Delfi

Il mito narra che Giove lasciasse volare due aquile dai margini estremi del mondo, facendole viaggiare l’una verso l’altra. Il luogo in cui si incontrarono, il centro del mondo, era Delfi, “l’ombelico del mondo”.

Già questo primo racconto del mito, colpisce e coinvolge in una visione mistica che trascende la naturalità del luogo e gli conferisce un’aura, una dimensione, una collocazione del tutto particolare e speciale nell’immaginario personale e individuale di chi lo visita.

La visita del luogo, la sua collocazione, le rovine, la magnificenza del complesso, la dimensione delle strutture, che ancora si possono intuire dalla grandiosità delle rovine e dai reperti contenuti nel museo (da non perdere nella visita al sito), non fanno che arricchire e completare l’importanza del mito.

I Greci, che scelsero questo luogo per farne il loro più importante luogo sacro, un momento di unione che andasse oltre le divisioni e le frammentazioni delle strutture politico-istituzionali, non lo scelsero a caso; al contrario è il luogo stesso che, per le sue caratteristiche, ispira sentimenti di sacralità, di misticismo, di devozione.

Ho potuto visitare questo luogo in una giornata del novembre 2009, ed è stata una occasione giusta, giacchè in molti, avendola visitata nelle calde e torride giornate estive, ne sono tornati stremati, distrutti dalla calura che non concede tregua, sotto il sole a picco della grecia, in un luogo privo di alberi e di zone ombreggiate che non siano quelle, assai risicate ed ovviamente affollate, lasciate dalle colonne o dalle poche costruzioni ancora in piedi, ovvero dai pochi alberi che si possono trovare all’interno della zona archeologica.

Avendola invece visitata in una giornata molto fresca, abbiamo potuto gustarne fine in fondo il sapore, il gusto quasi metafisico, la magia quasi incantata del luogo.

La giornata era tipicamente autunnale, il luogo attraversato da una nebbia evanescente che si addensava e si diradava a tratti, conferendo un ulteriore senso mistico alla nostra visita. C’era quella pioggerella tenue e cangiante in nebbia che si concentrava per poi tornare a disperdersi regalando una magnifica veduta sull’intera vallata e sui suoi antichi monumenti.

La lunga salita, che segue ancora oggi quella antica della tradizionale via Sacra, serpeggia lungo il fianco del Monte Parnaso, la montagna lungo tutto il cui fianco si estende e si espande l’antica località di Delfi. Lungo la via Sacra, si susseguono i ruderi degli edifici e dei monumenti principali,  tutti di grande prestigio, ed oggetto del dono devozionale dei singoli, ma anche di intere comunità: come sempre in questi casi, il valore delle  offerte era proporzionale all’importanza e al peso, economico e politico, del committente fosse esso appunto singolo o collettivo. Non a caso uno dei principali edifici che si possono ammirare, attualmente quasi totalmente integro, è il tesoro di Atene, un tempietto delicatissimo in stile dorico, corredato (all’epoca della sua realizzazione) di statue e di ori di grande valore.

Ma prima ancora si possono ammirare il Toro di Corcira, offerto dagli abitanti di Corfù nel V secolo a.c.; l’ex voto degli Arcadi, l’ex voto dei Lacedemoni e molte altre costruzioni, statue, colonne e piccoli edifici che già dall’epoca micenea cominciarono ad essere eretti, posati, costruiti, consegnati e realizzati in questo luogo che era sacro per tutte le popolazioni della grecia, a cominciare dal periodo miceneo !

Tuttavia l’edificio che desta l’ammirazione più grande è il Tempio di Apollo, le cui rovine, quasi a metà della salita, danno subito la dimensione e il senso profondamente ascetico che il tempio doveva avere in origine insieme con l’immagine potente, forte e dirompente che doveva incutere la dimensione del tempio stesso agli umani che qui venivano in visita e in pellegrinaggio.

Il tempio di Apollo, infatti, tutto in stile dorico, possente, massiccio e forte, aveva 15 colonne laterali e 6 frontali. Il frontone orientale presentava, al centro, la quadriga guidata da Apollo con la sorella Artemide e la loro madre Leto. Secondo Plutarco, sull’architrave del tempio, era scolpito il monito “conosci te stesso”, motto successivamente ripreso da Socrate. All’interno bruciava un fuoco perenne, alimentato da rami di alloro, l’albero sacro al Dio, e si venerava la pietra sacra, l’Omphalos (l’ombelico, appunto).

Come ben si sa l’alloro era sacro ad Apollo perché in esso si era trasformata la ninfa Dafne, quando, tentando di sfuggire alla “presa” da parte del dio, si era rivolta a suo padre Penèo, dio dei boschi, per sfuggirgli. Ma era tanto l’amore di Apollo per Dafne, che questi decise di amarla anche nella sua nuova natura di pianta di alloro.

Potente è la scena, raccontata nelle Metamorfosi di Ovidio. Scena mirabilmente trasformata in plastica forma e spettacolare aspetto nel magnifico gruppo statuario realizzato dal Bernini e che ora si trova presso la Galleria Borghese di Roma. In quella statua l’artista coglie l’attimo in cui Apollo sta per ghermire Dafne, già la tocca; ed in quel medesimo istante la preghiera di Dafne viene accolta e il corpo della ninfa comincia a trasformarsi in pianta: fronde si sviluppano dalle sue mani, in foglie si trasformano i suoi capelli, radici si allungano dalle dita dei piedi, in corteccia comincia a tramutarsi il suo corpo.

Tornando alla descrizione della mia visita a Delfi, abbiamo seguito la via Sacra che si inerpica lungo il fianco del monte e, dopo aver superato il teatro, siamo giunti, nel punto più alto, su un pianoro dove era stato realizzato lo stadio. Lo stadio ha da un lato la gradinata scavata nella roccia, dall’altro si sostiene con un grande muraglione; ma la caratteristica principale è che conserva ancora i segni (le pietre) che indicavano i punti di partenza e di arrivo delle gare.

Non tutti i turisti arrivano fin quassù per le ragioni dette, ma vi posso assicurare che lo spettacolo è magnifico.

Quel giorno fummo raggiunti lì, sul pianoro dello stadio, da una moltitudine di turisti giapponesi che, con il loro tradizionale modo di visitare i luoghi, si erano avviati quando noi eravamo già a tre quarti della salita, ci avevano raggiunti e ridiscesero mentre noi eravamo ancora ad ammirare le antiche vestigia.

Noi invece ci attardammo tra resti e rovine, a godere di quel luogo bellissimo, quasi incantato. Ed ovviamente non mancammo di visitare i resti del Ginnasio e del Tempio di Atena Pronaia che si trovano al di sotto della attuale strada asfaltata e il Museo con la stupenda statua dell’auriga, uno dei pochi reperti bronzei di epoca greca.

L’industria del turismo, con le sue massificate e massicce “invasioni”, non ha risparmiato i comuni vicini a Delfi, riempiendoli di alberghi, alloggi e persino costruzioni di vario genere dove i turisti possono fermarsi a dormire; così pure si è riempita di ristoranti, taverne, negozi di souvenir che offrono prodotti generalmente assai omogenei e piuttosto standardizzati; tuttavia l’ampia vallata in cui sorge Delfi è stata risparmiata, almeno finora e speriamo ancora per molto tempo, dall’aggressività del cemento e dall’invadenza di negozi e infrastrutture varie, così che è possibile, come ho potuto fare anch’io, godere del grande scenario naturale nel quale il sito di Delfi si inserisce.

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