Il freddo

La domanda mi ribalza nelle orecchie da una trasmissione radiofonica che ascolto casualmente in auto mentre torno a casa: “Quando avete sentito freddo ?”.

Immediatamente, e non so per quale associazione di idee, la mente è tornata indietro negli anni, ad una notte di settembre, a Modena.

Avevo vent’anni, forse ventuno, ed è stata l’unica volta che ricordi di aver avuto davvero freddo.

Certo, ho camminato nella neve alta trenta centimetri (non esagero), nello spazio che divideva la casa dove soggiornavo a Milano (in Bovisa), per arrivare alla sezione del Pci di Quarto Oggiaro e fare la diffusione dell’Unità in una gelida mattina di gennaio; ma gli ardori giovanili e soprattutto la prospettiva di una allegra scopata al rientro a casa, facevano scomparire ogni sensazione di freddo. Come pure, l’anno scorso, durante un viaggio a Budapest la temperatura è scesa sotto lo zero ( undici gradi sotto lo zero); in questo caso, il tepore della casa e un bicchiere di cordiale in più, hanno facilmente e prontamente lenito la sensazione di freddo intenso.

Per il resto, non ricordo altre situazioni particolari, anzi, semmai, condizioni di caldo più o meno sopportabili (per quanto mi riguarda meno) sia durante il periodo estivo, che durante l’inverno. Si, perché in questo comodo condominio dal riscaldamento centralizzato in cui vivo, nonostante tenga sempre chiusa la manopola che permette l’afflusso di acqua calda nel circuito di riscaldamento della mia abitazione, continuo a registrare, anche in pieno inverno, temperature ben oltre i venti gradi. Con conseguenze non sempre piacevoli, anche per quanto riguarda l’inutile spesa del carburante (e il conseguente inquinamento atmosferico) necessario a mantenere un simile regime.

Per alcuni anni (i miei figli erano ancora piccoli), sono anche stato, in diverse località turistiche innevate a godere di piacevoli trasferte invernali sulla neve; ma anche questi soggiorni li ricordo con piacere e non certo angosciati o condizionati da negative sensazioni di freddo.

E dunque veniamo alla mia esperienza.

Ho detto che era di settembre, e quindi partimmo per la Festa dell’Unità che si teneva a Modena, con un abbigliamento adeguato alla stagione, almeno quello che noi consideravamo un abbigliamento adeguato: camicia e giubbino leggero (io), camicia e maglioncino il mio amico Elio Basta che mi accompagnava in quel viaggio. A Modena ci attendevano mia sorella ed altri amici e compagni provenienti da altre parti d’Italia.

L’accoglienza, già al nostro arrivo non fu delle migliori. Eravamo partiti con il sole, con un clima ancora caldo e soleggiato, tanto che già il nostro abbigliamento risultava eccessivamente pesante; arrivammo a Modena in una giornata grigia, con il cielo coperto che non prometteva niente di buono.

L’evoluzione della giornata andò progressivamente peggiorando, tanto che a mezzogiorno pranzammo sotto i tendoni dei ristoranti della festa schiaffeggiati da una pioggia intensa che cadeva costantemente e copiosamente, oltre tutto accompagnata (la pioggia), da un fastidioso vento che faceva arrivare le gocce di pioggia ben oltre il limite dei tendoni. Noi, come tutti gli altri, ci eravamo stretti al centro, facendo fronte alle avversità atmosferiche con canti e brindisi.

Né la sera andò molto meglio. Infatti ci eravamo rivolti all’ufficio dell’organizzazione per trovare un alloggio dove trascorrere la notte. Siccome i compagni che ci avevano raggiunto avevano a disposizione due auto, alla domanda se ci andava bene una sistemazione distante una quarantina di chilometri, ad un prezzo molto conveniente, rispondemmo affermativamente. Eravamo al centro della più grande pianura d’Italia, cosa mai potevano essere quaranta chilometri in quella grande pianura ? Non più di una ventina di minuti !

Invece ci trovammo, dopo un’ora di strada e molti tornanti, a Zocca, meno di cinquemila abitanti ma a quasi ottocento metri di altezza !

E chi se lo aspettava di andare in montagna !

Il freddo, con il cielo coperto, la pioggia e a ottocento metri d’altezza: insomma il clima non era certo il più favorevole. Così trascorremmo gran parte della serata in camera, tutti insieme, continuando a cantare e a bere; infine andammo a dormire non prima di esserci fatti dare una buona fornitura di coperte pesanti. Io (ovviamente) andai a dormire vestito di tutto punto. Mi tolsi solo le scarpe.

Anche la giornata successiva non fu delle migliori, la temperatura più fredda del giorno precedente, l’unico aspetto positivo fu che la pioggia aveva cessato di cadere.

A sera i compagni ci accompagnarono in stazione e ripartirono per le loro rispettive destinazioni.

Io ed Elio Basta restammo soli, ad attendere il nostro treno per rientrare a Foggia. Dovevamo aspettare alcune ore e lì, davvero, ho avuto tanto freddo come non ricordo di averne mai avuto.

La stazione di Modena era (ed è ancora) piuttosto piccola; inoltre all’epoca la sala d’aspetto era chiusa, o forse in ristrutturazione, non ricordo. La cosa certa è che dovemmo aspettare l’arrivo del treno sui sedili di pietra (e quindi freddi) dell’atrio della stazione, dove gli spifferi e il gelo ci raggiungevano con estrema facilità.

Elio è sempre stato un ragazzone che si potrebbe definire tranquillamente pingue, se non addirittura grasso e ricordo perfettamente che io mi stringevo a lui come se fosse un tricheco e noi ci trovassimo su una banchina di ghiaccio.

Lui diventò in quella gelida serata, il masso che mi proteggeva dagli spifferi, il corpo che mi infondeva un poco di calore nel freddo dello sera, che mi offriva un riparo dalle improvvide situazioni atmosferiche.

Povero Elio, adesso che non c’è più, questo è il più caro ricordo che conservo di lui. Ed in verità di cose insieme ne abbiamo fatte tante, da quelle piacevoli e quelle meno divertenti. Dalle diffusioni de l’Unità la domenica mattina, alle manifestazioni quotidiane ai tempi del liceo, alla gestione della Fgci e della sezione del partito, dalle manifestazioni sindacali alle bevute in compagnia.

Elio veniva da una famiglia comunista da quattro generazioni, una famiglia abbastanza ampia, tutta di iscritti al Pci: nonni, zii, figli, nipoti. Tutti attivisti e militanti, tanto che c’è stato un periodo che non potevi mettere piede in una sezione senza incontrarne almeno uno. Il nonno capostipite, chiese un funerale da comunista: niente preti, la bandiera della sezione e la sua bandiera rossa nella bara; la commemorazione funebre tenuta dal segretario cittadino del partito.

Elio che è morto in conseguenza di una grave malattia (e poteva essere diversamente ?), non ha potuto avere questo. Il partito ormai in dissoluzione, gli amici dispersi in luoghi diversi, alcuni degli affetti a lui cari ormai lontani. Io non sono andato a suoi funerali, come non vado ai funerali di quanti mi sono stati più vicini e con i quali ho condiviso periodi importanti della mia vita. Perché, ogni volta, sento che una parte di me va via con loro, con la loro vita.

Ma una parte di loro (e non è una contraddizione) è sempre qui con me. E li sento vicini, stretti come quella notte con Elio a Modena.

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