Roma – 3

E poi c’è stata la Roma delle manifestazioni. Ho partecipato a decine di manifestazioni di vario genere. Organizzate con autobus, treni, e qualche volta anche raggiungendo Roma in auto e per mio conto insieme a Dora e alla mia famiglia. Ma qui racconterò della mia esperienza solo in alcune di queste. Quelle che mi sono rimaste maggiormente nel cuore.

Anzitutto i funerali di Enrico Berlinguer, che è stata quella che dal punto di vista emotivo mi ha coinvolto maggiormente e profondamente e, penso, come me, abbia coinvolto le migliaia (un milione titolava all’indomani  “l’Unità”) di persone, di militanti, di comunisti, di simpatizzanti che erano presenti lì quel giorno in Piazza San Giovanni. Di quella storica giornata, delle profonde emozioni che ci travolsero tutti, ho già scritto (https://michelecasa.wordpress.com/2014/04/07/la-morte-di-berlinguer/) e non ci torno, se non per riportare il passo di un articolo di Mino Fuccillo su “la Repubblica del 14 giugno 1984: “(…)la promessa che il partito non lo smentirà, che i comunisti tenteranno di andare avanti nel suo nome. Ma è soprattutto da quegli uomini che si cuociono al sole che Berlinguer ottiene quel che aveva cercato per tutta la vita: la piena, pubblica e solenne legittimazione del suo partito tra le forze della democrazia italiana.”

E il ricordo acuisce il dolore per la perdita dell’uomo, del politico, dello statista, e ancor più per lo scempio che di quell’uomo, del suo partito, delle sue idee e del suo patrimonio di lotte ne è stato fatto, prima con la stolta “svolta” di Occhetto, ed oggi con la deriva renziana approdata ormai alle rive del peggior liberismo e del conclamato autoritarismo in cui è degenerato il partito. Un partito che non solo non è più comunista, ma neppure di sinistra e, (ahinoi), neppure democratico, viste le scelte concrete ed operative, direi autarchiche se non fossero fondate su uno scellerato patto stretto con evidenza palmare, insieme ad un tristo personaggio quale Berlusconi.

Tra quegli uomini che “si cuociono al sole”, c’ero io, mia moglie e tanti, tanti altri.

E poi c’è ancora il ricordo vivido della Manifestazione per la Pace del 15 febbraio 2013, quando il centro di Roma venne invaso da centinaia di migliaia di persone: uomini, donne, famiglie con bambini, persone con cani al seguito, gruppi politici, rappresentanti sindacali, bande, giocolieri, interi condomini. Un corteo festoso ed allegro partito con ben due ore di anticipo sull’orario convenuto perché la pressione della gente che arrivava, delle persone che scendevano dai treni speciali e dai pulman e si riversavano verso il luogo del concentramento era enorme.

Io non so se eravamo veramente tre milioni come gli organizzatori della manifestazione dichiararono. Quello che è certo che i larghi ed ampi viali romani faticavano a stento a contenere quella massa urlante e festosa, fatta di persone che appartenevano a strati sociali della popolazione, lavoratori, preti, suore, boy-scout, signore agghindate e giovani dalla barba lunga.

Quello che è certo che non solo Piazza San Giovanni era strapiena, ma che tutte le vie di accesso erano bloccate, paralizzate da una massa enorme di persone che non permetteva di andare né avanti, né di tornare indietro. Né serviva cercare di svicolare nelle traverse perché anche quelle erano strapiene. Io e Dora, che eravamo arrivati in auto per partecipare alla manifestazione e trascorrere qualche giorno a Roma, riuscimmo ad arrivare solo a metà di Via Emanuele Filiberto. Avanti non si poteva andare.

Ma lo stesso succedeva su Via di Merulana e lungo gli ampi giardini di Viale Carlo Felice; così pure dall’altra parte di Porta San Giovanni nelle strade tutte intorno alle Mura Aureliane. Una invasione, un corteo lunghissimo, una partecipazione sentita.

In quei giorni i balconi, le finestre delle case di Roma e di tutte le altre città, come anche nei paesi più piccoli avevano esposto la bandiera arcobaleno della pace. La bandiera sventolava, o era appesa, ai balconi delle case, nelle chiese, negli edifici pubblici, ad ogni pennone che si potesse prestare alla bisogna per segnalare una comune volontà di pace.

L’obbiettivo era tentare di fermare l’incredibile escalation di guerra che si appalesava nel mondo. Evitare quel collasso tremendo che sarebbe stata la guerra in Iraq, anzi contro il cattivo di turno, Saddam Hussein, il dittatore, che era in possesso, secondo la trita propaganda americana e dei suoi stolti alleati,  delle armi atomiche che avrebbe provocato morte e distruzione all’occidente civilizzato e democratico (armi che ovviamente non sono mai state trovate).

Fresca era la tragedia delle Torri Gemelle a New York, e infame il tentativo degli Usa di rivalersi a spese di popoli lontani per realizzare una rivincita in risposta a quell’atto terroristico; ma soprattutto utile a riaffermare ed estendere il proprio predominio sul mondo.

Non riuscimmo a fermare la guerra, anzi il conflitto iracheno ben presto risolto a favore delle armate americane e dei suoi alleati, divenne il detonatore di ulteriori conflitti e drammatici confronti che continuano a trascinarsi senza sosta e senza soluzione di continuità fino ad oggi, provocando immensi lutti, grandi dolori ed una infinità di strascichi che da un lato colpiscono pesantemente e direttamente le popolazioni del medio oriente, dall’altro marcano il feroce confronto per il predominio assoluto dell’imperialismo e del capitalismo finanziario che lo sostiene e lo fomenta.

Ma in quella giornata prevaleva la gioia, la felicità, il sorriso tra le centinaia di migliaia di persone, di giovani, di ragazze che avevano pacificamente invaso tutto il centro di Roma. Io ero con la mia bandiera arcobaleno che avrei successivamente portato a Londra, ad Assisi, a Gleneagles, ad Atene…..

E, infine, la grande manifestazione contro l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, tentativo perpetrato e non riuscito da parte di Berlusconi, e realizzato oggi da Matteo Renzi.

Non ripeto quello che ho già detto in apertura di questo scritto sul PD e sul suo segretario. In questo caso è evidente come, sia dal punto di vista simbolico che da un punto di vista sostanziale, si sia voluto attaccare, e in modo pesante il mondo del lavoro. Ma, fatto ancora peggiore, questo attacco violento e brutale è stato fondato su un obbiettivo di rottura sociale, di spaccatura all’interno stesso della forza lavoro, chiamando a pretesto i “privilegi” degli occupati contro la mancanza di lavoro dei disoccupati; i “diritti” dei vecchi, contro la mancanza di diritti dei giovani; il salario dei lavoratori contro la mancanza di reddito degli inoccupati. Con l’obbiettivo, estremamente pericoloso per la tenuta democratica del paese, di colpire il potere contrattuale dei lavoratori e di rompere la coesione sociale della popolazione.

Una propaganda falsa e bugiarda, degna della peggiore fase del MinCulPop (il Ministero della Cultura Popolare dell’era fascista). Era il 23 marzo del 2002. Una folla immensa, un risultato mai raggiunto prima: tre milioni di lavoratori in piazza a Roma, al Circo Massimo per il grandioso comizio di Cofferati contro il pesante attacco a danno dei lavoratori.

Neanche quella volta raggiungemmo il luogo del comizio. Viaggiammo in pulman e, benché fossimo partiti da Foggia in largo anticipo, dovemmo fermarci sul ponte all’altezza del Gra (vedete che torna sempre nei racconti su Roma !). Non si poteva procedere oltre con i mezzi. Ci incolonnammo con migliaia di altri, e proseguimmo verso il centro, a piedi, cantando gridando slogan, urlando la nostra protesta contro un governo antidemocratico che violenta e colpisce i lavoratori a favore delle forze dominanti del capitalismo finanziario.

Allora, come oggi. Anzi oggi ancor più di ieri.

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