I “novatori”

Ho trovato questo termine, “novatori”, in un articolo di Piero Bevilacqua su “il Manifesto”. Non so se sia stato usato per la prima volta da lui e in questo scritto, ma mi è sembrato così vivacemente espressivo della realtà (o meglio della irrealtà) che ci viene propinata da schiere di personaggi, dalla politica, ai giornalisti, agli “opinion makers” in genere, che mi è sembrata subito affascinante, bella e coinvolgente.

Per correttezza e completezza il pezzo nel quale compare l’espressione “novatori”, è il seguente: “Ma, senza voler qui aprire un infinito rosario di recriminazioni, occorrerebbe almeno ricordare che l’inerzia e il silenzio dei sindacati hanno non poco favorito l’iniziativa dei novatori.” (Piero Bevilacqua, il Manifesto, 27 marzo 2015).

Si tratta, infatti di un interessante articolo sul ruolo del sindacato nelle attuali condizioni date dalla trasformazione delle forme del rapporto dipendente, dagli elementi di precarietà, aleatorietà e scarsezza che lo contraddistinguono, nonché delle necessarie ed auspicabili nuove coordinate che dovrebbe assumere una struttura (o delle strutture) di rappresentanza ad esse dedicata e finalizzata alla sua positiva e propositiva riorganizzazione.

Ma non è su questo argomento che intendo dilungarmi nel presente scritto, quanto sull’efficace neologismo utilizzato.

Dico neologismo anche se il termine è compreso nelle voci del vocabolario Treccani: “novatóre s. m. (f. -trice) [dal lat. tardo novator -oris, der. di novare «innovare»], non com. – Chi introduce novità (nel costume, nella tecnica, nel linguaggio, negli studî, nella scuola, nella politica, nelle istituzioni, ecc.)(…).”

Quindi un termine “non comune”, e per di più proveniente da un “latino tardo”.

Già questo potrebbe bastare, ma Bevilacqua continua imperterrito: “Alla bulimia consumistica dei cittadini del nostro tempo occorre dare in pasto sempre nuovi prodotti. Basta che siano nuovi all’apparenza. Se poi il nuovo che si impone demolisce antichi diritti, cosa importa visto che questo è il suo autentico fine ? L’importante è “andare verso il futuro.” (…) “La menzogna pubblicitaria che oggi ispira la politica rivela, fra le altre cose, come il conflitto insonne che i poteri economici e finanziari muovono contro i lavoratori, persegue sempre più l’innovazione simbolica e cerca di raggiungere pubblici vasti.” (cit.).

Ecco l’efficacia del termine “novatore”. Non qualcosa di nuovo, che porta insito nel suo più intimo sentire l’idea, l’ipotesi, la possibilità di introdurre qualcosa di nuovo, un cambiamento possibile, una trasformazione più avanzata; ma semplicemente il concetto di una astratta novità, il contorcimento linguistico che trasforma irrimediabili arretramenti normativi sulla tutela del lavoro definendoli riforme, contorsioni della storia che stravolgono e arretrano l’impianto di una costituzione democratica.

Dico efficace perché a me pare riassumere la sostanza profonda di quello che è diventata l’attuale fase della politica italiana nella sua massima rappresentatività impersonata nella figura del suo novello e (finora) incontrastato “conduttore”: il “premier” Renzi.

Cosa importa se la produzione industriale a gennaio è calata del 2,5%; cosa importa se ci sono 6 (dico sei) milioni di persone, soprattutto giovani, disoccupati o inoccupati, cosa importa se l’ambiente viene inquinato da dissennati impianti per l’estrazione del petrolio.

L’importante è dare l’immagine, la sensazione di fare presto, di muoversi, contro una “casta” che non ha saputo far nulla, che si attarda ancor oggi in “superflue” diatribe verbali, in futili discussioni formali. E così la denuncia di ritardi indiscutibili e di colpevoli inazioni perpetrate dai gruppi dirigenti e dai governi che si sono succeduti nel corso degli ultimi venti anni, diventano il pretesto per attuare pratiche di restringimento della democrazia formale e sostanziale; divengono la motivazione per colpire fino in fondo ogni spazio di capacità contrattuale dentro i posti di lavoro; diventano veri e propri regali agli industriali e a coloro che detengono gli affari in questo nostro sempre più povero e diseguale paese.

Espressioni vuote, scritti evanescenti, concetti “parolai”, quelli che scrivo in queste note ?

E che cosa dire della deriva antidemocratica intrapresa da una legge elettorale e da una riforma costituzionale che, in ticket tra loro, ci porteranno ad una repubblica nella quale i poteri vengono sempre più concentrati a favore di una ristretta minoranza parlamentare e da un governo di stampo presidenzialista ?

E che cosa dire del fantastico Job Act (da notare l’eufemismo inglese), che rastrella risorse per i servizi, per i cittadini, per le comunità per offrire sgravi fiscali alle imprese, le quali alla fine non daranno nuova occupazione, ma occuperanno personale già utilizzato con forme contrattuali spurie in nuove forme contrattuali beneficiando di quei soldi, di quelle risorse sottratte alla comunità.

E infine che dire del famoso provvedimento degli 80 euro per ogni lavoratore (cosa che ha determinato l’ampio successo elettorale di Renzi), che con la stessa cifra avrebbero potuto trasformarsi in 250.000 nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato. (Vedi  Tonino Perna in https://anpicatania.wordpress.com/2014/11/09/elogio-del-posto-fisso-fonte-il-manifesto-autore-tonino-perna/)

Questo solo per parlare della demagogia e della strumentalità di proposte e iniziative politiche del governo che sono dettate, sotto la spinta di una politica di austerità imposta dai poteri economici forti, dalla chiara volontà di garantire spazi ed occasioni di guadagno a favore delle oligarchie finanziarie.

Giacchè, ma lo dico per inciso, perché mi porta fuori dal ragionamento che sto cercando di sviluppare, basterebbe qualche taglio alla spesa militare (gli F35 ad esempio) per trovare risorse ingenti da mettere a disposizione di una diversa politica economica.

Il punto vero è, invece, che i “novatori”, agiscono, consapevolmente, avendo per obbiettivo l’esatto contrario. Non diritti, democrazia, lavoro, giustizia sociale, legalità, reddito, Europa. Ma l’esatto contrario.

Non innovazione, nelle scelte, nelle strategie, nelle proposte, nella progettazione di una idea nuova di stato e di società. Al contrario i “novatori” ripropongono vecchie e logore logiche, che, ammantate di populismo, nascondono la desueta, ma non ancora consunta, strategia di oppressione, diminuzione dei diritti, ulteriori sperequazioni sociali, diminuzione dei redditi, austerità (ovviamente per i più deboli).

E questa pratica politica, condita dall’uso spregiudicato della tecnologia (twitter, comunicazione digitale, ecc), nonché da uno stile comunicativo evoluto ed avanzato, accompagnato infine da una informazione che (come sostiene giustamente un mio amico che il giornalista lo fa da quarant’anni per mestiere) ormai non è più tale, ma è ridotta al mero rango di “comunicazione”, obnubila le menti, coinvolge l’immaginario collettivo, coinvolge l’irrazionale speranza che cova dentro di noi e diventa surrettiziamente la base di un consenso altrimenti immotivato e immotivabile.

E così che i “novatori” riescono a nascondere quella che rimane la contraddizione fondamentale: che il lavoro è l’elemento vitale del capitale, ma anche il suo avversario.

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