Eutanasia

Io credo che la mia generazione debba porsi l’obbiettivo di una rapida e definitiva scomparsa dalla scena. Sono sempre più convinto che essa debba avere il coraggio di imitare la nobile e drammatica scelta individuale di Lucio Magri, e procedere con decisione nella direzione da lui indicata.

Questo convincimento mi si è progressivamente imposto dalla continua e perdurante prcedere delle inutili, fallimentari ed esiziali iniziative che la mia generazione cerca di mettere costantemente in campo ed altrettanto costantemente vede attaccata, scompaginata, derisa da personaggi della medesima generazione (ma si potrebbe dire, estrazione, formazione, cultura).

Iniziative pur nobili e generose, intraprese quotidianamente per tentare di porre argine alla deriva neo-autoritaria di governi progressivamente e sempre più succubi delle logiche distorte, distorcenti ed escludenti derivanti dalla imposizione delle scelte criminali e criminose del capitale finanziario, si scontrano con obbiezioni, rifiuti, contrapposizioni, sottili distinguo che vengono riportate e riproposte con un malsano, a volte furbesco, ma comunque preoccupante e criminoso criterio che ha come risultato finale, quello di boicottare, impedire, fermare, bloccare ogni tentativo di scrivere non pagine, ma solo capoversi di una proposta politica alternativa alla deriva attuale.

E non parlo solo delle iniziative che a livello nazionale vengano bollate come vaghe ed evanescenti dal “manifesto” di Revelli, ad “Human factor” fino alla “coalizione sociale” di Landini. Parlo anche del tentativo di realizzare nel territorio iniziative, impegno, aggregazione alternativa al soffocante ed imperante dirigismo di stampo berlusconiano che si è diffuso ed esteso a tutto l’agire della politica istituzionale; e qui potrei citare il caso della Liguria, oppure Buongiorno Toscana o altre decine di iniziative che per l’intera lunghezza della penisola uomini e donne di buona volontà tentano disperatamente di realizzare.

Neanche cominci a parlare, neanche avvii una discussione, scattano meccanismi infernali degni dei conflitti aspri e dannosi che negli anni lontani della nostra gioventù dividevano i gruppi dei Marxisti-leninisti da quelli dei Marxisti-leninisti-maoisti, quelli di Servire il Popolo da quelli di Lotta Continua, quelli della Fgci da tutti gli altri.

L’unica differenza è che allora ci si muoveva all’interno di masse mobilitate ed orientate verso una prospettiva di cambiamento, adesso il confronto è ancora più esiziale, giacchè forte, ampio ed esteso è stato, nel corso degli anni, il riflusso, il rientro a pratiche di rinuncia, di delega, di rifiuto alla partecipazione e all’agire sociale collettivo. E quindi queste discussioni coinvolgono individui, persone, sempre più rinchiuse in cerchi, gruppi ed ambiti ognor più ristretti, e per di più logorati dal tempo e dall’età.

E confermo che questa mia impressione si riferisce ad un ambito, ad un gruppo ad uno spazio di persone comprese all’interno di una generazione: quella mia, quella che ha vissuto il ’68 e dintorni. La speranza, la volontà, l’illusione di un mondo migliore e la caduta nelle basse profondità del buio odierno. Una generazione luciferina, nel senso più pieno e completo del termine.

Ci troviamo stretti tra il volto vecchio e arcigno di Shaube, che la mia mente deviata assimila immediatamente a quella del vecchio Scrooge dei natali passati, e il volto dell’arrivismo rampante, de ideologizzato, arrogante e persino meschino in alcuni casi, di un bambolotto, un pupazzetto dei “ Toi Toys” come quello di Renzi, lustro e scintillante con i colori vividi e probabilmente anche intossicanti.

Il primo della generazione dei più vecchi, quella precedente alla nostra, sopravvissuti alla nostra opera di distruzione e di demonizzazione del potere costituito, sopravvissuti che, proprio perché tali, mostrano il loro volto più feroce e la loro determinazione più assoluta nel perseguire chi semplicemente si ostina a pensare diversamente da loro, oltre ogni ragionevole dubbio. Il secondo, rappresentante della generazione successiva alla nostra, piacevole accompagnatore per una gita in montagna, ma inverecondo rappresentante di una oligarchia succube e sottomessa ad interessi sempre più ristretti ed oppressivi.

Nel mezzo noi, schiacciati in un immane tritacarne, che la mia fantasia (sempre quella malata) assimila alle immagini fantastiche e crudeli di un quadro di Bosh.

Ecco perché penso che dobbiamo organizzare dei grandi “auto da fè”, dei roghi nel centro di ogni città, piccola o grande della nostra penisola e lì procedere alla eliminazione definitiva dei nostri corpi e delle nostre menti.

Non penso ad una immolazione purificatrice e catartica come quella dei bonzi durante la guerra del Vietnam, né al suicidio cinicamente utilizzato (e subitaneamente dimenticato) dagli ideologi del capitalismo di Jan Palach. Penso letteralmente alla eutanasia di una generazione, incapace di affrontare e portare a soluzione i problemi, le questioni, e le contraddizioni del proprio tempo.

Penso alla autoesclusione fisica dal dibattito e dalla discussione, perché se riprovevole è l’incapacità di successo, altrettanto grave è la volontà nei fatti realizzata, anche se concettualmente negata, di ostacolare una qualsiasi altra forma di organizzazione e di espressione. Chi non fa, tace. Chi tenta di far qualcosa, viene immediatamente additato al pubblico ludibrio.

O peggio ancora, c’è chi dedicandosi ad una ipotesi di ricostruzione storica, avvilisce e deturpa quelle trepide e labili tracce della trama che con grandi difficoltà e sacrificio individuale, taluni hanno disperatamente cercato di tessere dentro l’ordito faticoso della storia. O di quanti tentano ancora.

Dunque, bisogna prender atto che nessuna speranza può ancora esser posta in essere; nessun barlume di seppur lontana e tiepida possibilità, è ancora realizzabile, se non distruggendo totalmente, estirpando totalmente, eliminando dalle viscere estreme, l’esistenza stessa.

A questa conclusione giunti, c’è solo l’esigenza di una “criminal pietà” che ci conduca, senza esitazioni alla nostra auto eliminazione non solo da una compagine politica o da una possibilità di presenza scenica, ma alla totale e definitiva scomparsa, al fine di permettere ad altri, ad altre soggettività, ad altre rappresentazioni sceniche di mostrare capacità ed efficacia, che le nostre, oltre a rappresentare una compagine vecchia e desueta, ostacolano, impediscono, offendono persino la possibilità di una diversa rappresentazione, di un nuovo e originale dispiegamento del protagonismo sociale, di un rinnovato e diverso apparato scenico.

Senza timori, dunque, invece di attendere in forme traslucide ed offuscate il momento della pensione, senza attardarci quali ombre disegnate sul fondale di un desueto palcoscenico, senza tentare di riproporre rappresentazioni gloriose, ma ormai desuete, occorre che lasciamo il passo, che scompariamo, giacchè già solo le nostre ombre impediscono il dispiegarsi di una diversa soggettività, di una conflittualità dalle forme nuove e ancora sconosciute, da un possibile antagonismo tra soggettività diverse da quelle che hanno rappresentato l’immaginario della nostra azione, della nostra operatività, del nostro agire.

Scompariamo del tutto, nella forma più “drammatica” (nel senso di rappresentazione) possibile. Un gigantesco rogo illuminerà le piazze, le strada, i centri di città, paesi e contrade. Dalle nostre ceneri forse, almeno, potrà nascere la “fenice” del futuro. E, come nel caso di Giulio Cesare, qualcuno potrà calcolare quanti micron di noi vivrà nelle generazioni future, nell’essere futuro che percorrerà la terra, nella genìa che popolerà il pianeta.

Ma, una volta per tutte, senza di noi !

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