Violenza politica

Scena I : Nicolò Ceci, rappresentante di istituto al liceo Salvemini di Bari, sospeso per otto giorni e denunciato per aver tentato di occupare la scuola. Qualcuno ha provato a calare uno striscione dalla finestra del liceo Salvemini. Ma la protesta in segno di solidarietà nei suoi confronti è durata solo pochi minuti. “La nostra solidarietà è verso la dirigente scolastica – scrivono gli altri tre rappresentanti degli studenti in un documento che consegnano alla stampa convocata a scuola appositamente – confermiamo la legittimità delle sanzioni comminate perché proporzionate alla gravità dell’infrazione. Nicolò ha violato le regole e ha compiuto un’azione illegale”. Si accodano anche i docenti presenti nell’aula magna. Manca solamente la preside, Tina Gesmundo, a casa con la febbre. (Francesca Russi, da “la Repubblica” Cronaca di Bari del 16.12.2014  http://bari.repubblica.it/cronaca/2014/12/16/news/salvemini-103048558/)
Scena II : La Corte d’Assise di Torino ha assolto dal reato di terrorismo i quattro attivisti No Tav per i fatti accaduti tra il 12 e il 13 maggio 2013. I quattro (in realtà cinque), accusati di eversione sono stati assolti “perché il fatto non sussiste” dalla pesante accusa per la quale i pm Andrea Padalino e Antonio Rinaudo avevano chiesto la condanna a nove anni e mezzo. Gli imputati sono stati condannati a tre anni e sei mesi per gli altri capi d’imputazione, cioè detenzione di armi da guerra (in relazione all’uso di bottiglie molotov), danneggiamento seguito da incendio e violenza a pubblico ufficiale. Delle parti civili solo Ltf, la società incaricata di realizzare la Torino-Lione, ha ottenuto il diritto a un indennizzo, che è stato negato all’Avvocatura dello Stato e a un sindacato di polizia che si era costituito parte civile. Una decisione che il ministro dei Trasporti, Maurizio Lupi, ha commentato così: “Se non è associazione con finalità terroristiche incappucciarsi e organizzare l’attacco allo Stato, qualcuno mi deve spiegare cosa sia. E’ molto positiva comunque la condanna a 3 anni e 6 mesi, mi auguro che i pm facciano ricorso in secondo grado e li ringrazio perché hanno avuto coraggio”. (Ottavia Giustetti, Federica Cravero e Fabio Tanzilli, da “la Repubblica”, Cronaca di Torino del 17.12.2014 http://torino.repubblica.it/cronaca/2014/12/17/news/oggi_arriva_la_sentenza_per_i_quattro_no_tav_accusati_di_terrorismo-103089423/).

Scena III : Centro Sociale Occupato Scurìa di Foggia. Prosegue la programmazione di film e la presentazione di libri che fanno riferimento ad un periodo buio della Repubblica, quelli che vanno sotto il nome di “anni di piombo”. Tra le varie, cito solo a caso, Valerio Lucarelli “Vorrei che il domani fosse oggi, ribellione, rivolta e lotta armata”; Salvatore Ricciardi “Maestrom. Scene di rivolta e autorganizzazione di classe in Italia dal 1960 al 1980”. Io stesso ho proposto la proiezione di un film di Koji Wakamatsu “Armata Rossa Unita”, film duro, scarno (tranne che nella lunghezza), persino feroce sugli anni della lotta armata in giappone, per gran parte giocato su chiaroscuro, ossessivamente girato per gran parte in interni.

Cosa collega queste tre scene nella mia mente ?

L’esigenza, la necessità di una riflessione sul tema della “legalità” e della “violenza”.

Non sono un cultore della violenza. Personalmente sono maggiormente vicino alle professioni di un “pacifismo militante”, non mi riconosco nei Black Block; al contrario durante gli anni della mia frequentazione dei Social Forum, ho marciato tra le fila dei Rainbow Block, nei cortei di Atene e di Malmo, a Londra e a Roma, al blockage di Gleenegols. Tuttavia sono consapevole del fatto che una militanza attiva non può ipocritamente velare gli atti di una pratica politica che superano spesso il vago limite tra legalità e violenza.

Mi spiego meglio con gli esempi che ho prima citato. Può essere tacciato di “illegalità” uno studente che cerca di realizzare l’occupazione di una scuola, una pratica che, se penso agli anni della mia (ahimè) lontana gioventù, costituiva quasi una prassi quotidiana, come pure organizzare i servizi d’ordine (che non erano mai a mani nude), vietare l’agibilità politica ai fascisti, contrastare la presenza di gruppi diversi da quelli cui si “apparteneva”, fare manifestazioni vietate, “invadere” senza permesso strade e piazze ?

Eppure non solo avviene oggi questo, ma persino compagni di istituto si oppongono, in nome della “legalità”a pratiche di questo tipo, come nel caso citato del liceo di Bari !

E’ possibile trattare da “terroristi” altri giovani che con il sostegno di una intera popolazione di valligiani si oppone alla realizzazione di una opera che ormai tutti sappiamo inutile e costosa (anche le suore hanno pregato per loro), e tacciarli di terrorismo perché hanno incendiato un compressore ?

Eppure questo è accaduto, con il coinvolgimento peraltro di un giudice come Caselli; e permane a loro carico una condanna che, benché privata dell’accusa eversiva, si sostanzia con tre anni e mezzo di carcere !

Ebbene credo che lo sforzo di indagare e riflettere come fanno i compagni del Centro Sociale Scurìa sia assolutamente giusto, perché permette una riflessione su quello che, al di là della vulgata comune (ed anche politica e giudiziaria) sugli anni di piombo, può riportare il ragionamento sulla questione della violenza politica.

Una questione che nel nostro paese non si è voluta mai affrontare. Arrivando fino in fondo a denunciarne la gravità, ma storicizzando al contempo le questioni nel loro divenire.

Come ha notato acutamente Franco Fratini: “Oggi occuparsi della violenza politica che attraversò quella lontana stagione (senza pregiudizi e senza volerne in alcun modo risollevare le bandiere o cantarne le gesta) è necessario non solo per colmare una voragine dal punto di vista storico. C’è anche una necessità culturale o prepolitica cui por mano. In Italia la sterilizzazione della violenza politica – associata ossessivamente agli anni di piombo, come se questa fosse un male assoluto anche se si tratta del sabotaggio di un compressore – ha esorcizzato il cambiamento e ha permesso l’insediamento di un regime a dominazione assoluta. Il confronto sociale è stato espiantato con una operazione di anestesia totale; e stupisce anche questa volta dover ammettere che alcune di quelle scelte radicali ed estreme contenevano almeno un punto di vista in anticipo sui tempi.” (in “il Manifesto” del 20.12.2014).

Giudizio sicuramente pesante, ma probabilmente molto efficace se riflettiamo su una temuta sconfitta operaia (e purtroppo anche politica e sociale) che si è oggi puntualmente verificata. In forme più schiaccianti di quanto allora nessuno avrebbe potuto prevedere.

E, sia detto non per inciso, non possono che farmi piacere le prese di posizione della Flc Cgil a sostegno delle ragioni dello studente liceale di Bari, perché costituiscono, insieme con le più recenti scelte della Fiom e dello stesso sindacato confederale, una comprensione del limite profondo delle lotte (o della mancanza di esse) degli anni più recenti, insieme alla consapevolezza (purtroppo ancora limitata) relativa alla necessità di traguardare uno scontro più avanzato sul piano politico, uno scontro sul terreno dello Stato, sulle sue pratiche, sulle sue azioni concrete.

Uno Stato che gioca non casualmente con l’atomizzazione e la frantumazione del corpo sociale, gioca sulla divisione tra occupati e disoccupati, tra vecchi e giovani, gioca sulla miriade di corporativismi che esso stesso ha generato con la politica delle prebende e delle elargizioni, delle diversità normative, applicando la pratica della diversificazione delle condizioni sociali ed economiche, anzi puntando al progressivo ampliamento delle fasce e delle condizioni sociali ed economiche fino a pervenire (appunto) ad una atomizzazione totale del corpo sociale e al suo totale disfacimento.

E qui abbiamo l’altro “corno” del ragionamento sulla legalità. Se solo ci fermiamo a riflettere non solo e non tanto sugli elementi di progressivo imbarbarimento della vita politica (della quale gli scandali sono gli epigoni), ma soprattutto sulla pratica mistificante e gravissima di un esecutivo che ha espropriato il sistema legislativo; e a questo proposito basti citare le cosiddette “riforme” renziane del parlamento e ancor più la miriade di provvedimenti legislativi votati con la “fiducia” in bianco, e cioè senza nemmeno uno straccio di carte scritte (l’ultimo caso quello della notte tra il 19 e il 20 dicembre).

Quanto c’è di “legalità” in questi atti e quanto di “violenza politica” ?

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