Onirico 9

Saranno state le quattro “braciole” di cavallo che ho mangiato ieri sera, ma il sogno di questa notte è stato mitico, direi quasi “eroico”. Un sogno lungo, complesso, che però mi ha lasciato serenamente dormire e mi ha regalato un risveglio estremamente tranquillo.

Dunque, il sogno. Anzitutto devo dire che sembrava proprio un film, rigorosamente in bianco e nero, l’immagine sembrava addirittura quella di una pellicola un po’ consunta dal tempo. Il sogno (o il film, come preferite), era ambientato nella Spagna della guerra civile, negli anni trenta del secolo scorso; ed io ero uno dei protagonisti, uno dei quattro per la precisione. So che eravamo in quattro, ma non ricordo di aver individuato o riconosciuto nessuno degli altri tre personaggi, né ricordo nessuna delle numerose persone che pure, sono consapevole, erano con noi, insieme ed intorno a noi nelle varie fasi del sogno.

Insomma ero un combattente della guerra civile spagnola, chiaramente un antifascista e ne seguivo, partecipandovi attivamente, tutte le fasi epiche e sfortunate di quella guerra: dalla difesa di Madrid, al progressivo ripiegamento verso la Catalogna, fino all’attraversamento dei Pirenei per riparare in Francia.

Prima ferito ad un braccio, e amorevolmente curato in ospedale, poi partecipando alle diverse e varie battaglie (anche se non ricordo azioni specifiche di combattimento).

Le immagini si dipanavano l’una dopo l’altra, alternando luoghi, mappe e carte geografiche: ampie vallate, alti pianori, zone boscose. Un particolare lo ricordo in maniera precisa: il cielo era sempre sereno.

Un bel sogno davvero !

Sogno. Partecipo ad un convegno; c’è molta gente, è un luogo piuttosto grande, forse un palazzetto dello sport, ampie gradinate affollate, al centro tanta gente seduta occupa il parterre. Con un amico percorro le scale in salita che mi conducono fuori dal luogo dove si tiene il convegno per una breve pausa, forse per andare a prendere un caffè o comunque per distrarci un po’.

Sulle scale incontro una donna che mi consegna delle lettere, sono un pacchetto abbastanza consistente, seppure me le porge con un’unica mano. Sono distinte in tre gruppi secondo la consegna che, a mia volta, devo farne.

Non comprendo l’uso e il significato di quelle lettere, per cui mi rivolgo ad un ufficio per chiedere delucidazioni. L’ufficio diviene ben presto la porta di una stamperia, di una tipografia, dove vengono prodotte e stampate centinaia di stampati simili a quelli che sono stati consegnati a me. Il locale è molto affollato di persone impegnate a scrivere, stampare, imbustare, dividere e classificare le missive.

Anche dietro di me ci sono ormai molte altre persone che si affollano e premono per conoscere il senso e il significato di quelle missive. Io, davanti allo sportello che immette nella stamperia poggio su una sorta di mensola le lettere ricevute, dividendole in tre gruppi, secondo la dimensione e il volume di queste. Adesso la loro grandezza è aumentata: ogni missiva è diventata un pacchetto che contiene (lo riconosco dal tatto) qualcosa di consistente, probabilmente un qualche oggetto di plastica.

I pacchetti sono diventati ormai voluminosi, io chiedo spiegazioni, ma la confusione è molta. Quelli che sono dietro di me cercano risposte anche loro e spingono e spintonano; quelli che si trovano nella stamperia sono stanchi, affaticati e non hanno risposte. I miei pacchetti diminuiscono, spariscono dalla mensola su cui li ho appoggiati. Non li trovo, forse li ha presi qualcuno senza che io me ne sia accorto; provo rabbia, ma anche paura e angoscia. Cerco di protestare e chiedo a coloro che si trovano nella stamperia di darmene altri. Ma ormai si è fatto tardi. Il personale della stamperia, stanco, affaticato, ha lasciato i locali, si attardano solo due persone, preoccupate anche loro ma che non sono in grado di darmi alcun aiuto.

Presto mi trovo, stretto nella calca delle persone che ormai mi circondano da ogni lato, a cercare anch’io di allontanarmi verso l’uscita. Una uscita che si intravede in alto, sempre più in alto, in cima ad una scala affollata di persone che spingono, cercano come me di salire, di allontanarsi, di raggiungere quella uscita che ormai sembra quasi solo una finestra di luce che si apre in cima allo scalone gremito ed affollato.

Mi sveglio con un gemito.

Anche questo sogno che mi accingo a raccontarvi, è stato lungo e complesso.

Mi dovevo recare in un ufficio per il disbrigo di alcune pratiche. L’ufficio aveva sede in Via Ascoli, dopo l’Ipercoop; lungo la strada, però, ho incontrato difficoltà: la stada era infatti interrotta da alcuni grossi massi, per la precisione era proprio il livello stradale ad essersi rialzato e spaccato in grossi blocchi, come se ci fosse stato un terremoto, o una faglia che avevano interrotto la strada, sollevando grossi blocchi di terra, pietra ed asfalto. Sono comunque riuscito a superare l’ostacolo inerpicandomi su questi massi e giungendo infine in questo ufficio.

In quella sede, nella quale ho trovato altre persone in attesa, ho compilato alcuni moduli e scritto una sorta di dichiarazione, tutto in duplice copia, ordinando poi per bene i diversi documenti. Non so bene di cosa si trattasse, vagamente ho avuto l’impressione che fosse qualcosa riguardante i cani. Finito di compilare i documenti, mi rendo conto di dover chiedere il parere di qualche esperto o conoscente, ed infatti faccio alcune telefonate (del loro contenuto non ricordo proprio nulla), poi mi allontano dall’ufficio insieme al compagno di mia figlia, che nel frattempo era sopraggiunto.

Insieme arriviamo ad un negozio che era insieme di giardinaggio e di ferramenta. Lui (il compagno di mia figlia), si sofferma nella zona dei fiori, mentre io raggiungo quella riservata alla ferramenta, dove comincio a chiedere alcune informazioni ad una commessa, la quale, con garbo e gentilezza, mi risponde compiendo anche alcune strane operazioni, tra le quali prendere delle misure con un centimetro da sarta.

Tra le mie varie domande, ne ricordo solo una: la richiesta di una fornitura di punte da trapano di varia dimensione. La mia richiesta viene soddisfatta dalla commessa, che però nel frattempo, si è trasformata in un pingue commesso, il quale mi rifornisce di una serie completa di punte (me ne precisa anche la dimensione facendomi leggere il numero stampigliato su di queste) chiedendomi un prezzo assai conveniente: sette euro.

Io pago, piuttosto stupito della esiguità del prezzo, ed a questo punto comincia una strana contrattazione “alla rovescia”, nella quale il commesso si scusa dell’errore e cerca di sottrarmi una parte delle punte di trapano che mi aveva appena venduto. Nella discussione intervengono altri commessi, tutti molto cortesi e gentili che fanno rilevare al commesso che mi aveva servito il suo errore; il commesso, lo vedo bene, è imbarazzato e si scusa continuamente, diventa sempre più piccolo.

Alla fine me ne vado, piuttosto spazientito, portandomi via due sole punte di trapano dal colore giallognolo e così, mi sveglio.

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