Che fare – 2a parte

Costruire una politica economica. Ho scritto e motivato da tempo che parlare di sviluppo è una espressione della quale dobbiamo imparare a fare a meno, una prospettiva assolutamente lontana da possibili e concreti scenari. Nello scritto “Sul concetto di sviluppo” ho espresso chiaramente il mio punto di vista, supportandolo con citazioni ed interventi di noti economisti quali Philippe Von Parijs (che peraltro ipotizza un reddito “universale” a livello di Unione Europea), Joseph Eugene Stigliz, Thomas Piketty.(https://michelecasa.wordpress.com/2014/11/13/sul-concetto-di-sviluppo/).

Non ritorno dunque su quei concetti, ma ribadisco la mia intima convinzione che non esiste una strada diversa dall’intervento, meglio dalla definizione di una politica economica alternativa a quella suggerita dalle norme di austerità imposte dalle idee e dalle scelte della attuale guida della Unione Europea.

Una lettura della attuale fase della crisi economica e una strategia politica basata pressocchè in misura unica ed univoca su scelte di carattere monetaristico e prive di una strategia di più ampio respiro, una politica basata solo sulla possibilità di espansione dei mercati che ha potuto beneficiare di possibili aree di ampliamento e di nuovi mercati solo e fino a quando è stato possibile, all’indomani del crollo del muro di Berlino, aumentare progressivamente la possibilità di domanda verso i territori dell’est Europa, della Russia, del Baltico. E di questa politica hanno beneficiato ovviamente in prima fila realtà come la Germania, sostenuta da una massiccia disponibilità del capitale finanziario ad investire in quella direzione, con l’annessione diretta della Germania dell’est, prima, e con il progressivo ampliamento della sfera di influenza oltre gli stessi confini nazionali dopo.

E peraltro quella politica ha provocato non poche tragedie, nel senso letterale del termine, se vogliamo ricordare almeno per un momento (ma purtroppo la questione viene volutamente dimenticata e nascosta), quando si è dovuta scontrare con situazioni di non mera acquiescenza, arrivando a provocare conflitti nel cuore della stessa europa, conflitti spesso sfociati in situazioni vero e proprio genocidio, conflitti condotti con armi, soldati e denaro di nazioni che nella loro carta costituzionale riaffermano a gran voce, ma con atti sostanzialmente contrari, di rinunciare alla guerra e ad ogni politica di aggressione militare.

E questa stessa politica è la madre delle tragedie sociali che vive la Grecia, il Portogallo, l’Irlanda, la Spagna e l’Italia, così come altri paesi europei, seppure in misura diversa tra loro, che hanno sostenuto con classi dirigenti deboli o subordinate e al soldo di questi potentati economici, utilizzando un benessere momentaneo derivante esclusivamente dai benefici immediati derivati dall’adozione della moneta unica, dissipando un patrimonio, astenendosi dal ragionare in maniera alternativa, mancando di ipotizzare un diverso assetto economico a livello europeo.

Questo sforzo è oggi indispensabile in Italia, dove queste politiche, quelle cioè sostenute dalle logiche meschine e ristrette del capitale finanziario, che nessun altro carattere hanno se non quello meramente “predatorio”, hanno determinato la delocalizzazione di aziende e fabbriche di primaria importanza in paesi dove il minor costo complessivo e quello del lavoro in particolare, hanno potuto offrire maggiori possibilità di arricchimento; dove tutto il tessuto di piccola e media impresa, faticosamente costruito intorno a queste aziende è miseramente crollato; dove il patrimonio delle imprese pubbliche è stato depauperato per alcuni versi e svenduto al miglior offerente per altri versi (e tale pratica si è ulteriormente sviluppata negli ultimi tempi).

Tutto questo non solo non giova, ma è assolutamente contrastante con i conclamati obbiettivi di “ripresa economica” e di “rilancio dell’economia”, che ad ogni piè sospinto ci viene propagandisticamente e vanamente propinato a razioni pressocchè quotidiane dai telegiornali, dalla stampa asservita ormai alle logiche padronali e a quelle di potere.

Una politica economica che faccia perno sulle risorse esistenti, che rilanci risorse, potenziali, saperi e conoscenze. Capace di offrire una alternativa solida e credibile alle assurde, evanescenti o addirittura dannose scelte economiche del potere dominante e del governo.

Nel mio citato scritto, ho provato anche ad avanzare alcune, modeste, brevi e sommarie proposte; ma è evidente che per un disegno di questo genere è necessario investire, è necessario che una intera generazione di uomini, di corpi, di cervelli si metta al lavoro al fine di elaborare strategie opportune, sostenute da scelte, decisioni ed orientamenti totalmente alternativi a quelli che oggi “dirigono” il paese.

In questa battaglia, che è decisiva, non siamo soli: il popolo greco ci ha preceduto portando al governo Syriza, in Spagna la battaglia è tutt’ora aperta, in altri paesi si individua un movimento di opinioni, forse ancora solo abbozzato, ma è necessario che qui facciamo la nostra parte, per ipotizzare un’altra Europa e un’altra Italia.

La questione ambientale. Ultima, ma non certo separata dalle altre questioni, è un altro punto nodale del confronto in atto e delle indispensabili iniziative finalizzate ad una reale alternativa economica, produttiva e sociale.

Su questo terreno, sulle questioni ambientali, sono stati compiuti passi giganteschi dal movimento sociale e di massa nel paese. Le lotte e le iniziative prima limitate ad un approccio quasi esclusivamente legato alla tutela e alla difesa dell’ambiente (obbiettivi peraltro nobili e da non sottovalutare) hanno saputo progressivamente intrecciarsi al conflitto sull’uso del territorio, sulla sua progressiva espoliazione, sugli aspetti negativi che una certa logica economica determinava e determina a danno dell’ambiente e della salute dei cittadini.

La iniqua, ingiusta, antidemocratica e pericolosa logica dello SbloccaItalia prevede il perpetuarsi di logiche vecchie e distruttive del territorio e dell’economia e contro di essa, giustamente si organizza oggi una battaglia che riporta al centro il problema dei beni comuni, dell’acqua, dell’ambiente, del territorio che bisogna sottrarre ad un uso speculativo ed inefficiente, atto a garantire guadagno e utili alle multinazionali del cemento e del petrolio, alle azioni dissennate sostenute, ancora una volta dalle logiche e dai dettami del capitale finanziario e dei suoi inetti esecutori governativi.

Molto è stato fatto dalle lotte in Val Susa , alla recente vittoria del No Muos in Sicilia, dalle lotte delle popolazioni della Basilicata contro le trivelle ai recenti, ma ancora parziali, successi in Abruzzo sugli stessi temi. Ma molto resta ancora da fare se è vero che gravi contraddizioni sono aperte in realtà come Taranto dove si scontrano interessi di tutela della salute con esigenze di occupazione di migliaia di persone, mentre invece le due questioni dovrebbero trovare un momento di saldatura e di lotta comune. Cosa non facile se non si sceglie di cercare con pazienza, ma impegno decisivo una strada, ancora una volta alternativa, realmente alternativa, mettendo al lavoro ricerca, indagine, intelligenza, uomini, risorse.

Concludo: questi quattro temi mi paiono fondamentali per la ripresa di una discussione ed una iniziativa politica. Altre questioni restano accennate e sullo sfondo, dalla scuola, all’università, alla ricerca, alle questioni del mercato del lavoro, ed altre ancora. Tuttavia ritengo che queste possano essere inquadrate tutte all’interno delle predette questioni; ed, in ogni caso, ritengo possano essere discusse all’interno della necessaria ripresa di una iniziativa politica alternativa, qui, oggi.

(Fine)

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