Il Sabato del Villaggio

Non vi propino una analisi letteraria della poesia, né una riflessione sulle nostalgie leopardiane. Quello che intendo fare è raccontarvi dei miei sabati, o meglio delle serate del sabato sera così come le trascorro in compagnia di mia moglie e di qualche amico.

Un racconto per sorridere e per “leggere” ironicamente di come trascorriamo i nostri sabato sera. Assai lontani dalle “febbricitanti” ed “ansiose” immagini descritte in memorabili film, o dalla effervescente canzone di Jovanotti; neppure quello in intimità della vecchia trasmissione di Falqui e Jurgens (parliamo della fine degli anni ’60), o, appunto nella palpitante e dolorosa poesia prima accennata, e comunque abbastanza lontani dalla “movida” tradizionale che coinvolge giovani (e meno giovani) nelle serate, appunto, del sabato sera.

Sono serate che normalmente trascorriamo in relativa tranquillità, in genere “andando fuori” per assecondare una abitudine che si è ormai inverata nella nostra vita, e anche nella diuturna abitudine che ci vede emergere dalla stucchevole serata distesi sul divano di casa a scegliere tra i pochi film interessanti, le trasmissioni in programma o, se tutto va bene, nel correre dietro a qualcuna delle poche iniziative di carattere sociale e culturale che punteggiano (non più di tanto) il panorama della nostra misera città di provincia.

Tutto comincia al venerdì pomeriggio con una telefonata, alternativamente a carico nostro o dei nostri consueti amici. Invariabile lo scambio di battute iniziali:

“Che facciamo domani sera ?”

“Una pizza o dal cinese ?” (laddove “pizza” sta per la solita ed abituale pizzeria e “cinese” sta per il  ristorante cinese, sempre lo stesso da anni).

A questo iniziale scambio di battute segue una lunga conversazione su una miriade di argomenti tanto evanescenti, quanto insulsi, che divagano dallo stato di salute fino a cosa cucinare la domenica successiva, magari passando anche attraverso stucchevoli discussioni sul lavoro, sulle attività di casa e quant’altro di banale, ovvio e scontato si possa immaginare.

Al termine di questo reciproco scambio di informazioni, implacabile giunge la conclusiva domanda:

“Allora, cosa abbiamo deciso ?”

Immancabile la risposta:

“Va bene andiamo in pizzeria. Ci vediamo alla solita ora” (laddove l’”ora” è così solita ed uguale a tutte quelle degli appuntamenti precedenti, che ormai non si specifica più).

E questa sorta di sceneggiata si ripete, con una puntualità che si potrebbe persino definire oscena, immancabilmente ogni venerdì pomeriggio.

Urgono alcune precisazioni. Innanzitutto rispetto al luogo (la pizzeria). Non è che nel corso degli ultimi decenni (da tanto infatti dura questa costante abitudine), siamo andati sempre nella stessa pizzeria. Abbiamo frequentato per anni e consecutivamente un locale bello e simpatico, del quale potremmo narrare le successive modifiche strutturali, quali le avessimo compiute noi stessi: allargamento della sala, ampliamento della struttura, nuovo parcheggio, costruzione di uno spazio esterno, prima solamente per l’estate, poi progressivamente attrezzato per l’inverno con stufe, poi ancora completato con una struttura mobile in legno e via discorrendo.

Poi, per un altro lungo periodo di tempo, abbiamo frequentato un locale estremamente intimo per le dimensioni e per il rapporto che avevamo stabilito con la proprietaria-cameriera-tuttofare. Un luogo simpatico e divertente, diventato troppo presto eccessivamente frequentato e, date le dimensioni fortemente ridotte, molto affollato.

Attualmente è il turno di una pizzeria a conduzione familiare, centrale, poco costosa ed ancora non troppo frequentata. Ci garantisce una quantità sufficiente di tranquillità, riservatezza e gradimento della reciproca compagnia. Prevedere quanto durerà questa sopportabile condizione è difficile, ma, al momento il problema è ancora lontano dal porsi.

Devo anche ricordare che in alcune occasioni abbiamo optato per una poco tradizionale “pizza da asporto”, acquistata in qualche locale vicino casa e consumata, appunto, in casa, dividendoci i compiti tra chi provvedeva all’acquisto della pizza, chi a quelle delle bevande e chi a portare “il dolce”, naturale completamento della cena.

Non è che non abbiamo tentato di modificare queste “tradizionali” abitudini. Per alcune settimane ci siamo posti il problema di differire la pizza al venerdì sera e dedicare il sabato ad una qualche iniziativa di tipo “culturale”. Il problema è stato che dopo alcuni sabati trascorsi migrando da una soporifera commedia in vernacolo foggiano, ad una “performance” musicale che riproponeva un estenuante percorso nella canzone napoletana e, infine, una serata di poesie, abbiamo gettato la spugna e siamo tornati al palinsesto abituale e ripetitivo, ma comunque meglio garantito.

Occasionalmente ed eccezionalmente introduciamo qualche variante: una cena a casa di qualcuno di noi; per esempio in occasione della venuta di qualcuno dei consuoceri. In questo caso abbiamo la possibilità di ampliare i confini del nostro ristretto gruppo con esiti alterni: a volte divertenti ed esilaranti (come in occasione della visita di alcuni “parenti” polacchi), a volte più statiche e stucchevoli, come in occasione di alcuni compleanni.

Queste occasioni “eccezionali”, rompono la normale ritualità, come anche altre occasioni del tutto eccezionali, che siano un compleanno, l’uso di una nuova casa, qualche particolarissima ricorrenza come la pasqua e, soprattutto la pasquetta; ma, in genere, l’andamento dei fine settimana rimane assolutamente fisso e ripetitivo. Interrotto, magari, dalla pausa estiva, per cui l’andare in ferie sembra quasi una pausa nell’abituale ripetersi del sabato sera.

Anche i luoghi di incontro, e, parallelamente, i luoghi in cui ci lasciamo dopo aver consumato la pizza ed una breve passeggiata, sono sempre gli stessi. Dieci metri più avanti, dieci più indietro. Frettolosi i saluti, se fa troppo freddo, più lenti e godibili se la temperatura e il clima lo permettono (ovvero se la prostatite non impone, “malgrè nous” saluti ancor più accelerati).

A volte mi riprometto di registrare le nostre conversazioni a tavola, per riportarle in testo e quindi “storicizzare” in qualche modo il livello, lo stato, l’evoluzione delle discussioni. Ma poi mi rendo conto che per la gran parte le nostre chiacchiere sono così tremendamente ripetitive che una “estrazione” ed una loro successiva riproposizione rischierebbe di perpetrare identiche situazioni per tempi estremamente lunghi e risulterebbe solo, semplicemente, inutilmente ripetitivi.

Eppure l’attesa del sabato sera continua ad essere il filo rosso che punteggia l’intera settimana, carica di aspettative, di ansie e di attese. Che avesse ragione il buon Giacomo ?

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