Roma – 2

Non ricordo con precisione il mio secondo viaggio a Roma. Ricordo però le innumerevoli volte che ci andai quando cominciai a frequentare la Federazione Giovanile Comunista di Foggia e mi trovai a partecipare alle varie riunioni che lì si tenevano.

La sede della FGCI era allora in Via della Vite, una traversa di Via del Corso.

In quella occasione conobbi tanti della generazione dei sessantenni e dintorni che poi sarebbero diventate figure e personaggi della realtà politica nazionale e che ancora oggi occhieggiano dalle pagine dei giornali. Da Massimo d’Alema a Cuperlo, e a tanti altri.

Delle riunioni ricordo ben poco. Ricordo soprattutto le condizioni in cui viaggiavamo, costretti dalla scarsa disponibilità di risorse economiche ad adattarci come meglio potevamo. Viaggiavamo quindi soprattutto di notte con il treno che da Bari arrivava a Roma di buon mattino, facendo scalo a Foggia intorno alle ventidue. E poi il ritorno, sempre di notte, il treno che alle prime luci dell’alba arrivava a Foggia.

Viaggi estremamente disagiati, nei casi più fortunati seduti sui duri sedili di quell’odioso colore marrone delle carrozze di seconda classe; scompartimenti carichi degli effluvi emanati dalle decine di persone che affollavano quel treno. Qualche volta in piedi, o seduti agli strapuntini presenti nei corridoi; una volta, ricordo bene, dormimmo stesi sulle griglie portabagagli presenti negli scompartimenti al di sopra dei sedili. C’era tanta gente e noi eravamo stanchi: ci issammo sopra i sedili, salimmo e ci stendemmo sulle griglie; ci svegliarono che ormai eravamo arrivati a Foggia.

Si, perché eravamo giovani e, in qualsiasi condizione viaggiassimo, dormivamo. E questo almeno riuscivamo a farlo, anche se nelle complicate condizioni che ho descritto.

A mangiare era un’altra storia. In genere, con i pochi soldi a disposizione, si andava a mangiare in una stradina adiacente, dall’altra parte di Via del Corso. Se non ricordo male si chiamava “il Faciolaro”, e già il nome la diceva lunga; il menù corrispondeva sostanzialmente e principalmente al nome del locale, soprattutto pasta con legumi di vario genere, però porzioni sempre abbondanti ! Il secondo, il più delle volte, saltava. Pane e una bottiglia di vino.

Ci rimaneva qualche soldo per le sigarette e poi lunghe passeggiate in centro o in Via dei Fori Imperiali, per poi  raggiungere Stazione Termini in attesa del treno della notte.

Poi, passato al sindacato, il percorso si spostò verso Corso d’Italia, appena oltre le mura Aureliane. La situazione economica, anche in CGIL, non era rosea, ma qualche piccolo miglioramento lo potei subito registrare. In verità la maggior parte delle riunioni, così come i corsi di formazione, si svolgevano ad Ariccia, presso la scuola sindacale, una struttura a poche centinaia di metri dal comune di Genzano. Alla scuola sindacale c’era la mensa e la qualità dei pranzi era soddisfacente, e poi, soprattutto, la sera si poteva arrivare a Genzano. Porchetta romana se c’erano pochi soldi, oppure in trattoria, e lì era tutt’altra musica: pappardelle al sugo di lepre, oppure con i funghi, lepre al sugo o in salmì, piccione ripieno. Qui il pane era solo una aggiunta al coperto e vino, quello sfuso, locale, dei castelli.

In questo lungo lasso di tempo, e cioè fino al mio matrimonio, nel ’78, le visite alla città di Roma e ai suoi monumenti erano episodiche: le passeggiate in attesa di prendere il treno, qualche rapida corsa in città per le vie del centro, a volte una mostra particolarmente interessante.

Ma sostanzialmente erano viaggi di lavoro e quindi l’approccio con la città saltuario, limitato ed episodico.

Una volta andai a trovare mia zia, sempre lei, la sorella di mia madre, che nel frattempo si era trasferita a Roma per lavoro. Dire Roma, in questo caso, era un eufemismo. Abitava infatti a Tor Bella Monica, oltre il Raccordo Anulare (ecco che ritorna il Gra), in una delle palazzine del primo insediamento di quella borgata, prima che fossero realizzati i massicci interventi di edilizia economica e popolare che avrebbero stravolto quella e tante altre periferie dell’Urbe.

Erano abitazioni costruite negli anni del boom economico, economicamente e socialmente legate al disordinato sviluppo urbano ed edilizio della città, spesso assolutamente prive di un piano regolatore e di una qualsivoglia logica urbanistica. Costruzioni di vario genere e stile disseminati lungo le strade, qualche (rado) giardino privato, marciapiedi praticamente inesistenti o comunque assai rari e, laddove esistevano, comunque molto stretti. Potremmo definirle come la fase successiva alle borgate di pasoliniana memoria.

Per raggiungere casa di mia zia presi un taxi dalla Stazione Termini. Sembrava non arrivassimo mai: strade, viale, lunghi caseggiati, e poi viali, case, strade, incroci. Ad un certo punto incrociammo il mitico Gra, con la lunga teoria di auto che non si distinguevano se non per la luce dei fari, e poi nuovamente altre case. Il viaggio in taxi mi costò più di quello del biglietto del treno: non lo feci mai più !

Il soggiorno non fu certo lungo, ma seppure in quel breve lasso di tempo, potei accorgermi di un agglomerato sociale abbastanza compatto, quasi simile a quella di un grosso paesone; piccoli negozi alimentari o di frutta e verdura, la pasticceria (ottima), attività artigianali varie sistemate ai pianterreni delle abitazioni, la scuola, l’edicola, alcuni bar. Non posso dire che tutti si conoscessero, ma sicuramente la confidenza con cui nei vari negozi e nei bar sentivo svolgersi i dialoghi fra avventori e fra questi e i diversi gestori dei locali, sembravano impostati se non ad una confidenza, ad una sicura conoscenza e ad una lunga frequentazione.

Una situazione assai diversa da quella che avrei trovato molti anni dopo, quando furono realizzati i grandi casermoni di Tor Bella Monica, con il trasferimento di centinaia di famiglie, la progressiva “massificazione” di usi ed abitudini, il nascere dei supermercati e il progressivo degrado urbanistico dettato dal venir meno di luoghi di incontro e di aggregazione sociale, i tanti “spazi verdi” sporchi ed abbandonati, il diffondersi dello “spaccio”, l’affermarsi di forme di vita e di comportamenti sempre più marginali e degradanti sia dal punto di vista individuale che dal punto di vista sociale.

Un abbrutimento e un degrado progressivo che coinvolgeva quella come tante altre periferie urbane e che avrebbe progressivamente portato alle aberrazioni di oggi.

Ma, come ho detto a quell’epoca la situazione era sostanzialmente diversa e non ancora “compromessa”. Così ci tornai in viaggio di nozze, quando, sposandomi, decidemmo di trascorrere lì la nostra “luna di miele”. Sette giorni, ospiti nella piccola casa di mia zia.

Io ne conservo un bel ricordo, con quotidiani trasferimenti nel centro di Roma e visite ai monumenti più importanti. In quella occasione visitammo i Musei vaticani con le sue decine di statue e i meravigliosi capolavori che contengono. Inutile soffermarmi sulle singole opere o anche sulla inarrivabile e inimitabile Cappella Sistina: troppo note le molteplici ricchezze contenute nelle decine e decine di stanze e comunque impossibile e stupido raccoglierne una descrizione in un racconto di questo genere.

Ovviamente visitammo i Fori e tutti gli altri principali monumenti, mostre e musei; e soprattutto ci facemmo facilmente individuare dagli esperti occhi dei camerieri, come giovani sposini;  giovani ed inesperti della grande città, dalla quale tornammo carichi di regali e di oggetti vari (compresi un paio di lampadari !) acquistati nei negozi della capitale.

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