Racconto del vecchio Pci

Mi viene da ridere. Leggere le cronache del PD, nelle quali (cronache) si paventa l’ipotesi di espulsione ed allontanamento per iscritti, parlamentari e altri soggetti coinvolti nelle querelle di partito, costituiscono una barzelletta mediatica che si accompagna alle quotidiane scempiaggini dei populisti “made in Italy”. E ricordo, solo per inciso, che i populisti per storia e per logica sono sempre stati solo e soltanto di destra.

Renzi, nel preparare “la leopolda” di quest’anno, ha fatto ben intendere di non voler proseguire nella persecuzione, sviluppatasi molto a livello verbale e mediatico, nei confronti dei suoi (pochi e divisi) avversari interni.

L’ipotesi è risibile non già perché sarebbe connotata da aspetti fortemente antidemocratici e profondamente contradditori, ma per motivi completamente diversi. Anzitutto l’opposizione interna è fortemente minoritaria e viepiù sparpagliata (se non addirittura in conflitto tra anime diverse); in altre parole non è “meritevole” di attenzioni superiori rispetto a quelle della sua dimensione e della sua pochezza evidente.

Inoltre, e questo vale soprattutto per la “fronda” parlamentare, quei pochi senatori e deputati servono per garantire la prosecuzione della legislatura fino a quando “lui” penserà opportuno tenerla (la legislatura) in piedi, ovvero fino a quando non sarà convinto di essere nelle condizioni reali (riforma elettorale, consenso diffuso, ecc.), di ottenere un voto para plebiscitario nelle elezioni.

Infine (e non mi pare contraddittorio), proprio perché continua a sviluppare una linea politica sostanzialmente antidemocratica fondata sullo svuotamento delle istituzioni (“riforma” del senato, sistema elettorale, e soprattutto decretazione continuata), sulla personalizzazione della politica di partito (partito degli elettori, struttura degli organismi sostanzialmente “affidati” a fedeli e fedelissimi, costituzione di una vera e propria corrente personale), sull’utilizzo diretto della comunicazione mediatica con “il paese” (twitter, dichiarazioni show, interviste televisive, ecc.). Una linea così antidemocratica richiede di per sé la presenza di quote (controllate e controllabili) di dissenso, almeno fino a che non superino un certo livello di guardia.

Ma la deriva autoritaria dell’uomo-partito e del conseguente partito-stato, è ormai già ampiamente e totalmente tracciata e procede a tappe forzate verso l’indebolimento dei processi democratici nel parlamento (progressivamente esautorato), nei confronti dei lavoratori (cui è indispensabile togliere ogni forza e capacità di resistenza), nei confronti del paese (quotidiane distribuzione di promesse di bonus ed elargizioni varie).

A favore dei più ricchi e finalizzato a sostenere una oligarchia sociale ed economica nel prossimo ventennio (o pensate che gli “oligarchi” siano solo in Russia ?).

Nel frattempo la destra, quella peggiore, reazionaria e fascista si organizza sfruttando l’onda lunga del populismo crescente, utilizzando a proprio favore le ambiguità di Lega da una parte e grillini dall’altro, radicandosi sempre di più nei “luoghi comuni” della popolazione.

Questa lunghissima premessa per dimostrare, raccontandovi un episodio della mia “vita passata”, come non vi sia una modificazione genetica dal PCI al PD (passando attraverso PDS e DS), ma che siamo in presenza di qualcosa di radicalmente diverso oggi, e cioè davanti ad una struttura che potremmo chiamare tranquillamente PR (Partito Renziano), avente una ispirazione fortemente centrista, con una deriva autoritaria e antidemocratica. In una organizzazione di questo genere i quadri sono cooptati dall’alto, in funzione delle scelte del “capo”, che guida e comanda i processi, piuttosto che coordinarli e governarli.

Questa profonda differenza tra i concetti di “comando” e di “governo”, sono stati già in un altro mio racconto oggetto di riflessione e pertanto non ci torno, se non per ricordare che la supremazia del concetto di “comando” ha ormai pervaso tremendamente l’economia, la società, la politica, le istituzioni ad ogni loro livello.

Come si faceva la politica dei quadri nel vecchio e “antidemocratico” Partito Comunista ?

Ora vi racconto quello che è accaduto a me, giovane ventenne alla sezione “Togliatti” di Foggia.

Era convocato il Congresso della Sezione. Era questa una sezione assai vivace, presente in un contesto urbano assai vario e complesso, dove convivevano ceto medio e sottoproletari, residui di “popolani” e media borghesia e dove queste diversità sociali si fronteggiavano molto indirettamente, attraverso il lento diffondersi della speculazione edilizia.

Doveva venire a concludere i lavori un dirigente della Federazione che era considerato come espressione della burocrazia interna e sostanzialmente come “portatore” del vecchio, rispetto a noi, giovani e dinamici portatori del rinnovamento interno e di una proposta innovativa ed assai aperta alle dinamiche “nuove” della società e della realtà in cui operavamo.

Il segretario della sezione si ammalò, e io fui chiamato a tenere la relazione introduttiva. Io, appena arrivato (erano i primissimi anni del 1970), totalmente inesperto e assai poco conoscitore delle dinamiche interne, feci una relazione lunga, molto lunga, ma sostanzialmente incentrata sulle politiche e sulle scelte di rinnovamento della società, della realtà locale, e fortemente tirata con una polemica nei confronti del vecchio che permaneva, a nostro  parere, nella gestione e nella conduzione del partito; conduzione della quale il compagno della federazione, lì presente, era corresponsabile.

Provenivo dalle file dei movimenti extraparlamentari, ero forgiato da dinamiche di scontro aperto e franco nelle riunioni di gruppi, nelle infuocate assemblee studentesche e universitarie, nel duro confronto con i fascisti locali; venivo insomma dalla pratica dei movimenti e quindi potete immaginare cosa divenne quella relazione, seppure mediata da una ampia dialettica che ne spuntava i momenti più aspri.

Al termine della relazione, mi aspettavo una reazione, un dissenso più o meno esplicito e comunque la non accettazione di quanto avevo profuso nella lunga e dettagliata esposizione introduttiva.

Non so se provai più delusione o più stupore nel sentire invece le parole del delegato della Federazione il quale, dopo aver elogiato la mia introduzione, sottolineato i passi più salienti, esplicitato alcuni concetti che io avevo introdotto, pur non affermando mai la giustezza del mio ragionamento, né accettando in maniera esplicita i concetti esposti e meno che mai dichiarando condivisione nei confronti delle mie affermazioni, mi propose come nuovo segretario della sezione.

Dirò di più. Da quel momento lui, il nemico, il rappresentante dell’apparato, la quintessenza del vecchio contro cui si appuntavano gli strali della critica di noi giovani movimentisti e barricadieri aderenti al partito, divenne il mio più aperto sostenitore; e anche in periodi successivi quando nessuna ombra di strumentalità o qualsiasi parvenza di strumentalismo poteva minimamente inficiarne le scelte, egli fu costantemente al mio fianco a sollecitare impegno e a dimostrarmi sostegno e solidarietà. Sempre.

Un altro mondo, un altro partito, altri uomini. Anzi uomini non uominicchi, mezzi uomini e uom’ e’……. .

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