A Foggia, oggi

Vorrei provare a partecipare anch’io, molto modestamente, alla discussione apertasi su Lettere Meridiane a proposito di Foggia, gli intellettuali e la sua identità.

Come molto spesso mi capita di fare recentemente, una doverosa premessa. Il rapporto tra intellettuali e “realtà” è sempre stato complicato (non ho usato il termine “complesso” che costituisce di per sé una intellettuale fuga dal reale). Analisi, teoria e prassi sono troppo spesso stati disgiunti, separati, in una ottica scolastica improntata dalla riforma gentiliana dell’istruzione, quella di derivazione crociana, la quale, benché alle origini qualificata ed importante, è progressivamente degenerata nel sistema formativo attualmente messo in pratica da una serie di cosiddette riforme che hanno in buona sostanza e drammaticamente stravolto ogni base concreta di struttura conoscitiva per grandi masse di persone che sono state “oggetto” (nel migliore dei casi) di un gran numero di informazioni, ma deprivate di ogni strumento critico della conoscenza.

Unico interludio positivo nei cento anni da oggi, se guardo retrospettivamente, la parentesi sessantottina (e dintorni) che ha autonomamente ricercato e positivamente creato degli spazi (e dei luogi) di sapere critico, i quali sono riusciti a fornire, a quanti ne avessero la voglia e l’intenzione, per sviluppare quel tipo di conoscenze critiche e quindi in grado di trovare (o quantomeno di cercare di trovare), alternative alle letture della realtà imposte dagli occhi del capitalismo dominante (nell’economia come nella cultura) e che oggi, sparsi e derelitti, cercano una loro collocazione nella fluida melma del pensiero dominante dettato dalle imposizioni del capitale finanziario (quello che Thomas Piketty ha correttamente definito “predatorio”).

Non mitizzo quegli anni, ma ritengo di poter affermare, in piena consapevolezza che, durante quel periodo siamo riusciti, con tutte le difficoltà e i limiti che la successiva nostra sconfitta ha declinato con malcelata soddisfazione, a superare lo iato enorme tra realtà data e analisi intellettuale;  iato che prima e dopo di noi si sarebbe accumulato e poi richiuso sulla realtà nostra, così come il mare si richiuse sugli eserciti del faraone, con una sconfitta (per noi) davvero biblica in termini figurativi e sostanziali.

Dunque il rapporto.

In questa città più volte si è tentato e si è cercato di costruire un rapporto tra intellettuali e identità. Mi scuserete se citerò altri esempi rispetto a quelli che sono stati riportati nei vostri scritti.

Teatro Club e Circolo Cultura e Politica: due momenti ambiziosi per gli studenti e gli intellettuali della città; due momenti alti di aggregazione, di discussione e di azione, confinata all’epoca entro una cornice “culturale” che ne ha segnato i limiti di una operatività concreta, ma ha anche segnalato la presenza di forze vive e volenterose, capaci di opporsi alle letture dominanti della “cultura” urbana; soggetti che rivendicavano spazi di agibilità ancora vaghi e spesso non totalmente consapevoli, ma assai vivaci nella contestazione e nella contrapposizione alle visioni amorfe e sostanzialmente dipendenti rispetto alle dinamiche di sviluppo del territorio tutte estranee e tutte ricadenti dall’esterno del territorio stesso.

Tacerò degli anni che hanno circondato il sessantotto, con la miriade di circoli e di gruppi che, seppure spesso convulsamente accasciati in discussioni interminabili sui massimi principi e sulle contraddizioni fondamentali, hanno saputo però regalare una stagione intensa di iniziative, di lotte, di scioperi e di manifestazioni che fornivano la concreta visibilità di un’ansia, una volontà di riscatto e di cambiamento per un territorio già segnato dagli artigli degli insediamenti industriali etero diretti (e inquinanti), da uno “sviluppo” disarticolato da quelle che erano le realtà e le potenzialità del territorio, da quella che era la sua anima profonda (la terra, le trasformazioni agricole, l’acqua) e vituperata dalla speculazione urbanistica e dalla distorcente operatività di una rendita agraria che ne ha purtroppo segnato il successivo totale disfacimento.

E dopo ? Una interessante, ma breve fase gestita all’interno di alcune sezioni del partito comunista foggiano (la Togliatti e ancor più la Grieco) che tentarono per qualche tempo di opporsi ad una deriva crescente e ad un progressivo impoverimento del dibattito culturale, politico e civile della città durante gli anni settanta; un progressivo, devastante, crescente impoverimento culturale ha progressivamente sconvolto la città, ormai preda della speculazione edilizia, di politiche di rapina e di sussistenza, mentre l’intera provincia sempre più rimaneva subalterna alle logiche economiche e alle scelte dominanti che tutte al di fuori di essa venivano stabilite, mancando qui una elaborazione ed una pratica di azione che unica avrebbe potuto ipotizzare una alternativa alle strategie etero dirette.

Timidi e sporadici i tentativi di ipotizzare alternative possibili. Perdonatemi l’autocitazione: l’analisi condotta da me e da Francesco Severo sulla realtà e le possibilità di uno sviluppo “auto centrato”, alternativo alle strategie del grande capitale ed alle economie dominanti. Un libro scritto, spesso citato, il più delle volte saccheggiato nella parte analitica e sostanzialmente messo da parte.

Oggi ? Continuo a chiedervi perdono, ma oggi, in questa città io vedo un unico vero momento di aggregazione che cerca, disperatamente, di tenere insieme i due corni del problema da voi citato: l’identità e gli intellettuali. Mi riferisco a quella realtà che da trentadue settimane opera e agisce nella città di Foggia, il Centro Sociale Scurìa. Badate non voglio mitizzare, né identificarmi con persone e gruppi delle quali non sempre condivido scelte strategiche e pratiche politiche.

Ma questo gruppo, volenteroso ed impegnato ha messo in piedi, in poco tempo una realtà significativa ed importante; ha saputo legare analisi ed azione concreta, seppure in modi e forme poco raffinate, spesso crude e spigolose, ma riuscendo a marcare una presenza e a dare un significato profondamente concreto alla esigenza di cultura e di agire politico.

Sul muro del Centro Sociale campeggia una grande scritta: “Le città sono di chi le ama” e già questo basterebbe a sottolineare la struggente e sofferta partecipazione di una struttura alla vita della città medesima. Una città della quale si percepisce il profondo malessere, la tragica condizione di sottosviluppo, la drammatica collocazione al limite estremo della vivibilità, la progressiva involuzione culturale, la palese disarticolazione sociale.

Per questo, insieme ai dibattiti, alle discussioni, alle presentazioni di libri e di poesie, alla proiezione di films, il Centro Sociale unisce l’azione concreta, la lotta, l’impegno militante.

E’ cosa astratta partecipare alle lotte per la casa che si sono svolte a Foggia o alle iniziative a favore dei lavoratori migranti oggetto di un recente servizio televisivo (mi riferisco a “PIazzapulita”) che hanno dipinto un panorama degradante del livello culturale e politico degli “imprenditori” locali e della società civile nel suo insieme ? E’ cosa astratta essere presente con delegazioni qualificanti alle iniziative di lotta contro le trivellazioni previste nel nostro territorio (cosa di cui la politica locale ampiamente se ne frega), e quindi contro lo SbloccaItalia e il Jobs Act che fanno un tutt’uno di una politica sciagurata e sostanzialmente nemica del territorio prima ancora che dell’ambiente e della salute dei suoi abitanti ?

E allora mi basti aggiungere che sono stati i ragazzi del Centro Sociale a promuovere e realizzare, senza alcun sostegno e solo sulla base di una autonoma decisione, il restauro e la ripulitura del monumento ai Fratelli Biondi nella villa comunale di Foggia. E’ poca cosa ? A me pare molto di più delle chiacchiere non finalizzate a nessuna azione concreta che spesso noi tutti facciamo.

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