Che fare – 1a parte

Non penso minimamente che queste brevi note possano essere paragonate al peso, al valore e al ruolo avuto dallo storico e fondamentale scritto di Lenin. Né penso di potermi neppur lontanamente paragonare al grande ed illustre “piccolo padre”. La coincidenza, anzi il titolo adottato di questo scritto, deve essere considerata una mera “copiatura lessicale”.

Tenterò di individuare alcune questioni che a mio modestissimo parere, potrebbero essere una traccia di una difficile ma necessaria, iniziativa politica sul territorio. In altri scritti ho parlato e tornerò a ragionare sugli strumenti e sui soggetti di questo progetto.

Il quadro istituzionale. La prima questione credo sia quella relativa all’ordine e all’assetto democratico del paese che il novello (ormai non più tale) capo del partito della nazione ha preteso e pretende di realizzare, utilizzando metodi di flagrante offesa alle istituzioni parlamentari, forzando i tempi, inventando procedure che sono passate alla cronaca con i termini più strani (“canguro”, “tagliole”, oltre alle più consuete “sedute fiume”, ecc.), forzando il dibattito dentro il suo partito, con gli altri partiti, stabilendo e modificando per strada alleanze ed affiancamenti (“patto del Nazareno” in primis), mobilitando seguaci e mainstream prezzolati nella propaganda della vulgata che non si può perdere tempo, che bisogna fare in fretta, che da queste scelte dipendono i futuri destini della nazione in senso progressivo e risolutorio.

Che da queste scelte, ormai giunte purtroppo ai suoi capitoli finali senza aver trovato i necessari oppositori ad un disegno che si tinteggia di eversione della carta costituzionale, rischiano di trasformare il futuro della nazione, mi pare purtroppo vero. Ma non in senso positivo, anzi in senso preoccupantemente negativo.

Ci troviamo davanti al rischio concreto di “abolire la rappresentanza”, a favore di “un presidenzialismo di fatto, una democrazia plebiscitaria”; una vera e propria Legge Truffa che rischia di regalare ad un esecutivo eletto da una minoranza estrema della popolazione il governo e la guida di un intero paese, nel quale le tensioni, anzicchè stemperarsi, si acuiscono ogni giorno di più sotto la spinta della crisi, a cui si risponde con le logiche distroryti e distorcenti dell’austerity, distruggendo anche quella rsiduale parte di solidarietà sociale che è stata uno degli elementi costitutivi e sostanzialmente sostenitori di questa difficile situazione economiva. Nella quale i disoccupati continuano ad aumentare alla faccia dei proclami e dei twett.

E non sono io, pericoloso sovversivo ad affermare queste cose. Le espressioni virgolettate appartengono ad un tal Bersani del quale non sono certo né estimatore, né ammiratore.

Resta il dubbio del perché siamo arivati a questo punto, scegliendo la strada delle mediazioni politi ciste e perché questa opposizione si incarni su aspetti e parti di questa “riforma” renziana e non sul fondamento e sulla logica e sull’impianto stesso di questa modifica costituzionale che ponendo in ticket riforma del senato e legge elettorale, provocherà questi gravi rischi e uno scenario foriero di pericolose derive.

E tuttavia al referendum bisognerà arrivare; e quindi credo che il punto principale e fondamentale dal quale partire sia avviare da subito una campagna di grande controinformazione al fine di evitare che la consultazione referendaria si trasformi (cosa ancor peggiore delle stesse normative di legge) in una catastrofica votazione plebiscitaria. E’ necessario avviare da subito l’iniziativa per l’opposizione a questa “riforma”.

Il reddito minimo garantito. E’ in corso, da qualche tempo, una discussione su questo argomento. Esistono posizioni diverse e in alcuni casi divergenti: se rivendicare un salario di cittadinanza o un salrio minimo garantito. La differenza fra questi obbiettivi non è semplice e non è di poco conto. Forze diverse si sono schierate e si sono dichiarate a favore dell’una o dell’altra soluzione.

Esistono tre proposte di legge (per la cronaca presentate una da Sel, una dal Movimento 5 stelle e persino una dal PD); vi sono posizioni diverse tra Fiom e Cgil; ci sono dibattiti e discussioni in corso che propendono per l’una o l’altra soluzione; ci sono movimenti che si stanno organizzando ed impegnando su questo fronte; ci sono economisti, studiosi che sono intervenuti ed intervengono su questo argomento; ci sono sforzi in atto per cercare di riunificare queste proposte, forse o probabilmente anche, in maniera non del tutto positiva.

Rinviando ad altro momento una necessaria riflessione sugli aspetti di merito di queste proposte (che non sono certamente secondari o irrilevanti e che comportano complicazioni e conseguenze di rilievo su aspetti sociali, economici, ed anche etici e morali), in questa sede mi limito a sottolineare il fatto che un intervento in questa direzione è ormai della massima urgenza.

Sono consapevole che una propaganda vergognosa e inqualificabile ha ormai inculcato nelle menti e nei cuori delle genti italiche che “non ci sono risorse” e che l’austerity è la parola d’ordine che le classi dominanti, guidate dal capitalismo finanziario più sfrenato e predatorio, hanno impresso nel cervello di milioni di uomini e donne europee. Sono purtroppo consapevole che il volto arcigno di Shaube si confonda sempre più spesso con quello di Padoan, mentre il ragazzino voglioso e volenteroso di casa nostra ammansisce battute e motti gioiosi inneggianti ad una ripresa che non può che nascere dai sacrifici (ovviamente di quelli più deboli). Sono purtroppo convinto che questa strategia malvagia (sì malvagia, perché opprime masse enormi di persone a favore di pochi, ristretti gruppi di oligarchi) sia purtroppo diventata “senso comune”, abituale leit motiv di tanti ragionamenti fatti con furbizia dai servi prezzolati di questi oligarchi, ma anche da bravi padri di famiglia che si vedono giornalmente costretti a passare “paghette giornaliere” ai propri figli disoccupati di venti, trenta e anche quarant’anni.

Tuttavia, se si vuole e quando si vuole, le risorse possono essere individuate ed utilizzate, come purtroppo, in senso nettamente contrario, dimostrano i recenti atti del governo in merito al Jobs Act (meraviglioso eufemismo inglese), che recupera risorse dai più deboli per regalarli, senza contropartita alcuna e anzi senza nessun beneficio per i disoccupati, come dimostrano i più recenti dati sulla disoccupazione, regalando queste risorse agli industriali, ai padroni, agli operatori economici meno scrupolosi e assiduamente alla ricerca di prebende finalizzate a migliorare il proprio tornaconto personale e individuale e non già ipotesi di inversione della drammatica situazioni di crisi economica e sociale.

E voglio infine sottolineare come questa sarebbe davvero una “cosa” che ci chiede l’Europa, visto che, insieme con la Grecia, l’Italia è l’unico altro paese della UE a non aver adottato un intervento in questa direzione. Ma sappiamo bene che il rituale e diffuso ritornello del “ce lo chiede l’Europa” vale solo e soprattutto quando bisogna mettere mano al portafoglio (dei più deboli), a tagliare sulle spese dello stato sociale, della scuola, quando bisogna chiedere sacrifici, diminuire i diritti, togliere e privare delle necessarie tutele quelli che già poco hanno e meno ancora devono ottenere in futuro.

Dunque questo è il secondo punto da affrontare.

(1 – continua)

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Una risposta a Che fare – 1a parte

  1. Arcangelo ha detto:

    Caro Michele, mi pare che tu trascuri un elemento fondamentale: la corruzione, la collusione, la spartizione che accomuna i vertici dei partiti. Non mi spiegherei diversamente come mai in tutti questi anni, anche i Bersani o i Veltroni e i D’Alema di turno non hanno nei fatti “fatto” nulla di concreto per affermare i principi e i valori della sinistra. Mi pare che, rendite di pensione parlamentare a parte, molti di loro abbiano accumulato più di quello che è normalmente possibile ad un normale lavoratore! Chi difende cosa? Cosa hanno difeso se la pensione si è ridotta e spostata nel tempo? La “contenibile ascesa di M.R.” ne è la prova evidente.

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