Sul concetto di “sviluppo”

Philippe Von Parijs, filosofo, economista e giurista belga, conosciuto per la sua proposta di “reddito universale”, affronta criticamente non solo il concetto di “sviluppo”, ma anche quello di “crescita”. Afferma infatti: “(…) sia la sinistra che la destra convengono su un punto: la crescita resta l’unica condizione per dare lavoro. Questa alleanza si è saldata ancora di più negli ultimi anni. Su di essa oggi bisogna esercitare un dubbio sistematico. Rispetto a trent’anni fa il Pil è superiore, ma la disoccupazione è aumentata ancora di più. Sotto la spinta delle istituzioni internazionali, si continua a insistere su un progetto che crea enormi problemi etici e sociali. Bisogna dare più sicurezza sociale a tutti partendo dai bisogni di ciascuno, superando l’idea della crescita a tutti i costi.” (in Roberto Ciccarelli, il Manifesto, 22 ottobre 2014).

Che il concetto di sviluppo sia profondamente in crisi nella sua sostanza (oserei dire nella sua “essenza”) lo provano le fiumane di scritti che si succedono ormai a cadenza continua negli ultimi tempi.

Scritti dai titoli evocativi e perentori come “Bancarotta” (J.E. Stigliz, “Bancarotta”, Einaudi, 2010) di un economista, sempre invitato e corteggiato nei convegni e negli incontri (recente una sua audizione alle Camere), ma mai ascoltato, che ha sempre guardato con occhio critico ai mercati finanziari e ai processi di globalizzazione, premio Nobel per l’economia nel 2001.

Scritti dal nome evocativo ed accattivante come il “Capitale” (Thomas Piketty, “Il Capitale nel XXI secolo”, Bompiani, 2014) che è un attento studio sulla rapacità del sistema capitalistico, una inconfutabile fotografia dei disastri procurati dal capitalismo finanziario e sull’aumento delle diseguaglianze sociali

Cito, per brevità, solo questi due epigoni, tacendo degli altri innumerevoli scritti, studi e saggi sull’argomento. Peraltro tutti portatori di istanze non certo rivoluzionarie, anzi, per la gran parte ascrivibili proprio alle fila del pensiero liberista.

Dunque, è il mio punto di partenza, non è possibile parlare di sviluppo nella situazione attuale. Nè è possibile utilizzare il termine sviluppo in una accezione diversa da quello che presuppone l’immaginario delle popolazioni e delle genti che leggono, in questo termine, una occasione per una condizione che permetta occupazione e lavoro, anche se persino in una sfumata collocazione di tempo determinato o di aleatoria retribuzione (lavoro precario, lavoro nero, ecc.); né, infine, è possibile articolare il concetto di sviluppo  da un punto di vista critico ed analitico, in quanto non solo il termine, ma la sostanza stessa della parola indica la possibilità di accumulazione di risorse (di merci o di capitale), tese da un lato a garantire migliori condizioni di vita, dall’altro l’arricchimento e l’accumulazione (intesa come “produzione di valore e sua appropriazione”) del capitale.

Io penso che sia necessario inventare forme totalmente nuove ed alternative a questo sistema se vogliamo garantire non la crescita, ma semplicemente la sopravvivenza delle future generazioni. E questo non può che essere realizzato ipotizzando sistemi totalmente alternativi di vita e di collaborazione sociale; inventando un modello sostanzialmente diverso, ovviamente sostenibile, nel quale siano “invertiti” i meccanismi di accumulazione, si realizzi cioè qualcosa (non so ancora come di definirlo) che sia dialetticamente e realmente alternativo allo “sviluppo”.

In altri scritti ho riportato gli aspetti teorici e i punti di riferimento (saggi e libri) di questo ragionamento (https://michelecasa.wordpress.com/2014/09/26/oriente-e-occidente/ ; https://michelecasa.wordpress.com/2014/10/02/tra-oriente-e-occidente/) e qui non li ripropongo.

Mi preme invece ribadire alcune coordinate di carattere politico e sociale, che sono la base delle proposte che tenterò tra breve di avanzare.

Oggi più di una generazione vive dei risparmi, del lavoro e del reddito dei propri genitori, se non addirittura dei propri nonni. Al contempo si registra una progressiva senescenza della società, e un aumento drammatico nel numero di anziani non autosufficienti (https://michelecasa.wordpress.com/2014/05/08/gli-antenati/).

Da un altro lato, masse sempre più cospicue di popolazioni premono alle frontiere e nessun muro (vedi il caso della frontiera messicana), nessun mare (mediterraneo, ma non solo), e tanto meno le risibili e demagogiche proposte della Lega (che però fanno preoccupantemente proseliti) potranno fermare questo flusso di affamati che si dirigono qui alla ricerca disperata di sopravvivenza.

Le crisi aziendali, le dismissioni, le aziende che trasferiscono all’estero capitali e/o produzioni sono all’ordine del giorno.

Questa situazione è insostenibile. Sono necessarie politiche economiche e sociali sostanzialmente diverse, che mutino questo segno. Alcune (modeste) proposte.

Anzitutto favorire ed aiutare un flusso che si sta già verificando. Infatti non c’è solo la fuga dei cervelli: c’è anche il “ritorno a casa” di numerose persone che tornano alla terra. Quindi fermare la rapina del territorio, fermare le trivelle, rendere auspicabile il reinsediamento delle popolazioni; potenziare e rinforzare azioni di riforestazione per il riassetto idrogeologico del territorio: non agricoltura estensiva (sul modello israeliano), ma piani e progetti di ordinamento agricolo del territorio. Non sarebbe interessante un recupero dei saperi tra le diverse sponde del mediterraneo finalizzato ad una “efficienza” agricola slegata dalle leggi del mercato e della accumulazione capitalista, ma puntata ad un miglioramento delle disponibilità alimentari delle popolazioni residenti ?

Reintegrare giovani, disoccupati (ivi compresi i migranti), all’interno di un progetto per il recupero dei comuni in progressivo abbandono nelle zone interne del mezzogiorno, attraverso la riscoperta e la messa in rete di attività manuali artigianali e di attività assistenziali (cosa che contribuirebbe e non poco anche ad alleggerire i costi della sanità pubblica e a reificare un sistema produttivo alternativo); il tutto legato ad un recupero di abitazioni e realtà oggi lasciate al degrado e all’abbandono. Azione questa che potrebbe essere collegata anche ad un positivo recupero di risorse turistiche e archeologiche, da non lasciare all’aggressione delle “finanziarie” del turismo (o alle loro “dimenticanze”), ma creando il “museo diffuso” sulla base di interessanti esperienze anche nazionali.

Una salda politica industriale tesa al recupero delle energie, del riciclo e delle fonti rinnovabili, reinvestendo con decisione in ristrutturazioni aziendali, (perché no anche attraverso cooperative dei lavoratori delle fabbriche e delle aziende dismesse), impedendo quindi la scomparsa di impianti industriali ormai decotti, inquinanti e portatori di rischi incalcolabili per la salute umana e per l’ambiente.

Nei centri urbani recuperare il patrimonio urbanistico ed edilizio esistente, bloccare ogni forma di intervento speculativo sulle aree, anzi bloccare nuove realizzazioni e definire invece piani di riordino e di ristrutturazione (con costi calmierati e controllati), vista la situazione che i recenti dati Istat hanno evidenziato di una assoluta sovrabbondanza di abitazioni e di vani, rispetto al fabbisogno dei residenti.

Politiche di recupero del territorio, altro che Sblocca italia o TTIP, che costituiscono l’ennesimo, improvvido regalo a speculatori e operatori del capitale finanziario.

In tutto questo il ruolo dello stato diventa centrale (qui davvero) soggetto di riforme: non statalizzazione, ma sostegno a queste politiche, alternative agli intrallazzi, agli sprechi e alle scelte dissennate di aggressione al territorio e alle comunità sociali.

Non mi dilungo, se non per accennarlo solo, alla istituzione di un salario europeo da corrispondere a tutti i cittadini della UE. Da più parti è stato proposto anche indicando, con competenza e proposte specifiche, come recuperare le risorse necessarie.

Quali risorse utilizzare, viste le pressioni della troika ? Necessario riorientare tutte le politiche di spesa, selezionando gli interventi a favore delle realtà virtuose che si muovono nelle direzioni prima indicate; recuperare (e qui davvero ci vuole l’Europa) risorse con una politica europea di lotta all’evasione e alle furbizie fiscali (l’esportazione di capitali, o diversi regimi fiscali, ecc.), ma anche solo l’intervento sul riciclaggio dei capitali “sporchi” (proposta da Saviano) con il recupero dei soldi (tantissimi) delle mafie (su questo punto la legislazione americana ha molto da insegnare all’europa).

Un indispensabile intervento deve essere realizzato con una politica attiva nel mediterraneo, cercando un confronto tra saperi diversi che mettano in un circuito virtuoso le conoscenze e le applicazioni pratiche (agricoltura, artigianato, ecc.) con l’altra sponda dell’africa. E a questo proposito le analisi di Bruno Amoroso e le proposte (da ultima quella avanzata da Riccardo Petrella con il Progetto Oasi) contengono spunti e indicazioni assolutamente interessanti e realizzabili.

Difficile ? Non ho detto il contrario, ma sono convinto che non ci sia alternativa a queste e alle altre possibili ipotesi di intervento che, però, si devono basare, ribadisco, sulla assoluta necessità di ribaltare l’ottica di approccio alla realtà esistente. Se non ora, quando ?

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