Viaggio in Transilvania (1a parte)

Rovistando tra pacchi di fotografie, ho ritrovato una raccolta di foto relative ad un viaggio fatto con Dora in Transilvania, quasi quindici anni fa (era l’estate del 2001).

E così mi sono ricordato di quel breve, ma assai “intenso” viaggio, in quella particolare ed interessante zona della Romania, durante il quale non sono mancati momenti di stupore circa le condizioni dell’ambiente e della popolazione, e insieme momenti di nervosismo e di vero divertimento. Provo a raccontarvi questa esperienza.

Partiti da Foggia, in auto, di buon mattino, la sera abbiamo dormito a Vienna; un breve soggiorno nella capitale austriaca, poi una tappa a Budapest. Infine siamo partiti per la Romania: Oradea, Cluj-Napoca, Sibiu, Brasov, Arhad. Insomma l’itero giro del massiccio centrale della Transilvania.

Appena entrati in Romania, la prima cosa che abbiamo notato è stata la campagna; una campagna poco abitata (a differenza della grande pianura ungherese, puntellata da abitazioni di campagna, stalle per animali, case, coltivazioni, bestiame), una campagna ampia, vasta, vuota. Occasionali grandi costruzioni di cemento abbandonate ci rappresentavano il disperato disegno di una industrializzazione forzata tradottasi in banale e malridotta archeologia industriale trasformata a sua volta in ruderi fatiscenti. Pochissime auto lungo le strade, qualche carro di legno trainato da cavalli, carri di legno che montavano ruote di pneumatici a segnalare elementi di (distorta) modernità. In prossimità di un villaggio un uomo che conduceva un bue, tirandolo con una grossa e robusta corda, legata ad una anello di ferro infilato nella narice dell’animale. Una immagine che avevo visto solo nei quadri a soggetto campestre di Fattori.

Questo il primo impatto con il Paese.

Prima sosta ad Oradea, il primo centro urbano dopo il confine con l’Ungheria.

Al tempo della nostra visita, dopo aver attraversato una anonima periferia, la cittadina si presentava assai tranquilla: strade diritte ed ordinate, traffico sopportabile (tranne gli onnipresenti e fumosi camion di produzione russa); ampi viali, un fiumicello abbastanza pulito scorreva lungo sponde verdeggianti e ben curate. Le costruzioni del centro erano state ristrutturate e ridipinte da poco. Complessivamente il centro cittadino appariva piacevole e ben curato con i principali edifici in un elegante e “leggero” stile barocco, quello che si ritrova nella tradizione mitteleuropea di questo stile di edifici. Una immagine complessiva di gradevole semplicità e bellezza, ma nient’affatto banale.

L’unica aspetto che segnalava la relativa arretratezza economica vista nelle campagne che avevamo prima attraversato, era costituito dai negozi, che si susseguivano senza interruzione lungo i viali della cittadina e fornivano ancora l’immagine di quelli (negozi) visti nei paesi d’oltrecortina, visitati prima della caduta del muro di Berlino; le griffe, il franchising, le grosse reti di distribuzione commerciale con le luminarie, i negozi sfavillanti e la relativa, fastidiosa, invadente pubblicità non era ancora arrivata.

Dopo la sosta ad Oradea, dritti (si fa per dire) a Cluj-Napoca. E qui abbiamo davvero cominciato ad entrare nella terra di Dracula !

Cluj- Napoca è infatti la vecchia capitale della Transilvania, anche se il suo nome è di derivazione latina: Cluj deriva infatti dal latino “Castrum Clus”, laddove “clus” si riferisce alle colline che la contornano e racchiudono; al nome Cluj venne poi aggiunto Napoca per volere di Ceausescu (vai a capire per quale dannata ragione).

Cluj- Napoca conserva alcuni monumenti di forte impronta gotica, a cominciare dalla bella Chiesa dedicata a San Michele, e alcuni monumenti significativi come il grandioso Monumento a Matteo Corvino, dove il bronzo rappresenta efficacemente uomini d’arme, con corazze, vessilli e lunghi baffi. Ma, oltre i monumenti, è l’intero centro cittadino che si conserva complessivamente assai interessante giacchè mantiene (per lo meno allora era così) una caratteristica e antica struttura, che permette gradevoli passeggiate tra le sue stradine e le basse abitazioni.

C’è da dire che è anche una città assai vivace e dinamica, per lo meno questa è l’impressione che ne abbiamo ricavato nel nostro (seppur sempre troppo breve) soggiorno.

Tra Cluj-Napoca e Tirgu Mures, nostra successiva destinazione, all’ingresso di un piccolo paese, un monumento ha subito attratto la nostra attenzione. Un cippo, sovrastato da un bronzo raffigurante una lupa che allattava due neonati: la lupa capitolina, quella che c’è giusto alla base della salita del Campidoglio a Roma. Io e Dora ci siamo rimasti per un attimo stupiti.  La lapide ci ha rassicurati solo parzialmente, infatti recitava: “Alla città di Ludus, Roma Madre, MCMXCII”.

E certo, lo sapevamo bene che da queste parti passava il “limes”, la linea che segnava il confine tra l’Impero Romano e i territori abitati dai “barbari”. Tuttavia l’aver trovato un simile monumento, con la relativa “dedica” ci ha lasciato interdetti. In verità ne abbiamo trovati anche altri di monumenti simili nel corso del nostro viaggio in quelle terre di Transilvania, ad indicare un legame che trova profonde connessioni nel lontano passato imperiale di Roma.

Arriviamo dunque a Tirgu Mures, e qui, già il nome indica che, sebbene anche questo sia stata nel passato un luogo “romano”, sono state le convulse successive fasi storiche a segnarne lo sviluppo, la crescita, la cultura.

Molto interessante il Palazzo della Cultura, decorato all’interno in grazioso stile Liberty (che da quelle parti si chiamava Secessione), a testimonianza di un passato e di una tradizione vivace determinata dalla numerosa presenza, in questa realtà, di una popolazione ungherese che qui ne importava non solo le aspirazioni, ma anche le pratiche culturali e le preferenze artistiche. Molto interessante, poco più in alto dell’attuale abitato, anche la Cittadella fortificata (realizzata nel XVII secolo sul terreno di un precedente fortilizio del XII secolo), recentemente (all’epoca del nostro viaggio) ristrutturata e assai ben conservata, con le mura, le torrette di guardia, i camminamenti coperti.

Non ricordo se fu qui, o nella successiva Brasov che assistemmo ad un altro spettacolo poco edificante. All’ingresso della città, lungo una strada, c’erano dei lavori in corso. La pesante massicciata della strada veniva divelta, mentre venivano effettuati tutti i lavori necessari per ricostruire un nuovo manto stradale, con la posa di pietrisco alla base, di materiali più raffinati sopra, fino alla stesura del manto di asfalto. Niente di eccezionale, salvo il fatto che questi lavori che noi vediamo normalmente svolti con l’impiego di macchine e sistemi semi-automatici (le cosiddette “macchine movimento terra”), venivano lì svolte da una fila di carcerati, molti con le divise a righe e qualcuno anche con le catene ai piedi, con l’utilizzo di vanghe, pale e picconi. Insomma una sorta di lavoro forzato.

E qui arriviamo a Shighishoara, la patria di Dracula, la capitale turistica della Transilvania e del turismo che vede nella ricerca di quei siti l’unica meta per visitarne zone e luoghi che invece offrono, come cerco di fare nel mio racconto, aspetti, elementi assai più ricchi ed interessanti di quelli relativi al solo mito del famoso bevitore di sangue.

(1 – continua)

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