ha bisogno di essere capita e nemmeno di essere comprensibile” (Francesco Poli, “Non ci capisco niente. Arte contemporanea, Istruzioni per l’uso”, Electa, 2014).

E se l’orinatoio di Duchamp suscita in me una positiva reazione, ed una comprensione del senso “paradossale” che l’artista vuole esprimere con la specifica opera, peraltro in un contesto (correva l’anno 1917) di evidente rottura, al pari di altre forme artistiche che si sviluppavano in quegli anni; se apprezzo quantomeno dal punto di vista del piacere formale, la “diversa” ripetizione dell’immagine di Marylin da parte di Andy Warhol; non altrettanto posso dire della ossessiva ricorrenza in ogni opera di Paul McCarty, della presenza di un divaricatore anale solitariamente esposto o posto nelle mani di Babbo Natale.

Sarà forse per la mia fanciullesca formazione cattolica e piccolo borghese (ma non credo), certo che non la comprendo; meglio non riesco a comprendere, questo il concetto di fondo, quale significato, quale messaggio l’opera, la creazione artistica voglia esprimere, o, ancor più semplicemente, cosa voglia esprimere.

E certamente non sono uno che ama le semplificazioni. Mi fanno sorridere le opere del realismo sovietico (comunque non tutte da disprezzare semplicisticamente), o gli “immediati” messaggi che vengono lanciati dai dipinti di ispirazione maoista. Mi intriga il dadaismo, il futurismo, i moderni e so pure che un quadro come la “Primavera” di Botticelli contiene una serie di messaggi diversi, molti dei quali non sono immediatamente intellegibili, ma presuppongono conoscenze filosofiche, teologiche, persino ideologiche.

Tuttavia, insisto, queste opere trasmettono qualcosa, un concetto, una realtà, una dimensione. Contribuiscono ad uno “scambio” culturale tra l’autore dell’opera e colui che la guarda, che le fruisce, anche se originariamente realizzata per committenti individuali o per il piacere di ristretti gruppi sociali (le corti nobiliari di un tempo o persino gli ordini religiosi e conventuali).

(1 – continua)

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