Lo Sciopero Sociale (2a parte)

E questo compito deve essere svolto proprio da quei soggetti che devono riuscire a “(…) scrivere essi stessi la storia del tempo presente: la propria, ma insieme quella di tutti coloro che sono finiti sotto la macchina schiacciasassi del poco virtuoso neo-liberismo”. (Angelo d’Orsi su “il Manifesto” del 13.12.2014).

Esperienze importanti in questo senso sono in corso. Esperienze nelle quali i soggetti nuovi, mantenendo una ampia autonomia organizzativa e politica, utilizzano le sedi del sindacato confederale per affrontare nella pratica le forme e i modi di una risposta alle condizioni di vita e di lavoro che si trovano ad affrontare.

Esperienze che partono non da una ideale alleanza con le organizzazioni “classiche” dei lavoratori salariati (cosa pure importante e da non tralasciare con superficiale e superiore iattanza), dalla formale coincidenza tra lotte per la difesa del posto di lavoro e richieste di una nuova politica industriale (anche questo obbiettivo nient’affatto secondario), dal necessario richiamo ad una lotta che operi unificazione di occupati e disoccupati sul terreno economico e su quello sociale, ma che assumono la condizione di precarietà, la sua realtà concreta, la sua articolazione (o disarticolazione) nella miriade di forme volute dal legislatore e (soprattutto) dal padronato, come base di partenza per l’organizzazione e la lotta.

Quindi far leva proprio sulla frammentarietà e sulla diversificazione delle condizioni di lavoro, come elemento fondativo di una iniziativa di massa e globale contro il capitale finanziario e le lobbies economiche che ne hanno determinato la nascita ed il diffondersi.

Da qui risulta, a mio modesto parere, assai più semplice (si fa per dire), ricostruire su una base reale e concreta, l’unità di tutto il mondo del lavoro: occupati, disoccupati, precari.

Dunque non è più il lavoro salariato, il lavoro operaio il centro del cambiamento ? Non credo, anzi credo sia solo attraverso uno sforzo di questo genere, attraverso la strada che ho tentato seppur sommariamente di delineare che il lavoro salariato può, oggi, nelle condizioni date, riprendere il centro del confronto e ripresentarsi come il soggetto del cambiamento e di una decisiva inversione di tendenza, capace di rispondere all’affermarsi del capitalismo “predatorio” (la definizione è di Picketty).

Ha scritto recentemente Luciana Castellina: “Non è questione solo di salario. Il lavoro alienato non è una liberazione, ma quando ti fa sentire di avere un ruolo è una cosa importante. E’ questo che oggi senti mancare nella protesta operaia: perché le fabbriche oggi si chiudono, non si costruiscono. E’ proprio il loro ruolo in questa economia sempre più virtuale, dove il lavoro operaio è stato marginalizzato, dove non ha più la stessa collocazione positiva in un modello di sviluppo che ne ha distorto il senso, ad essere messa in discussione”. (“il Manifesto” del 5.12.2014).

Espressioni sensate che aprono ad una molteplicità di questioni e di riflessioni, complesse, ma non più eludibili, se vogliamo far fronte al pesante e micidiale attacco che viene portato contro il lavoro salariato e il lavoro dipendente (seppure nelle molteplici forme da esso assunto, non per propria volontà, ma per scelta proprio del capitale finanziario).

Se dunque così profondo è l’attacco, così invadente l’offensiva, così grave la messa in discussione dei presupposti stessi della condizione operaia, altrettanto radicale, decisa e forte deve essere la controffensiva che è necessario mettere in campo e, al contempo, estremamente ampia, larga e risolutiva deve essere la forza che è necessario mobilitare.

Ecco perché ritengo indispensabile porre al centro di una rinnovata mobilitazione proprio le questioni della nuova condizione sociale del lavoro nelle sue diverse forme.

Ha scritto Tony Negri in occasione dello sciopero del 14 novembre: “Sciopero metropolitano come forma specifica di ricomposizione della moltitudine nella metropoli. Lo sciopero metropolitano non è un allargamento e la socializzazione dello sciopero operaio: è una nuova forma di contropotere. Non vi sarà mai una sociologia funzionalista che possa disegnare lo sciopero metropolitano, l’incontro e l’incastrarsi comune dei vari strati della moltitudine metropolitana che vogliono costruire contropotere e potenza costituente” (su “Spartito”, inserto de “il Manifesto” del 13.11.2014).

E’ vero che qui si trova tutta la potenza, ma anche il limite, della più recente elaborazione del filosofo intorno alla questione della “moltitudine”, e su di essa, personalmente, sulla sua capacità di incardinare le prospettive di un grande futuro nutro alcune perplessità.

Ma sicuramente non possono non essere condivisibili alcuni passaggi dello stesso scritto dove, cedendo il passo alla pratica politica, lo stesso autore afferma: “Avremo dimostrato che la classe produttrice e sfruttata non è più solo quella che le corporazioni sindacali degli operai e dei lavoratori a contratto rappresentano, ma è soprattutto quella dei lavoratori mobili e flessibili, che non conoscono contratto e che dentro e fuori dalle fabbriche subiscono uno sfruttamento ingigantito dal non essere rappresentati. Questi lavoratori rappresentano la maggioranza della forza lavoro oggi, ed è oggi il centro dello scontro di classe. Con lo sciopero del 14 novembre (…), i compagni che la promuovono vogliono trasformare quella realtà lavorativa che (occupati e no) essi sono, in un nuovo asse egemonico che comprenda tutti i lavoratori, rigetti ogni occasione corporativa di guerra fra i poveri, abbatta con forza adeguata ogni reazione fascista.”(ibidem).

La citazione è stata lunga e me ne scuso, ma contiene delle sottolineature assai importanti che ritenevo utile portare all’attenzione del lettore. Ma soprattutto mi premeva rimettere in luce, come credo lo scritto faccia con sufficiente chiarezza, la questione del lavoro in tutte le sue forme (anche fantasiose) come elemento della produzione di plusvalore e quindi di elemento “sussunto” al capitale e al suo sfruttamento. Per converso come sia indispensabile progettare al fine della sua riunificazione politica e sociale su questa base concreta e non meramente solidaristica.

Dunque che fare.

Io credo che il Sindacato debba aprirsi con grande coraggio e fornire (non uso a caso questa parola) spazi reali a questi soggetti per una loro autonoma occasione di riflessione, organizzazione e azione di contrasto.

A partire da qui è possibile stabilire una piattaforma reale di azione comune con il Movimento e i Movimenti (continuo ad usare la maiuscola per dare ad essi il senso dell’incisività che meritano). Certo occorre una buona dose di coraggio ed anche la volontà di correre rischi concreti. Ma non esiste una altra alternativa credibile, ed anzi c’è la necessità di correre quei rischi.

Quando abbiamo organizzato grandi masse bracciantili con la pratica dello “sciopero a rovescio”; quando abbiamo mosso masse grandi di disoccupati e senza lavoro per la occupazione delle terre nel mezzogiorno d’italia, quando abbiamo ipotizzato il “Piano per il lavoro”, non abbiamo forse messo in pratica forme di lotta che correvano sul crinale della legalità e si confrontavano duramente con il padronato ? Non abbiamo forse corso dei rischi grandi ? Non ci siamo trovati impegnati e abbiamo ingaggiato una lotta dura, che ha prodotto sangue (sangue vero, morti e feriti veri) ?

Non ipotizzo la lotta armata; e neppure auspico strade e città imbrattate di sangue (che sarebbe, come sempre, quello dei lavoratori e degli operai). Personalmente sono per un confronto assolutamente pacifico, aperto e democratico. Tuttavia, ripeto, non possiamo illuderci che il conflitto in corso, con gli avversari che abbiamo, possa svilupparsi senza problemi e senza contraddizioni, anche forti.

E anche senza mettere in discussione le nostre certezze, il nostro modo tradizionale di organizzarci, le nostre stesse strutture organizzative.

Fine

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