Il Corvo (1a parte)

“Vabbène”, affrontiamo questa storia del partito, del partito politico, intendo. Meglio ancora del partito politico oggi, allorquando il totale venir meno di una qualsivoglia identità organizzativa non solo ha disperso e frantumato i partiti che erano stati i soggetti dell’unità repubblicana, ma ha maciullato e disperso anche le ultime propaggini organizzative di questi, disperdendoli (o forse essi stessi in questo processo, provocando) nella “mucillagine” sociale che connota la realtà odierna del nostro paese.

Di queste note non farò un saggio, andando a riprendere definizione ed analisi, da Gramsci a Togliatti, fino a Berlinguer, né perseguirò ancor più impervie strade alla ricerca dei presupposti e delle matrici leniniste o addirittura marxiane. Mi limiterò, come sempre in questi miei scritti, a noterelle dettate dal mio intimo sentire e condizionate dalla contingenza degli eventi.

Ora, quando io penso al partito, mi sovviene automaticamente in mente la figura del “Corvo”. Il Corvo di pasoliniana memoria, quello che personalmente considero il personaggio principale del famoso film “Uccellacci e Uccellini”.

Molto si è detto e scritto su questo film e sulla figura del Corvo. Il film che è stato per anni un must di cineforum e dibattiti accesi ed appassionati. E molto si è detto sul ruolo, la funzione, l’essenza del Corvo. Pasolini lo scrive addirittura con una didascalia dentro il film: “Per chi avesse dei dubbi, o si è distratto, ricordiamo che il Corvo è un intellettuale di sinistra – diciamo così – di prima della morte di Togliatti”. E le immagini dei funerali di Togliatti, costituiscono per la intensità stessa delle immagini il segno della fine di un’epoca.

Difficile non vedere, a mio parere, in questa definizione l’essenza stessa del partito quale intellettuale collettivo, quale forza organizzata proponente una idea di società, una ipotesi di assetto sociale generale e da questa idea, capace di far scaturire un progetto, un programma politico.

Il film è del 1966, e dunque già allora, prima ancora della grande stagione delle grandi speranze che avrebbero infiammato la fine di quel decennio e negli anni successivi avrebbe tentato tra contraddizioni, spinte fortemente contrarie (le bombe, le stragi, la strategia della tensione) di realizzare un cambiamento politico e sociale di vaste dimensioni, già le menti più lucide cominciavano ad intravvedere un rischio, un pericolo nel dispiegamento della pratica politica di un partito.

Ma la crisi del partito, anzi dei partiti, fu a lungo tenuta nascosta, ritardata, allontanata, proprio da quella grande stagione di rinnovamento e di ansia del cambiamento che usciva fuori dalle fabbriche, dalle scuole, per riversarsi sul territorio, per rivendicare, così come era giusto un cambiamento radicale e profondo della società.

Come ho già detto in un altro scritto lo sforzo fu poderoso, riuscì a minare alle fondamenta il vecchio ordine, ma non è riuscito a creare una nuova organizzazione, un nuovo e più avanzato assetto sociale, una diversa, rinnovata e migliore società.

Le forze armate del capitalismo che si erano dapprima nascoste e avevano foraggiato le bombe criminali ed assassine, che avevano poi trovato nelle emergenti contraddizioni della sinistra, nella radicalizzazione del conflitto che era poi sfociata nella lotta armata di alcuni nuclei e gruppi della sinistra più radicale la giustificazione stessa della loro sopravvivenza, individuarono nella affermazione del capitalismo a livello globale e nell’affermarsi del capitalismo finanziario la loro nuova e più formidabile ragion d’essere.

Ed è evidente che questo nuovo scenario, questo nuovo ordine mondiale che si dispiegava in maniera totalizzante ed asfissiante in e su tutto il pianeta, distruggendo risorse umane e materiali, impoverendo popoli, territori, generazioni intere non aveva più bisogno di una partito, bensì di meri esecutori delle strategie che esso poneva in essere. Il partito avverso, proseguiva intanto una lenta strada verso la propria auto dissoluzione.

E dunque, dopo una stagione di affermazione, ma che già segnalava evidenti segnali di cedimento e di riflusso, il partito, così come il Corvo di Pasolini, è stato l’oggetto di un tragico pranzo, di un sacrificio definitivo, di un osceno banchetto, i cui convitati non hanno saputo sottrarsi, così come non hanno saputo organizzare una diversa linea di difesa e di contrattacco alla strategia vincente. Cosa ancor più tragica il banchetto, ordito dall’avversario, è stato realizzato ad opera proprio dei soggetti stessi cui il Corvo stesso si rivolgeva e tentava disperatamente di interloquire.

Terribile è la morte del Corvo. Terribile la morte del partito.

Giacchè ad esso si è sostituito il notabilato dei potenti, la logica delle consorterie piccole e grandi, dal piccolo comune al governo, passando attraverso province e regioni; è sparita ogni “idea di partito come associazione volontaria di individui che condividono un insieme di principi e di valori e cercano di tradurli in programmi e in azione politica” (Antonio Floridia, il Manifesto, 17 marzo 2015).

Questo disgregarsi progressivo e continuativo ha coinvolto il partito, chi al suo interno si è illuso di poterne reificare o semplicemente ricordarne l’esistenza precedente (le risibili sopravvivenze di una autodefinita sinistra interna, minoritaria ed esiziale nei contenuti e nelle proposte); ed ha altresì coinvolto chi e quanti hanno cercato di sottrarsi a questa progressiva e disperante deriva, tentando di mantenere in piedi moduli e forme di organizzazione partitiche che si riproducevano pur sempre e soltanto all’interno delle logiche precedenti ed ormai non più adeguate alla conflittualità tutta nuova ed originale che si andava affermando nella società e nella organizzazione dell’economia.

Che “(…) un’idea di partito non è mai solo un modello organizzativo, ma presuppone un’idea di democrazia” (ibidem). In assenza di un partito capace di definire i propri confini ideali e politici, un partito capace di dare un senso all’essere parte contro altre parti, questo si è trasformato (ed ha contribuito purtroppo a trasformare altri) in un confuso assemblaggio di feudatari e di vassalli, un partito calamita per i più disparati gruppi di potere.

Non è un caso che l’unico momento nel quale è stato possibile riannodare faticosamente i tratti di una identità politica che ormai sfuggiva ad ogni logica operativa conchiusa entro queste coordinate, siamo dovuti ricorrere ad una bandiera onorabile, ma straniera. Siamo dovuti ricorrere ad un richiamo identitario che era fuori dai confini e dalle politiche nazionali, abbiamo dovuto alzare il nome incontaminato di Tzipras e di Syriza per disegnare faticosamente i confini di una idea, di una proposta, di una alternativa.

E neppure questo ci ha messo al riparo, dopo le elezioni, dalla fuga di persone e di gruppi, dallo smarcarsi e dal riaffermarsi di interessi particolari (nobili e meno nobili); comunque, come era ovvio, non è stato possibile dare a quel momento di aggregazione una continuità, una organizzazione, non già una struttura organizzata, ma neppure un simulacro, un’occasione per il convergere di opinioni differenti.

E’ per questa ragione che recentemente ho evocato, provocatoriamente, un gigantesco ma consapevole momento di autodistruzione, di auto eliminazione della mia generazione intera. Come il Corvo, che era assolutamente consapevole della fine che avrebbe fatto, nel film di Pasolini, come nella realtà.

Ma di questo continuerò a parlare nella seconda parte di questo scritto.

(1a – continua)

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