Arte contemporanea (2a parte)

Mi rendo conto che a questo punto, risulta utile un ragionamento, sull’arte e le sue forme.  Ma sarebbe un discorso lungo e complicato, al quale peraltro non sono preparato e che ci porterebbe comunque fuori dall’oggetto specifico del ragionamento che ho avviato in questo scritto.

Quanto lontano ci porterebbe ? Basti pensare che Diderot, nel preparare la sua “Encyclopedie” (nel 1751), ne fece addirittura precedere la pubblicazione dalla trattazione dell’articolo specifico “Art”; che questo scritto specifico venne definito da alcuni “troppo ragionato e metafisico”; che a queste obiezioni rispose d’Alembert (il coautore dell’Encyclopedie) in “Discours preliminaire” affermando: “Come fosse possibile che fosse altrimenti. Ogni articolo che riguarda un termine astratto e generale non può essere ben trattato senza risalire a principi filosofici”.

“Astratto, metafisico, il termine arte indubbiamente lo è, se preso al singolare, come fa Diderot, contrariamente all’idea che sta alla base del titolo stesso dell’ Encyclopedie ovvero “Dictionnaire raisonnè des scinces, des artes et des metiers”. L’interesse dell’articolo sta proprio in questa apparente contraddizione, o meglio nella necessità che ha spinto Diderot ad aggiungere, nel corpo dell’opera, all’ immensa collezione degli articoli di cui egli è in parte autore, e che descrivono le diverse arti, liberali e meccaniche, un articolo in cui la nozione astratta di arte è oggetto di un lungo trattamento filosofico”. Questo lungo brano è una acuta osservazione contenuta nella voce “Arti” della Enciclopedia (Einaudi, 1977, pag. 895).

E data questa contraddizione (e questa indubbia complessità), gli autori della Enciclopedia Einaudi hanno scelto di trattare il tema affrontando il termine “Arti”, e non “Arte” al singolare. E ne hanno affidato la stesura (guarda caso) proprio ad un altro francese, Hubert Damish, filosofo, specializzato in Estetica e Storia dell’arte.  (cit, pagg. 868 – 922).

La trattazione dell’argomento “Arti” proposto da Damish è di indubbio interesse, spaziando dalla analisi dei rapporti sociali all’interno del villaggio, fino alla’analisi marxista della produzione, e alle successive contro-deduzioni che portano ad un concetto di arti come pluralità di espressioni e di forme. Ridicolo sarebbe tentarne qui una sintesi e peraltro fuorviante rispetto allo scritto medesimo. Voglio solo riportare una affermazione che risulta forse generica, ma (forse) per ciò stesso molto convincente: “L’arte appare come una modalità specifica del trattamento del reale per mezzo dell’ordine simbolico” (cit. pag. 918).

Per sfuggire (in conseguenza dei limiti della mia conoscenza) a queste complesse contraddizioni, da un lato rimando chi volesse approfondire l’argomento alle citate pubblicazioni, dall’altro riprendo la definizione che dell’ “Arte” propone Wikipedia. “L’arte, nel suo significato più ampio, comprende ogni attività umana – svolta singolarmente o collettivamente – che porta a forme creative di espressione estetica, poggiando su accorgimenti tecnici, abilità innate o acquisite e norme comportamentali derivanti dallo studio e dall’esperienza. Nella sua accezione odierna, l’arte è strettamente connessa alla capacità di trasmettere emozioni e “messaggi” soggettivi. Tuttavia non esiste un unico linguaggio artistico e neppure un unico codice inequivocabile di interpretazione. Nel suo significato più sublime, l’arte è l’espressione estetica dell’interiorità umana. Rispecchia le opinioni dell’artista nell’ambito sociale, morale, culturale, etico o religioso del suo periodo storico. (…). L’arte può essere considerata anche una professione di antica tradizione svolta nell’osservanza di alcuni canoni codificati nel tempo. In questo senso, le professioni artigianali – quelle cioè che afferiscono all’artigianato – discendono spesso dal Medioevo, quando si svilupparono attività specializzate e gli esercenti arti e mestieri vennero riuniti nelle corporazioni. Ogni arte aveva una propria tradizione, i cui concetti fondamentali venivano racchiusi nella regola dell’arte, cui ogni artiere doveva conformarsi.” (http://it.wikipedia.org/wiki/Arte).

Sempre utilizzando la stessa fonte, mi interessa però riprendere il ragionamento circa l’arte contemporanea. Interessante è che la definizione è una “non definizione”, è dettata cioè più da un criterio di “ciò che non è”, piuttosto che da “ciò che è”: “Il termine arte contemporanea si riferisce di regola, incontestata, a tutte le forme di arte iconografica dal periodo post-impressionista ai giorni nostri. L’uso, erroneo, dell’aggettivo generico “contemporanea” per definire l’arte dei nostri giorni è dovuto anche alla mancanza di una scuola artistica dominante o distinta riconosciuta da artisti, storici dell’arte e critici. L’arte creata o rappresentata dalla fine del modernismo è alcune volte chiamata arte postmoderna, tuttavia postmodernismo si può riferire sia al contesto storico che all’approccio estetico utilizzato; per di più molti lavori di artisti contemporanei non presentano quegli elementi chiave che caratterizzano l’estetica postmoderna, l’aggettivo “contemporanea” può quindi essere preferito perché più inclusivo.” (http://it.wikipedia.org/wiki/Arte_contemporanea).

Ma ancora più interessante è ciò che viene riportato a proposito delle “Tendenze nell’arte contemporanea”, e cioè che: “Forse l’aspetto che definisce meglio l’arte contemporanea è la difficoltà di definirla criticamente. (…). L’arte contemporanea non va confusa con i lavori dell’arte moderna (…). Il filosofo e critico d’arte Arthur Danto ha asserito[1] che il modernismo (inteso come storia dell’arte stessa) è arrivato alla sua fine con la realizzazione delle scatole Brillo di Andy Warhol, le quali hanno funzionato come arte stessa nonostante fossero altamente distinguibili dalla loro controparti della realtà. Queste sculture quindi hanno segnato la fine tra oggetti d’arte e oggetti non artistici. Si tratta di un fenomeno che ha avuto nello studio e nella ricerca su sé stesso parte importante della sua realtà. Lo studio degli strumenti artistici spesso innovativi e l’uso degli stessi senza altro fine hanno caratterizzato molta parte di ciò che possiamo definire arte contemporanea. Quest’ultimo aspetto va sostanzialmente ricondotto all’influenza ancora presente, in parte dell’attuale sistema dell’arte, della filosofia postduchampiana secondo la quale ogni oggetto può diventare arte. Di qui il fiorire di ricerche artistiche basate su una continua sperimentazione ed utilizzo di materiali nuovi e delle installazioni. Questo tipo di ricerca a volte esasperata della novità, in un sistema di mercato controllato, in gran parte, da pochi gruppi finanziari a livello globale e caratterizzata spesso dall’assenza di criteri oggettivi per valutare la qualità artistica delle varie espressioni, viene contestata da alcuni critici ed uomini di cultura. Altri, compresi alcuni nuovi gruppi artistici, ne hanno messo in evidenza gli aspetti di degrado culturale, il conformismo e l’assenza di contenuti e poetiche profondi.” (ibidem).

L’ho fatta lunga, ma mi interessava vedere come, anche per questa via, si arrivi al concetto posto all’inizio di questo scritto e cioè della convinzione (tutta mia), che queste forme artistiche siano totalmente sussunte a logiche di profitto, gestito in ultima analisi dal capitale finanziario, e che di artistico hanno poco o punto.

I concetti di “un’arte fine a se stessa”, o che “oltre la tela non c’è niente” (Warhol), mi lasciano scettico e dubbioso, giacchè eliminano proprio la contestualizzazione dell’oggetto, dell’opera d’arte, nella sua forma e nella sua essenza propria. Personalmente ritengo che solo questo possa garantire, pur all’interno di una cultura data, la possibilità di esprimere giudizi (ancorchè assolutamente profani), sul concetto di bello o, se preferite, di “opera d’arte”.

Il dubbio lo inserisce (vorrei dire cinicamente) anche Philippe Daverio in una bellissima puntata di “Passepartout” dell’8 giugno 2008; una puntata tutta dedicata all’arte contemporanea, nella quale presenta, illustra, chiarisce molti aspetti di questa arte e “promuove” opere ed artisti di varie tendenze. Daverio afferma, nel corso della trasmissione: “Questa teoria (riferita alla pratica pittorica) ha il vantaggio di piacere ad una america che entra nella guerra fredda e che teme ovunque la presenza di un pensiero che rischia di essere politico”.

Ecco dunque che l’ideologia del capitale e la pratica del capitale finanziario si fondono, dando origine al distorto, attuale sistema che gira intorno al “mercato” dell’arte contemporanea, anzi che è l’arte contemporanea.

Piccola noticina: il “mercato” dell’arte, soprattutto negli ultimi tempi si regge su una incredibile quantità di “lavoro volontario” (cioè non pagato), estorto a migliaia di giovani con la “promessa di futuro lavoro. Ma questa sarebbe davvero un’altra storia.

Voglio terminare con una frase di Giuseppe Frangi, critico, (persona della quale non condivido tutte le posizioni, particolarmente sull’aspetto proprio del “volontariato”) che afferma, a proposito degli “affari” condotti intorno al segmento specifico dell’arte contemporanea: “In fondo, se la bolla scoppiasse, sarebbe un giusto finale”.

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