Lo Sciopero Sociale (1a parte)

Non intendo sottovalutare nè ridimensionare la grande giornata di Siopero Generale svoltasi ieri, 12 dicembre. Ritengo sia stata una grande occasione di risveglio democratico e di significativa opposizione a scelte di politica sociale ed economica (quelle del governo Renzi), orientate a soddisfare le bieche richieste di una oligarchia finanziaria che vuole perpetrare sempre e solo sulle spalle dei lavoratori (anche sui “ceti medi” e sui pensionati) il costo di una crisi che ben lontana dall’essere risolta, si svolge (con le scelte realizzate in italia e in europa) tutta a favore della finanza globale.

Ho già descritto ampiamente in due scritti (https://michelecasa.wordpress.com/2014/10/26/25-ottobre-2014-1a-parte/ e https://michelecasa.wordpress.com/2014/10/26/25-ottobre-2014-2a-parte/) il valore e l’importanza rivendicativa e strategica che trovo e riconosco nello Sciopero Generale di ieri, come nella grandiosa Manifestazione del 24 ottobre, come negli scioperi e nelle azioni di vario genere condotte dai Sindacati di Categoria e particolarmente dalla Fiom in questi mesi.

Proprio per non ridurre in maniera sintetica (e magari fuorviante) quelle considerazioni, alla loro lettura rimando, perché voglio qui invece provare a cimentarmi sulla questione di come coinvolgere in questa dura lotta coloro che sono altrettanto vittime della crisi, ma che non riescono ad esprimere appieno la loro protesta perché privi (meglio sarebbe dire privati) della fondamentale arma che ha in mano la maggior parte dei lavoratori dipendenti: lo sciopero.

Superfluo descrivere la condizione di lavoro (quando lo hanno) di grandi masse di lavoratori nascosti dietro contratti spuri, lavoro nero, contratti a termine, part-time o partite Iva, fino alle forme (ridicolo ma vero) del lavoro gratuito. La casistica è così ampia e indefinita che il solo elenco riempirebbe le due cartelle che mi sono imposto come limite di questi miei scritti.

Superfluo anche descrivere le condizioni di queste varie forme di lavoro: se ne è parlato, scritto, discusso in maniera ampia e con dovizia di particolari. Per cui non ci ritorno. Peraltro di queste forme di lavoro sono (purtroppo) ampiamente esperti i nostri figli e in generale una intera generazione che le sopporta e che spesso noi più anziani siamo costretti a supportare in varie e diverse forme (anche economiche) sostituendoci ad un “welfare” che non esiste più e i cui rimasugli sono quotidianamente oggetto di attacco da parte delle oligarchie finanziarie che ci dominano con la complicità dei loro governi e delle politiche e delle pratiche di un capitalismo predatorio che non conosce ragioni.

Questo quando il lavoro c’è, seppure in queste forme subordinate più simili allo schiavismo (giacchè non sono che minimamente tutelate o addirittura prive di ogni tutela). A questo proposito citerei la bellissima vignetta pubblicata sul “il Manifesto” del 13 dicembre, dove si vede un poliziotto picchiare un Babbo Natale; quest’ultimo, a braccia alzate si difende dicendo “Sono un precario” e il poliziotto risponde “Non esisti”.

Il punto che voglio affrontare è come riuscire ad esprimere una forma di protesta da parte di questi soggetti e di queste figure e se esiste la possibilità di una relazione tra questi e le forme tradizionali del lavoro dipendente.

Di questo in verità si parla da tempo, ed un primo, importante, molto importante tentativo, è stato realizzato con la giornata di Sciopero Sociale del 14 novembre.

Ecco, appunto, lo Sciopero Sociale.

Ad esso è stata data vita dal consistente supporto dei Cobas e di altre sigle sindacali ad essi vicini e da un significativo contributo degli studenti che si sono tenuti più vicini a questo tipo di iniziativa, che non piuttosto (come in altri importanti momenti della nostra storia recente) alle occasioni di lotta proclamati dai lavoratori dipendenti.

Già questa considerazione ultima sugli studenti, la dice lunga sulla sensibilità che da questi viene espressa circa le prospettive del loro inserimento sociale, nel senso che la mia impressione è che questi ultimi (gli studenti), si dimostrano più sensibili non tanto nei confronti di posizioni più radicali e incisive politicamente, ma si sentono realmente più coinvolti nelle tematiche dettate dalla condizione del precariato che non da quella del lavoro dipendente.

Questa “opzione” la ritrovo nelle manifestazioni separate realizzate sia il 14 novembre, che il 12 dicembre, e addirittura nelle dichiarazioni di alcuni movimenti e organizzazioni studentesche che non hanno addirittura partecipato alla giornata di Sciopero Generale, seppure questa avesse parole d’ordine e contenuti non dissimili dalla loro (degli studenti) piattaforma rivendicativa. E non è un caso, anzi, che su questa “separazione” si inseriscano le forze del padronato;  di ciò è plastico esempio l’ articolo del Corriere del 13 dicembre, che, senza dedicare un commento alla riuscita giornata di Sciopero Generale, rifila addirittura due articoli (in prima pagina) alla necessità che il sindacato prenda le distanze dalle manifestazioni di studenti e antagonisti che hanno provocato alcuni scontri a margine della giornata di lotta ! (si trattava appunto della “provocatoria” azione “aggressiva” di alcuni giovani travestiti da Babbo Natale che hanno cercato di offrire pacchi dono finti alla Regione Lombardia !).

Ma al di là, anzi prima ancora, di queste considerazioni appena svolte, c’è il tema di come rendere possibile una forma di lotta e di protesta da parte delle diverse forme di lavoro prima descritte. Le difficoltà sono grandi: come portare in piazza queste persone che in molti casi, anzitutto non sono assolutamente tutelate nelle forme di lotta tradizionali dello sciopero (cioè dall’astensione dal lavoro) e del “diritto” di sciopero.

In molti casi l’astensione dal lavoro comporterebbe la immediata perdita di una occasione di lavoro e di guadagno (che si configura già altamente precario di per sé). Inoltre, in molti altri casi, significherebbe un rinvio dell’attività al giorno successivo, in qualche modo un ulteriore appesantimento dell’attività lavorativa. Ad ogni modo una difficile equazione tra la capacità di “incidere” sulla controparte datoriale e proseguimento dell’attività lavorativa stessa.

Tuttavia sono convinto che è necessario andare in questa direzione. La strada segnata dalla prima convocazione dello Sciopero Sociale, richiede impegno, sforzo di elaborazione, ricerca di strade nuove ed originali. Lo richiede al Sindacato, che in occasione del 14 novembre e non solo, ha ricercato possibilità di “convergenze” ancora generiche, ma assolutamente importanti. Lo richiede al “Movimento” che deve essere in grado di capire la situazione nuova che si viene realizzando e deve cercare di sviluppare ulteriormente questo tipo di “convergenza”. Lo richiede ai diretti interessati che devono riuscire a trovare, con il sostegno dei due “soggetti” che ho prima indicato, la possibilità di forme di “cooperazione invece che di competizione”, momenti di “mutualità” intorno a cui riunire i frammenti di lavoro (vedi l’articolo di Roberto Ciccarelli su “il Manifesto” del 14.11.2014).

(1 – continua)

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