“Il sale della terra”

“Il sale della terra” è il titolo di un bellissimo fim uscito di recente nelle sale cinematografiche. Nessuna paura, non intendo mettermi a fare il critico cinematografico, non ne possiedo le qualità e le competenze. Però sarà l’occasione di affrontare, per questa via, alcune questioni cogenti per la politica e la società.

Intanto un breve racconto del film. E’ una narrazione abilmente trattata da Wim Wenders (Tokyo-Ga, Buena Vista Social Club, Pina Baush) e dal figlio di Salgado, Juliano, che trasforma in cinema le immagini fisse della fotografia di Sebastiano Salgado,.

La trama è presto raccontata: il film ripercorre la vita e il lavoro del grande fotografo brasiliano Sebastiano Salgado, raccontando i suoi moltissimi viaggi in luoghi tragicamente devastati dalle guerre (come Ruanda ed Ex-Jugoslavia) oppure fascinosi e quasi inesplorati (Antartide, Amazzonia), dalle opere di impegno sociale, politico e civile (le immagini sono di una devastante, tragica e reale crudeltà), fino al “Progetto Genesis” e cioè la riforestazione di una vasta area (quella della “fazenda” di Salgado), recuperata al degrado con il reimpianto di oltre due milioni di alberi.

Unanime la critica. “Splendido poema visivo” (Variety); “Grande fotografo sociale, per decenni il brasiliano Sebastião Salgado ha mostrato l’umano, nel suo dolore soprattutto. Wenders e il figlio Juliano Ribeiro raccontano lui e la sua opera, dall’inizio in America Latina fino agli orrori del Ruanda e oltre. L’uomo è l’animale più crudele, dice Salgado, ma capace anche di elevarsi al di sopra di se stesso. Da non perdere.” (Roberto Escobar, L’Espresso); “Wenders, dopo il magnifico Pina , dove sperimentava le potenzialità del 3D,” sceglie “ora le immagini piatte, ma dal fortissimo impatto, delle foto di Salgado. (…) il regista tedesco unisce bianco e nero e colore, immagini fisse e riprese dal vero per raccontare la biografia di Salgado e il mondo visto attraverso i suoi occhi. È un mondo spesso preda di barbarie e atrocità (…)” (Roberto Nepoti, La Repubblica); “Un documento più che un documentario, bellissimo (…) Un eccezionale incontro fra foto e cinema, uno sguardo morale, ma non illusorio sul mondo.” (Maurizio Porro, Corriere della Sera).

Marzia Gandolfi sul sito di Mymovies: “(…)un documentario monumentale, che traccia l’itinerario artistico e umano del fotografo brasiliano, (…) un’esperienza estetica esemplare e potente, un’opera sullo splendore del mondo e sull’irragionevolezza umana che rischia di spegnerlo. (…) Sebastião Salgado ha (…) concentrato il mondo in immagini bianche e nere di una semplicità sublime e una sobrietà brutale. Interrogato dallo sguardo fuori campo di Wenders e accompagnato sul campo dal figlio, l’artista si racconta attraverso i reportages che hanno omaggiato la bellezza del pianeta e gli orrori che hanno oltraggiato quella dell’uomo. Fotografo umanista della miseria e della tribolazione umana, Salgado ha raccontato l’avidità di milioni di ricercatori d’oro brasiliani sprofondati nella più grande miniera a cielo aperto del mondo, ha denunciato i genocidi africani, ha immortalato i pozzi di petrolio incendiati in Medio Oriente, ha testimoniato i mestieri e il mondo industriale dismesso, ha perso la fede per gli uomini davanti ai cadaveri accatastati in Rwanda e ‘ricomposti’ nella perfezione formale e compositiva del suo lavoro. Un lavoro scritto con la luce e da ammirare in silenzio.”(http://www.mymovies.it/film/2014/thesaltoftheearth/).

“Da quarant’anni Salgado attraversa i continenti sulle tracce di un’umanità in pieno cambiamento. Dopo aver testimoniato alcuni tra i fatti più sconvolgenti della nostra storia contemporanea – conflitti internazionali, carestie, migrazioni di massa – si lancia adesso alla scoperta di territori inesplorati e grandiosi, per incontrare la fauna e la flora selvagge in un grande progetto fotografico, omaggio alla bellezza del pianeta che abitiamo. La sua vita e il suo lavoro ci vengono rivelati dallo sguardo del figlio Juliano Ribeiro Salgado, che l’ha accompagnato nei suoi ultimi viaggi, e da quello di Wenders, fotografo egli stesso.” (http://www.filmscoop.it/film_al_cinema/ilsaledellaterra.asp).

Infine Arianna Pagliara, sul sito di Cinecritica, che parte dell’ “incontro” tra Wenders e Salgado. “Un incontro, questo, in un certo senso imprescindibile, dovuto: siamo di fronte all’incrociarsi di due sguardi per così dire paralleli e complementari, ed è proprio dall’intima affinità tra l’occhio di Wenders e quello di Salgado che si origina l’estrema empatia con cui il regista descrive e racconta la vita avventurosa e le molte immagini del fotografo. (…) Wenders mette in scena però anche la sua vita familiare,(…). In questo modo si alternano alle fotografie di Salgado immagini d’archivio e interviste, come quella fatta dal nipote al nonno (padre di Sebastião), che racconterà di un’immensa fazenda distrutta dalla siccità, che tuttavia tornerà infine a nuova vita proprio grazie al fotografo. Da un’idea della moglie Lelia nasce infatti il progetto di riforestazione della terra dove Sebastião era cresciuto: viene fondato l’Instituto Terra e ricreata la mata atlantica (la tipica foresta pluviale), piantando circa due milioni di alberi e ricreando così, a partire da zero, un perfetto ecosistema in circa dieci anni. Il film si chiude su questa impresa incredibile e miracolosa con un congedo dolce e beneaugurante, attraverso immagini che esaltano e celebrano simbolicamente la rinascita in un possibile percorso di contrapposizione e riscatto rispetto alla drammaticità e durezza dell’esistere testimoniate dall’opera di Salgado stesso.” (http://www.cinecriticaweb.it/film/il-sale-della-terra).

Ci sarebbe molto da dire sulle implicazioni che suscita questo film: dalla straordinaria distruzione delle del patrimonio ambientale voluto dal capitalismo allo scempio delle risorse umane perpetrate dalle mire del capitalismo finanziario; dalle strategie imperialiste che camminano sulle ossa e sui teschi di tanti popoli, fino alla mirabolante “invenzione” della guerra come soluzione ai problemi di piccole e grandi ambizioni.

Come pure lo si potrebbe tradurre in politica, affrontando i temi del coinvolgimento diretto del nostro paese in conflitti e guerre che altro non avevano se non un evidente pericoloso disegno reazionario (vedi la ex Jugoslavia), ovvero alla distruzione che il nostro territorio rischia con operazioni come il Sblocca Italia o con il coinvolgimento (a livello europeo) nel TTIP.

Ma mi voglio invece soffermare su un aspetto. Proprio quello finale del film, perché propone un tema sul quale continuo a pormi domande. Posta la situazione data, lo sconvolgimento esistente a livello economico, sociale, ambientale, determinato (e non determinatosi) a livello globale che strada prendere ?

A mio parere quella dello sviluppo continua ad essere un obbiettivo sempre più risibile ed inattuale.

Puntare invece alla costruzione di un diverso modello che non ha più il concetto di sviluppo come sua base, ma quello del recupero delle risorse e dell’ambiente. Una riconversione totale della struttura economica e produttiva, facendo venir meno tutte le ragioni dell’attuale meccanismo economico. Il riciclaggio, il recupero, il riordino del territorio sono gli obbiettivi ambiziosi, ma irrinunciabili.

Per raggiungere questo obbiettivo, è necessario cambiare l’ottica di approccio ai modelli, alle situazioni, e di conseguenza, riuscire ad elaborare proposte sostanzialmente diverse da quelle che attualmente conosciamo. Compito non semplice e non facile, ma rispetto al quale non ci sono alternative rispetto agli andamenti attuali di carattere sia economico che sociale (mi pare importante che si riescano ad affrontare insieme sia l’uno che l’altro aspetto).

Il ruolo dello Stato deve sapersi svolgere a sostegno di questi processi, non tornando al ruolo e alle funzioni di “statalizzazione” (desueti e improponibili), ma di sostegno attivo a queste scelte e a questi processi. Reinventare una politica ed una strategia non solo oppositiva, ma realmente alternativa è l’unica condizione possibile per affrontare “in positivo” l’attuale drammatica situazione.

E su questo argomento tenterò di tornare con maggiore organicità.

P.S. = “Il sale della terra” è anche il primo singolo estratto del decimo album di inediti di Ligabue, dal titolo Mondovisione. Il sale, elemento che rende sterile il terreno, è la metafora dell’inaridimento della società e di come noi stessi rendiamo sterile la terra.

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Una risposta a “Il sale della terra”

  1. Vittorio ha detto:

    A Milano si è conclusa recentemente una bellissima mostra fotografica di Salgado. Neirossimi giorni andrò a vedere il film. In questi giorni ci sono le mostre di Van Gogh , Chagall e Segantini. In occasione del’expo sono previsti 7000 eventi culturali. Dovreste venire

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