Roma – 1

Ho appena finito di vedere, con colpevole ritardo, lo ammetto, il bellissimo film documentario (chissà perché definito come “documentario” ?) “Sacro GRA”, e mi è venuto in mente che non ho mai scritto di Roma, delle mie visite e dei miei viaggi in questa città, delle tantissime volte che, nel corso della mia vita, ho auto modo di frequentarla, di conoscerla, di visitarla.

Eppure ci sono stato decine e decine di volte, eppure Roma è stata la prima città che ho visitato, eppure a quella città lego tanti dei miei ricordi di ragazzo, di giovane dirigente della federazione giovanile comunista, di sindacalista. Tanti ricordi di viaggi con Dora, con i miei figli, con amici. Tante occasioni di lotta, di manifestazioni, di incontri.

Credo che sia giunto il momento di richiamare alla mente quei ricordi e provare a scriverne, metterne sulla carta le impressioni, le cose meravigliose che ho visto, i momenti simpatici vissuti in quella città, difficile da vivere, ma sempre affascinante da vedere. Forse una città che si modifica continuamente e perciò offre sempre occasioni nuove ed originali di conoscenza, di contatto, di approfondimento. Una città fin troppo vivace, sempre piena di contraddizioni, ma sempre capace di offrire qualcosa, qualche spunto e qualche occasione di riflessione, ma anche di accendere sentimenti, moti dell’animo; capace di sollecitare momenti appassionati, voglia di approfondire conoscenze, ragioni per sviluppare riflessioni.

Ma andiamo con ordine. E ricominciamo dal GRA, anzi dal “Sacro GRA”.

Un film che dalla prima scena risulta accattivante e coinvolgente, almeno per quanti abbiano “frequentato” almeno in qualche occasione Roma e il suo raccordo anulare. Il film di Gianfranco Rosi, poi prosegue oltre le immagini presenti nella memoria e nel ricordo di migliaia di automobilisti che lo hanno percorso a velocità sostenuta o, la maggior parte delle volte, in lunghe file affiancate e incolonnate, per affrontare, descrivere in maniera quasi “empatica” il mondo che lo attraversa, lo circonda, vive intorno ad esso.

E non si tratta solo delle immagini quasi didascaliche delle “donnine”, dei chioschi e dei bar che si susseguono lungo lo snodo stradale, o nelle immediate vicinanze degli innumerevoli svincoli o degli scorci fotografici che è possibile vedere lungo il suo cammino. Ma di mondi che sembrano quasi “alternativi” alla frenetica vita del raccordo, quasi dei mondi paralleli che non si intrecciano ad esso se non per la coincidenza spaziale. L’anziano signore dalla lunga barba bianca con la figlia che studia nel monolocale di un moderno condominio ai bordi del raccordo; il botanico, che sembra più un entomologo, con sonde sonore e pozioni chimiche teso alla ricerca di un rimedio per liberare le palme da infestanti parassiti; una specie di principe isolato in una sorta di casa-castello in mezzo alle palazzine informi che circondano il raccordo; il barelliere del 118 che percorre il raccordo a bordo dell’autoambulanza; il pescatore di anguille che si affanna nella sua povera attività di pesca lungo il Tevere.

Insomma il Leone d’Oro, mi pare un premio giustamente attribuito a questo film.

Il fatto è che quando sono andato a Roma per la prima volta il GRA, il Grande Raccordo Anulare di Roma, croce e delizia di tanti automobilisti che a Roma o nei dintorni vivono o lavorano, “luogo” attraverso cui sono passati milioni di auto, camion, autobus e mezzi di qualsiasi tipo montati su gomma, cominciava a muovere i suoi primi passi.

Infatti il primo tratto del GRA fu inaugurato nel 1951 e quando io visitai Roma per la prima volta, a metà degli anni ’60, doveva ancora essere del tutto completato; in realtà i lavori proseguono ancora oggi, con continui allargamenti, ampliamenti delle carreggiate, nuovi svincoli, adeguamenti alla maggiori esigenze di traffico. E non potrebbe essere altrimenti per una arteria che ogni giorno vede transitare circa 160.000 veicoli, pari a 58 milioni di veicoli ogni anno lungo gli oltre 68 chilometri del suo tracciato.

Una simpatica notizia che ho appreso, è che GRA, è peraltro il nome dell’ingegnere che fu tra i più attivi ideatori e sostenitori dell’opera, si chiamava infatti Eugenio Gra. E siccome tutti si riferivano all’opera come “il Gra”, questo nome fu trasformato artatamente in un acronimo di Grande Raccordo Anulare. Insomma, il caso paradossale di un acronimo inventato prima delle parole che lo costituivano.

In occasione del mio primo viaggio a Roma, non conobbi affatto il Gra. Infatti viaggiammo in treno, io e mia zia, la sorella di mia madre, che volle portarmi con sé in quel viaggio nella capitale, prima di tante altre occasioni di incontro con quella città.

Arrivammo dunque in treno e tra i ricordi, seppure leggermente sbiaditi nel tempo, ho quello dell’arrivo alla Stazione Termini, affollata di treni e, come sempre, di passeggeri che in moto continuo arrivavano e partivano, scendevano dai treni affollando il grande atrio, o si dirigevano verso i cancelli di ingresso per raggiungere i binari con i treni per le diverse destinazioni.

Un crogiolo di genti e di voci che, seppure in numero minore rispetto alla confusione attuale si affollava, si accalcava, correva o passeggiava all’interno delle ampie strutture della stazione.

Prendemmo alloggio presso una piccola pensione nei pressi della stazione, luogo logisticamente molto utile per gli spostamenti all’interno della città e per un rapido e tranquillo rientro alla sera. La zona, all’epoca, non aveva ancora subito il pesante degrado successivo e rispetto ad oggi, era abbastanza tranquilla sia di giorno, che durante le ore notturne. Era priva di quella congestione di presenze, di “occupazioni” dei luoghi, dei marciapiedi e delle strade che oggi lasciano piuttosto interdetti e procurano un immediato senso di fastidio, tanto da cercare di evitarne, in molti casi, non solo la frequentazione, ma anche il semplice passaggio.

Di quella pensione ricordo davvero poco, se non che essa costituiva il sano e salutare approdo dopo le lunghe ed estenuanti passeggiate nel centro di Roma. Era il posto dove potevo soddisfare le esigenze fameliche di un ragazzo che ancora si doveva affacciare all’adolescenza, che aveva giustamente bisogno di ristoro e cibo dopo le attività quotidiane.

Non che mia zia fosse particolarmente rigida, anzi. Le mie richieste erano quasi sempre soddisfatte con sollecitudine. Ma c’erano alcune regole ben precise cui mi sono presto abituato e che sono diventate vere e proprie abitudini, tanto che le ho conservate ed ho anche cercato di insegnarle ai miei figli. Valga una per tutte, durante la giornata, durante le visite ai musei o ai monumenti e comunque fuori dai pasti, non erano previsti stuzzichini, dolci o salati, gelati, merendine o altro. Il gelato era previsto a fine serata, dopo cena e, durante la giornata, oltre, ovviamente, al pasto di mezzogiorno, potevo dissetarmi all’acqua fresca e dolce delle tante fontane che incontravamo lungo il percorso. Solo quella, nient’altro.

Cos’altro. Ovviamente il Colosseo e, soprattutto la Via Sacra, che si prolungava lungo i ruderi e le rovine del Foro. E poi il Vittoriale, la grandiosa torta, che come un pugno nello stomaco, rompe la straordinaria bellezza della veduta sui ruderi dell’antica Roma.

Pochi altri sono i ricordi di quella mia prima visita. Uno in particolare: la salita al Campidoglio, dove, all’epoca, c’era ancora la gabbia con una lupa, simbolo di Roma, appunto. All’epoca la cosa mi affascinò, prima che una maggiore capacità riflessiva mi inducesse a ragionare circa il fatto che tenere una lupa in gabbia non fosse proprio il massimo per rappresentare una forza intelligente e capace di governare il mondo antico.

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