Sinistra

Parlare di sinistra oggi è diventato difficile e defaticante, sempre più complicato. Alle eterne precisazioni e distinzioni che hanno sempre animato le discussioni nella sinistra si aggiunge il dato, drammatico, della sua “scomparsa” dalla scena politica, se non come insufficiente ed inappropriato suffisso (il centro-sinistra) o addirittura come “non luogo” etereo ed evanescente non individuabile in nessuna componente politica o sociale.

Persino il quotidiano “Il Manifesto”, che continuo a leggere (da quando ho smesso di leggere l’Unità, all’indomani della prima e sciagurata trasformazione da PCI a PDS) e sostenere nelle diuturne campagne per la sua sopravvivenza, ha faticato e fatica non poco a mantenere la sua dicitura di “quotidiano comunista”, cui alcuni di noi rimangono aggrappati, disperatamente aggrappati, come naufraghi ad uno scoglio.

In verità l’immagine che in questo momento mi si affaccia alla mente è quella di un quadro; per la precisione “La zattera della Medusa”, il famoso quadro di Thèodore Gèricault, ispirato al tragico naufragio della nave Medusa nel 1816. Il fasciame della zattera che sembra andare a pezzi sotto la pressione delle onde, i pochi sopravvissuti abbarbicati alla zattera, la disperazione, l’ansia di sopravvivere, la disperazione dei corpi, la disperata speranza della salvezza.

Ma questa citazione è più dettata dalla volontà di rendere accattivante lo scritto che non dalla riflessione che da queste note vorrei illustrare e mettere in evidenza.

La prima cosa che intendo affermare in piena e totale consapevolezza, è che non mi sento né un ex, né un post.

Lo dico rispetto ai tanti, molti che da destra hanno preferito gettare l’acqua con tutto il bambino di fronte agli evidenti e palesi insuccessi del “socialismo reale” (ma solo all’indomani della caduta del muro di Berlino) e si sono arresi all’onda sempre crescente dell’acritico pensiero (o debole che fa lo stesso) fino alle tragiche conseguenze dell’oggi, con la deriva neoconservatrice e liberista dettata dalla destra renziana che coinvolge persino parlamentari che fino ad ieri erano dirigenti sindacali, e persino qualcuno di provenienza operaia.

Lo dico anche rispetto a quanti, e con alcuni di loro condivido anche battaglie e iniziative di oggi, accomunano in una unica, piatta, uniforme e a volte ingenerosa critica il complesso mondo che si articolava intorno alle bandiere e alle iniziative della sinistra (e del PCI in particolare), delle sue lotte e delle sue conquiste concrete, fatte e realizzate, forse insufficienti ma che hanno determinato, a volte anche con il sangue di tanti militanti (e non lo dico per retorica, davvero), condizioni di vita e di lavoro avanzate e che oggi stiamo progressivamente e indiscutibilmente perdendo a favore di ristrette oligarchie dominanti.

Io mi sento ancora comunista.

Ed è per questa ragione che oltre a rimproverarmi per non essere riuscito, nel corso della mia (ahimè) vita a fare in modo che la deriva attuale si determinasse in termini così pesantemente negativi, mi dolgo per la situazione assolutamente asfittica (proprio nel senso “fisico” di mancanza di aria) nella quale mi ritrovo oggi, o meglio si ritrova oggi la sinistra in italia.

Dichiaro subito la mia ipotesi che ho ritrovato in una citazione (e pertanto la riporto come sempre virgolettata) su “il Manifesto” di qualche giorno fa, che legge nella difficoltà (o nelle difficoltà) attuale della sinistra, l’incapacità di inverare “l’incontro dei movimenti reali di protesta e di lotta per l’emancipazione, con la teoria impegnata ad analizzare criticamente l’ordinamento esistente.” (Paolo Ercolan, il Manifesto, sabato 29.11.2014).

Di qui le conseguenze più o meno tragiche che ne derivano: dalla deriva renziana al “Patto del Nazareno”, dal Jobs Act allo “SbloccaItalia, fino all’appoggio indiscriminato al TTIP. In verità si potrebbe tranquillamente ascendere nel tempo alle difficoltà sempre maggiori incontrate a partire dalle ipotesi berlingueriane delle convergenze parallele, trasformatesi progressivamente da mediazioni politiche di alto e qualificante livello a baratti parasociali e infine ad acquiescenti cedimenti con l’oligarchia nazionale e con gli epigoni del capitale finanziario (con la parentesi del temporaneo “ravvedimento” di Berlinguer all’indomani dell’omicidio di Moro e con la sua scelta di appoggiare le rivendicazioni operaie verso le quali già allora si cominciava ad intravedere una pesante offensiva).

Dunque che fare ?

Sono convinto che una prospettiva per la sinistra non possa giocarsi senza e al di fuori di una prospettiva che traguardi la gestione del potere nel senso più ampio del termine, riuscendo a realizzare quell’obbiettivo prima descritto al fine di un collegamento non strumentale, ma profondamente reale tra movimento di lotta e governo dell’ordinamento.

Questo però, a mio parere, non può eludere la domanda e l’affermazione (anche qui nel senso più ampio della parola) del partito politico, di un partito cioè capace di guidare, tradurre e condurre una azione di massa che agisca concretamente in direzione della opposizione politica forte all’attuale ordinamento statuale e alla sua profonda trasformazione in termini reali.

Appropriarsi e gestire le parole d’ordine e gli obbiettivi di un movimento ed al contempo trasferirlo in un rapporto conflittuale vero, dentro le istituzioni e per la loro conquista e trasformazione in senso radicalmente nuovo è l’obbiettivo da realizzare.

Le parole d’ordine sono note e nel merito sono già intervenuto con altri scritti in proposito. Per brevità li riassumo solo con parole d’ordine, rinviando la loro motivazione a quegli scritti pubblicati in questo blog.

Assoluta contrarietà, blocco ed inversione di tutte le scelte che vanno in direzione di un liberismo sfrenato che altro non sono che un regalo alle oligarchie ristrette del capitale finanziario nazionale e internazionale: Jobs Act, SbloccaItalia, TTIP. Così pure (ma è un corollario) di tutti gli atti che, falsamente orientati verso un rinnovamento della politica, tendono a modificarne la sua struttura democratica a favore dei poteri dell’esecutivo, restringendo quelli del legislativo e del giudiziario.

Reddito di cittadinanza, rinegoziazione del debito, una politica economica finalizzata alla tutela e alla difesa dell’ambiente, una produzione legata alla qualificazione del territorio, recupero delle strutture urbane, qualificazione dei beni ambientali e storici, una politica energetica finalizzata al risparmio delle risorse e al risparmio energetico sono solo alcuni dei possibili e non illusori obbiettivi da proporre e realizzare.

Compito non semplice, ma non perché difficile da realizzare, ma perché pone alla base una messa in discussione di quanti oggi, pensano in maniera autoreferenziale di essere gli ispiratori e i protagonisti della sinistra italiana. Tutti noi dobbiamo, con umiltà e grande responsabilità fare un passo indietro.

Dobbiamo essere i “cattivi maestri” di una nuova generazione (non in senso renziano, per carità) che già oggi paga sulla sua pelle le conseguenze degli errori passati e che ha già imparato a lottare in forme nuove e diverse. Non dobbiamo insegnar loro qualcosa, ma essere al loro servizio per traguardare ben più ambiziosi obbiettivi. Che non sono più “lo sviluppo”, ma semplicemente (e drammaticamente) solo e soltanto il loro futuro.

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