“Timbuctu”

Sicuramente avete presente la scena di “Arancia Meccanica” nella quale Alex, il principale protagonista, viene obbligato, con l’aiuto di un doloroso marchingegno applicato alle palpebre, a vedere immagini di violenza e di terrore.

Se lo richiamo non è per stabilire inesistenti paralleli con “Timbuctu”, ma perché, uscito dal cinema, dopo aver visto questo bellissimo e drammatico e tesissimo film, io costringerei una serie di persone, governanti, dirigenti politici, opinion makers a guardarlo e riguardarlo nelle medesime condizioni di Alex, magari senza neppure il sonoro.

Il perché ve lo spiegherò tra breve; ma andiamo con ordine. Consigliato da un caro amico sono andato a vedere il film “Timbuctu” di Sissako, il regista africano (del Mali) in visione in alcune sale (poche, marginali e con bassa affluenza di pubblico).

La storia è in sé assai scarna: Timbuktu, località abitata da una comunità islamica, viene occupata da estremisti religiosi; poco lontano dal villaggio il tuareg Kidane vive pacificamente con la moglie Satima, la figlia Toya e il pastorello Issan. Finché un giorno la sua mucca favorita sfugge al controllo e rompe le reti del pescatore Amadou, che la trafigge con una lancia. Kidane non accetta il sopruso, uccide accidentalmente Amadou e subisce l’arresto e la condanna secondo la nuova legge che hanno portato gli invasori.

Ma se questa è la trama, il racconto parla anche di divieti stupidi ed odiosi, per i quali le persone soffrono sottomesse al regime di terrore imposto dai jihadisti,  determinati a controllare le loro vite. Musica, risate, sigarette e addirittura il calcio, sono stati vietati. Le donne sono state obbligate a mettere il velo e i guanti, una coppia viene lapidata perché non sposata, una ragazza viene rapita per essere “data in sposa” contro la sua volontà. Ogni giorno una nuova corte improvvisata emette tragiche ed assurde sentenze ad opera di persone che non conoscono neppure la lingua del luogo.

La mia impressione è di una continuità tra “Bamako” (il precedente film di Sassako) e in “Timbuctu”. L’intricato miscuglio della violenza che non vive solo nel colonialismo, ma anche in chi la utilizza in modo strumentale per affermare il proprio dominio nella stessa terra d’africa; la violenza di neri e bianchi su neri. E qui (in “Timbuctu”), quella violenza ritorna esasperata dai divieti pseudo religiosi e dalla ricerca di un dominio speculare e funzionale al dominio più generale della globalizzazione.

La tragica ordinarietà del male, che è fatto certo dalla violenza, dalla guerra, dalla sopraffazione, ma che nasce da divieti stupidi ed odiosi, banali come ciò che didatticamente descrive Hanna Arendt nel suo fantastico libro (“La Banalità del male”). Ed anche l’ironia delle situazioni come nella scena western dei pistoleri neri (in “Bamako”), o in quella della partita a pallone, senza la palla (in “Timbuctu”). Una ironia sofferta, tragica, umanamente dolorosa, ancor più dolorosa ed assurda, perché vissuta nella ordinaria quotidianità del vivere.

Sissako riesce a far percepire la distanza abissale tra due mondi: “Da un lato uomini che cercano a fatica nella lingua araba la loro radice mentre impongono norme che condizionano anche la più quotidiana delle attività avendo spesso di mira le donne e dall’altra la vita di una famiglia che conosce l’armonia e la fedeltà (quella vera e profonda) nelle relazioni parentali e con la divinità” . (Giancarlo Zappoli in http://www.mymovies.it/film/2014/timbuktu/ ).

“(…) siamo di fronte a un’oppressione che arriva da fuori e prende a pretesto una supposta fede per sottomettere intere popolazioni.” (ibidem).

E veniamo quindi al perché e a chi obbligherei la vista di questo film.

Anzitutto a quanti per anni, anzi per decenni, hanno fomentato, sostenuto, armato ed addestrato uomini, gruppi, tribù con il solo obbiettivo di destabilizzare e rendere difficilmente gestibili a governi “legittimamente eletti”, il governo di aree, regioni e territori dell’africa, del medio oriente e dell’oriente, dopo aver preteso con le politiche coloniali di disegnarne confini, regimi ed organizzazioni statuali. Con la pretesa assurda di esportare modelli di democrazia che già nello stesso occidente mostrano i limiti di una crescita ineguale segnata dal dominio ampiamente selettivo e fortemente antidemocratico del capitalismo finanziario e dal suo carattere tipicamente predatorio.

Poi lo farei vedere a quanti hanno sostenuto e continuano a sostenere alcuni di quegli stati, che in altri tempi si sarebbero chiamati “fantoccio”, offrendo a questi una patente di legittimità democratica solo quando ne ritrovano convenienze di carattere economico e strategico militare, dimenticando anni di violenza di sopraffazione e di atteggiamenti antidemocratici nei confronti della popolazione, comportamenti totalmente illiberali, se non addirittura apertamente reazionari o frutto di veri e propri colpi di stato. E qui raccontare del regime di Ryad o dell’attuale “governo” dell’Egitto, degli atti compiuti, del loro quotidiano comportamento tragicamente sottaciuto dalle “fonti di informazione”.

Ancora lo farei vedere a coloro che parlano di scontro di civiltà, compresi quanti dicono di “temere” tale scontro, giacchè in costoro si nasconde la profonda ipocrisia nel rifiutare di comprendere che “(…) l’ascesa dell’Isis è l’ultimo capitolo della lunga storia del risveglio anticoloniale (di fatto si stanno ridisegnando i confini arbitrari tracciati all’indomani della Prima guerra mondiale dalle grandi potenze), e al tempo stesso è un capitolo della lotta contro il modo col quale il capitalismo globale intacca il potere degli Stati nazione.”  (Slavoj Žižek http://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2015/02/12/news/slavoj-i-ek-isis-cresce-perchenon-c-e-sinistra-1.199200).

Lo farei vedere a quanti pensano di fermare l’affusso di gente disperata ai confini come se questo non fosse la conseguenza di tutto quanto precedentemente descritto e come se fosse possibile fermare una massa di persone disperate che intraprendono viaggi suicidi pur di approdare in uno qualsiasi degli stati d’europa. Tralascio totalmente le risibili affermazioni sulla necessità di fermare una massa di persone che si stima in circa sette milioni di individui e che preme alle medesime frontiere.

Infine lo farei vedere a quelli che agognano di andare in guerra senza nemmeno capire su quali frontiere e a battere quale nemico, anzi senza neppure conoscere il nemico, visto il coacervo di bande e di interessi incredibilmente intrecciati che si inviluppano nelle varie aree di crisi, prestando il fianco ad interessi di allargamento e di ampliamento di zone di influenza di stati e governi dittatoriali.

No, quello dell’Isis (come il film di Sissako evidenzia) è fascismo puro, speculare e complementare ai processi antidemocratici che percorrono l’occidente. Un fascismo tollerato e persino in qualche caso sostenuto o, nel migliore dei casi sottaciuto e nascosto dall’occidente (che se ne accorge solo quando vengono colpiti uomini e soprattutto “interessi” occidentali).

Potrà sembrare azzardato, ma io vedo una continuità profonda, sotterranea tra le logiche che ispirano i processi di globalizzazione dell’economia e della società e le logiche della jihad islamica: ambedue protese a ricavare spazi di dominio che annullano l’individuo, la sua creatività i suoi saperi profondi, le pratiche che uniscono l’uomo alla terra, alla sua gestione, alla sua evoluzione costante e quotidiana, al pacifico riapparire del sole.

La perversa volontà di espropriare l’uomo, l’individuo delle sue capacità, delle sue potenzialità, della sua capacità e volontà di vivere una esistenza serena, tranquilla, dettata non semplicisticamente dalle “fasi delle stagioni”, ma realmente sospinta dall’ “evoluzione” continua ed infinita del mondo e dell’universo.

Sostengo questo, lo dico ancora una volta, non in una visione irrimediabilmente passatista, bucolica, volta a sviluppare una elegiaca rappresentazione della natura, ma protesa a portare in avanti a recuperare risorse , conoscenze, pratiche verso una visione avanzata della realtà, un assetto radicalmente diverso, orientato verso un uso pieno ed appropriato delle risorse, finalizzato ad una migliore condizione di vita per l’umanità intera e non per gruppi di privilegiati sempre più ristretti e minoritari che si arricchiscono sulla pelle della popolazione mondiale.

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