Luigi Pinto

La notizia della strage arrivò improvvisa, come sempre improvvise arrivano simili notizie, anche quando sai e sei consapevole che può accadere qualcosa. Non che ce lo aspettassimo, ma erano anni difficili. Il confronto diventava spesso scontro; la mobilitazione era continua; si andava perdendo la spinta che aveva infiammato gli anni a cavallo del ’68, eppure il “desiderio” di raggiungere più elevate conquiste continuava ad appassionare gli animi.

Erano gli anni di piombo. Le stragi, gli attentati, le trame oscure coinvolgevano interi corpi dello Stato; interessi politici eversivi si nascondevano spesso e tristemente intorno ai quotidiani conflitti sociali. C’era l’indicazione da parte del partito e del sindacato di tenere un atteggiamento di estrema vigilanza ed attenzione all’interno delle nostre sedi e fuori di esse; non solo durante le iniziative e le manifestazioni, ma anche durante gli spostamenti, quando tornavamo a casa la sera ad ora inoltrata o come spesso capitava, soprattutto a noi giovani che avevamo pur sempre una “vita” da gestire, in piena notte.

Non poche volte fummo chiamati a vigilare le sedi, a controllarne i locali e le immediate vicinanze, nel timore di attentati e di provocazioni.

Insomma il clima in quegli anni era teso.

Per questo la notizia di una nuova strage, in quel mese di maggio del 1974, non poteva costituire un fatto del tutto sorprendente o imprevisto. Tuttavia, come sempre accade per le cattive notizie, fu un duro colpo.

Le notizie arrivavano frammentarie, ma sempre più delineavano un quadro drammatico anzi tragico. Una bomba, durante una manifestazione sindacale, indetta per protestare contro il terrorismo, a Brescia, molti feriti, ci sono anche morti, molti morti, una strage !

Di ora in ora, mentre si ricomponeva il quadro di quella tragica giornata e della manifestazione e della bomba fatta scoppiare, proditoriamente nella piazza, la dimensione di quanto stava accadendo, della gravità dell’attentato diventava più sconvolgente, sonoramente più grave.

Ci sono anche feriti, feriti gravi. Altri morti. Insomma alla fine il tragico bilancio fu stilato: 8 morti. Cittadini, lavoratori, pensionati, insegnanti. Soprattutto insegnanti perché proprio in qual punto della piazza, dove i fascisti avevano fatto esplodere la bomba, si erano dati appuntamento un gruppo di insegnanti del sindacato, per vedersi, per incontrarsi, per partecipare insieme a quella manifestazione.

Criminali assassini avevano armato una bomba, avevano proditoriamente procurato una strage, consapevoli di quanto stavano facendo, consapevoli che lì c’erano persone, uomini, donne, giovani, anziani che sarebbero morti, che avrebbero sofferto per quell’atto criminale e feroce.

Consapevoli anche, come la storia e le vicende giudiziarie successive confermeranno, che il loro atto barbaro e feroce, la loro azione vile e criminale, avrebbe trovato coperture e connivenze anche all’interno dei corpi dello stato, che avrebbero coperto mandanti ed assassini, che avrebbero depistato indagini e ricerche. E questo è scritto a chiare lettere nelle sentenze relative ai processi che si sono infruttuosamente succeduti relativamente alla Strage di Brescia. Un crimine nel crimine, vergognoso, offensivo, gravemente lesivo per una democrazia che non riesce a far luce su crimini commessi nei suoi confronti e nei confronti di propri cittadini a “riprova, se mai ve ne fosse bisogno, dell’esistenza e costante operatività di una rete di protezione pronta a scattare in qualunque momento e in qualunque luogo”.(Zorzi, giudice istruttore del secondo processo sulla Strage di Brescia).

E mentre le notizie arrivavano, mentre le informazioni si accumulavano a formare il quadro generale e i dettagli di quello spaventoso e criminoso attentato, una ulteriore notizia: c’è anche uno di Foggia.

Lo stupore, mischiato al dolore: chi ? come ? che faceva ? dove stava ?

Luigi Pinto, anni 25, insegnante.

Anche lui ucciso dalla bomba fascista, dalla canaglia feroce, dalla bestia assassina.

I funerali di Luigi Pinto a Foggia furono una cosa immensa, partecipata, corale. C’era una intera città, c’era la provincia, c’era gente che veniva da ogni dove. Non solo la piazza, ma tutto il centro citadina venne invaso da una folla incredibile di persone che volevano dimostrare partecipazione, solidarietà, vicinanza.

Io era incaricato di una parte del servizio d’ordine. Con una quarantina di lavoratori, braccianti agricoli organizzati, giunti appositamente con un pulman da Cerignola, dovevo tenere il fronte di Piazza XX Settembre verso Corso Garibaldi, la strada prospiciente la Prefettura, un punto delicato perché lì erano concentrate le camionette della polizia.

Ma il nostro servizio d’ordine quel giorno resistette solo pochi minuti: venne presto sconvolto, travolto, invaso, attraversato pacificamente dalle migliaia di persone, cittadini, uomini, donne, studenti, lavoratori che arrivavano da tutte le strade di accesso e ingolfavano, riempivano, sgomitavano in piazza e in tutte le vie adiacenti.

Quel popolo, quel giorno non aveva bisogno di servizi d’ordine. Era forte perché era popolo, massa consapevole dell’importanza e del valore di essere lì in piazza, testimone di un evento luttuoso, ma anche consapevole della risposta decisa, dura, compatta e convinta che bisognava dare agli autori della strage.

Gli striscioni portati per l’occasione con le loro parole d’ordine e i loro messaggi, dovettero ben presto essere ammainati e le migliaia di bandiere rosse del partito e del sindacato erano disperse come piccole macchie rosse in quella grande moltitudine.

Quel giorno ci siamo persi e ritrovati decine di volte, piangendo, urlando il nostro sdegno, cantando e poi di nuovo piangendo. Piangevamo di un dolore forte, di una partecipazione sentita, di una volontà corale che contava perché non si potevano contare quanti ne facessero parte.

Essere lì era come essere quel giorno in Piazza della Loggia a Brescia, a dimostrare una volontà compatta, un desiderio comune, una rabbia univoca.

Gli slogan si inseguivano nella piazza senza soluzione di continuità, insieme ai canti e alle canzoni di lotta, contro la brutalità fascista, contra la vigliaccheria dell’attentato, contro l’ingiustizia perpetrata ai danni di un cittadino che in quel momento sembrava diventare tutta la città.

Credo che quello sia stato uno dei pochi momenti collettivi e così intensamente e collettivamente vissuti da questa città; una città i cui difetti ben conosciamo, segnata dall’abusivismo edilizio, dallo strisciante malaffare, dal drenaggio di capitali attraverso l’intermediazione parassitaria, da un progressivo degrado sociale marcato dall’individualismo più sfrenato, dalla pericolosa carenza di un qualsiasi “sintomo” di senso civico.

Quel giorno la città ha saputo riscattarsi. Con la sua partecipazione comune, con il suo impegno convinto, con i suoi slogan gridati.

Uno sopra tutti: “Brescia, Milano, stesse bombe stessa mano”.

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Una risposta a Luigi Pinto

  1. zio gianfranco ha detto:

    bravo, ricordi nitidi e descrizione sentita e partecipe di quanto accadeva.

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