Amare Foggia ? (2a parte)

Secondo esempio. La discussione sulla stazione di Cervaro e le polemiche sullo scippo della centralità di Foggia, come importante nodo ferroviario. A questo proposito vorrei far notare anzitutto che se di scippo si doveva parlare, sarebbe stato più opportuno parlarne con lo smantellamento dell’Officina GR e della struttura per il trasporto ferroviario delle merci.

Ma, a parte questo, a nessuno è venuto in mente che con Cervaro ci troveremmo nella situazione di avere due stazioni ferroviarie, con tutto ciò che ne consegue in termini organizzativi e logistici ? In buona sostanza verrebbero ad essere raddoppiate attività e funzioni di una stazione ferroviaria.

Se poi questa fosse collegata (e questo deve essere il vero obbiettivo) in maniera non solo più rapida, ma anche più efficace con la capitale da una parte e con il capoluogo regionale dall’altra, non ne guadagnerebbero le attività produttive (magari a scapito di quelle speculative che si determinano all’interno dell’area urbana)? Bisognerebbe chiedere maggiori collegamenti, maggiore frequenza dei vettori, dunque, e non già attardarsi in rivendicazioni codine.

Inoltre, se colleghiamo tutto questo al ragionamento prima fatto a proposito dei collegamenti per l’aeroporto, non ne potrebbe nascere l’idea di un grande polo di snodo, che interconnette le diverse direttrici di trasporto, modifica l’attuale assetto urbano, richiede scelte innovative ed originali per l’aggregato urbano attualmente esistente ? Se questo fosse con intelligenza legato alla promozione delle produzioni agricole e della loro trasformazione in collegamento non alla grande filiera agro-alimentare, ma alla rete di aziende esistenti sul territorio che tentano di preservare biodiversità, biologico, prodotti tipici e quant’altro, potremmo fare “bingo”.

Dunque queste soluzioni potrebbero  diventare una leva importante per ridare fiato attività economiche leggere, legate al territorio, alla riscoperta dei saperi antichi in funzione di una economia moderna, legata ad esigenze nuove del risparmio energetico, del recupero di risorse, del prodotti tipici e della biodiversità.

Chi deve fare queste cose ?

Mi pare evidente: se ciascun soggetto esistente nel territorio continua a guardare il proprio ombelico, il risultato sarà catastrofico e darà sfogo alle lamentazioni di cui ho detto all’inizio. Se invece si prospetta un circuito ed una rete anche di interessi parziali che sono però coordinati e finalizzati al Comune, si possono trovare le strade e le soluzioni più utili all’intera collettività. Quindi la Regione, il Comune, la Provincia, l’università, gli altri enti pubblici, ma anche privati ed associazioni e movimenti possono essere proficuamente coinvolti in questo disegno.

Ciò che serve in questo momento è soprattutto la volontà di mettersi in gioco, sacrificando una parte di meschini interessi, per un obbiettivo qualificato. E qui, l’apporto degli intellettuali, intesi non come semplici pensatori, ma come stimolatori di riflessioni, di indagini, di ricerca e, soprattutto di operativa capacità di orientamento e di intervento, possono assumere tutto il loro peso e il loro valore a servizio della comunità.

Parlare di Bene Comune significa sapersi riappropriare di saperi, di conoscenze che ci sono state scippate dalla logica della globalizzazione imperante, da un disegno economico che uccide attività produttive reali, concretamente presenti, operanti, produttrici di reddito, per sacrificarle alla logica della “ottimizzazione” della remunerazione del capitale, che altro non è che la resa alle perverse e distruttrici logiche del capitalismo finanziario che tanti danni procura alle persone, alle comunità, all’economia e alla società.

Questo significa, ovviamente, rompere con le logiche del malaffare, con soluzioni, proposte ed iniziative concrete che non si condensano in modo effimero, nelle fiaccolate e nelle estemporanee iniziative contro il malaffare e la “mafia” locale; significa cercare, trovare ed adottare percorsi estremamente concreti che edifichino scenari diversi da quelli attuali, tutti ripiegati alla ricerca di spazi e margini speculativi, incapaci di costruire o ipotizzare un qualsiasi futuro per la città e per il suo territorio; invertire radicalmente e drasticamente il ruolo di intermediazione parassitaria che questa città ha svolto nel corso di decine (anzi si potrebbe dire anche di centinaia di anni), per restituirle un ruolo propulsivo di creatività, di proposta, di realizzazione innovativa.

Decisiva deve diventare, all’interno del contesto che vado proponendo in queste note, il ruolo di soggetti autonomi, di movimenti, di gruppi sociali aggregati, con la partecipazione o meno del soggetto pubblico.

Ritengo infatti indispensabile, con “l’appassire” progressivo delle tradizionali forme organizzative (partiti politici in primis) che prendano soggettività, ruolo e spessore i movimenti e le organizzazioni, le associazioni e i gruppi di interesse.

Questo secondo un duplice aspetto. Il primo nel ruolo di soggetti che individuano, propongono e controllano le attività e gli interventi della pubblica amministrazione, o comunque dei soggetti pubblici e privati che agiscono ed operano su quegli interventi oggetto dell’interesse della associazione (o movimento) medesimo. L’altro, che mi pare ancor più interessante, è la possibilità di operare nella gestione diretta degli interventi e delle azioni collegate allo scopo o agli scopi della associazione medesima.

Sul primo aspetto è utile ipotizzare forme di consultazione e di partecipazione alle diverse fasi di un progetto. Sul secondo aspetto si possono ipotizzare una molteplicità di interventi utili ed interessanti per il perseguimento dello scopo medesimo.

Vorrei soffermarmi brevemente, a conclusione di questi due scritti, proprio su questo punto. Ritengo sia possibile, utile e necessario promuovere la possibilità che interessi o gruppi di interessi possano operare e gestire direttamente attività collegate allo scopo sociale delle associazioni stesse.

Faccio un esempio concreto. I giardini pubblici di Piazza Maria Grazia Barone. Giardini che in passato erano un vero e proprio “orto botanico”, lasciati praticamente all’abbandono; durante l’estate una parte di essi si trasforma in campo di calcio, in pista ciclabile con qualche rischio per i bambini che ci giocano all’ombra delle piante rimanenti; d’inverno luogo pressocchè abbandonato e regolarmente sporcato dagli escrementi dei cani che lo frequentano (cani è riferito ovviamente ai padroni delle bestie che non provvedono alla immediata rimozione delle feci dei loro fedeli accompagnatori).

Il luogo è stato oggetto di iniziative del Circolo “Amici della Domenica”. Non sarebbe ad esempio possibile affidare a loro, o ad una altra associazione di cittadini, senza fini di lucro e senza finalità di altro genere, la gestione dei giardini ? Ovvero stipulare una convenzione per la gestione di quel luogo, beninteso sostenendoli con la fornitura dei necessari mezzi tecnici per la gestione dello stesso ?

Non sarebbe utile recuperando lavoro volontario e amatoriale, riutilizzare proficuamente e positivamente quelle zone ormai votate al degrado e progressivamente interessato al taglio di essenze che lo priva della sua “vocazione” iniziale e del suo qualificato valore per la comunità ? Probabilmente bisognerebbe aggiungere una azione di controllo e di vigilanza, ma questo credo sia il meno, vista la possibilità di presidiare il luogo con la presenza di vigili urbani o dei fantastici vigili a cavallo di cui si è dotata recentemente la città di Foggia ! Fra l’altro, la presenza della locale sezione dell’Associazione Nazionale Bersaglieri e di quella dei Carabinieri (Nucleo di Protezione Civile), potrebbero coadiuvare in tale direzione.

Il costo per l’amministrazione sarebbe minimo, l’utilità per il “comune” estremamente alta, la riqualificazione del luogo garantita.

E’ solo un piccolo esempio, anche un po’ provocatorio, ma su questa strada si può operare per il recupero e il riuso di risorse, non finalizzandole alla speculazione, ma utilizzandola per la qualificazione del “comune”.

(Fine)

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