Che notte, quella notte !

Il primo matrimonio di mia sorella si svolse in una cornice di assoluta sobrietà.

Per la verità di sobrio ci fu solo la cornice, per il resto ci demmo sotto abbastanza per essere tutti ben cotti, come l’episodio che vi racconterò fra poco vi aiuterà a comprendere.

Tutto cominciò la sera prima del matrimonio, che, secondo il mio ricordo, non fu altro che una serie interminabile di aperitivi, assaggi e brindisi. Benchè ci trovassimo a Milano (mia sorella vi abitava ormai da alcuni anni, e benché quelli fossero gli anni della “Milano da bere” (era il 1977), noi non eravamo neppure lontanamente di quel mondo, né ci industriavamo ad esserlo. Il nostro comportamento era semplicemente dettato dalla euforia del momento, dalla felicità della situazione, dalla novità dell’esperienza.

Così trascorremmo gran parte della vigilia ed anche la prima parte della notte. I miei genitori dormivano in una stanza, io, e pochi altri tra amici e parenti, ci eravamo adattati nelle altre stanze su divani, materassi e sacchi a pelo, in giacigli di fortuna e, dopo le abbondanti libagioni, ci eravamo presto addormentati. Gli sposini avevano cercato riposo in altri luoghi meno incasinati.

Al mattino la celebrazione del matrimonio avvenne nelle sale che il Comune di Milano metteva a disposizione per unioni civili: un luogo sobrio e decoroso, nonché pieno di verde, luogo del quale ricordo assai poco. Ricordo, invece, il clima festoso, allegro e anche dissacrante che accompagnò la intera cerimonia; la contenuta presenza dei familiari stretti e la più goliardica partecipazione di amici e compagni.

Anche del pranzo di nozze ricordo poco, così come di cosa mangiammo e bevemmo. Ricordo bene, però che bevemmo molto e bene. Cosa che continuammo a fare anche dopo il pranzo. Insomma, per farla breve, eravamo proprio ubriachi quando tornammo a casa.

Qui gli eventi cominciarono a precipitare.

Gli sposi, mia sorella e il suo simpatico marito, scomparvero per andare a salutare altri amici e parenti; in casa rimanemmo io, i miei genitori e due amiche. I miei genitori si ritirarono presto nella loro camera.

A me e alle due ragazze venne la simpatica idea di festeggiare il matrimonio a modo nostro, vale a dire andando a letto insieme. Laddove andare a letto era un evidente eufemismo circa il modo e le condizioni di andarci: in buona sostanza decidemmo di darci a qualche sano gioco erotico per ben festeggiare quella ricorrenza di gioia e di felicità che non poteva essere esclusivo appannaggio della coppia appena sposata, ma che doveva degnamente e conseguentemente essere ben celebrata dai loro amici e parenti più stretti (noi tre appunto).

Non c’era alcun intento morboso, non c’era alcuna intenzione dissacratoria, non c’era alcun intendimento lussurioso; volevamo festeggiare, e volevamo farlo bene. Per cui decidemmo di farlo nella camera da letto degli sposi.

Ricordo con dovizia di particolari le fasi preparatorie di quello che si annunciava come una formidabile esperienza. I vestiti cadevano pezzo a pezzo per terra, o volavano in aria (ne trovammo qualcuno anche sopra l’armadio), i nostri corpi diventavano progressivamente visibili,  desiderabili, toccabili l’un l’altro.

Tacerò, e lascerò solo alla vostra immaginazione, le progressive fasi dell’approccio e del progressivo avvicinamento all’obbiettivo finale. Per una doverosa pudicizia, per una educata costumanza, per i residui elementi di perbenismo borghese che ancora mi pervadono. Sono un “gentiluomo” d’antan, e come tale salterò a piè pari l’illustrazione delle varie fasi che si succedettero in quella camera, in preparazione del “rito” finale.

Che non avvenne mai.

Perché a questo punto accade la tragedia.

Ho detto che eravamo nella camera da letto degli sposi, ma non sapevamo che per l’occasione i miei genitori avevano “preparato” (“conzato”) il letto nuziale: lenzuola di candido lino, ricamate a mano nei risvolti superiori, cosparse di confetti e petali di rose rosse. Tutto per accogliere la prima notte di nozze dei due sposini e non già per fare da talamo a tre giovani scapestrati.

E così, nel momento culminante dei nostri giochi satireschi, i miei genitori irruppero nella stanza stupiti e scandalizzati insieme della nostra viscerale irriverenza, della nostra totale mancanza di rispetto nell’aver violato senza pudore alcuno il letto nuziale preparato con cura ed amore dalle loro mani (nonché del fatto di trovarci completamente nudi).

Il letto, destinato ad accogliere la prima notte di nozze della loro figlia.

Il cambiamento di clima e di umore fu subitaneo. Benchè convinti di non aver compiuto nessuna sordida e vile azione, benché consapevoli di essere incolpevoli, se non del fatto di esserci fatti trascinare dall’ebrezza del vino e dal fascino del momento, ci ritrovammo come nella Cacciata dei Progenitori dall’Eden del dipinto di Masaccio, ad uscire mesti e vergognosi dal Paradiso terrestre, scacciati dalla invisibile ira del Dio onnipotente.

Non vi narrerò delle successive reazioni, né di quanto accadde dopo. Vi posso dire che per quanto mi riguarda, spento ormai ogni desiderio, non senza difficoltà raggiunsi il sonno. Colpito da grande mestizia, ritrovai un po’ di pace e di tranquillità solo dopo qualche ora, solo, sul divano di casa.

A distanza di tempo, e riflettendo su quanto accadde quella sera, tuttavia, il mio senso più grande non è quello della vergogna, o della colpa, bensì quello del rimpianto. Sì un grande rimpianto per una bellissima esperienza naufragata non già nel momento dell’ideazione e del suo concepimento (giacchè essa fu, come ho detto, del tutto spontanea e “naturale”), bensì al momento della sua pratica attuazione e compiuta realizzazione.

Sì, un grande rimpianto.

Nota aggiuntiva. Vedo che questo racconto è leggermente più breve degli altri (mi sono imposto di scrivere non oltre le due cartelle, per evitare di annoiare i miei affezionati lettori); e non mi piace allungarmi con eccessive circonlocuzioni per ripetere o “stiracchiare” un racconto. Quindi penso che questa relativa brevità sia da addebitare al fatto che ho vissuto davvero quell’episodio come una delusione, una mancanza, una privazione di esperienza. Fate voi. Accetto spiegazioni e valutazioni.

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