“U purceddu”

All’epoca, parliamo di oltre venti anni fa, agli inizi degli anni novanta, il secolo scorso, insomma, ero responsabile della cooperazione agricola pugliese per conto della Lega delle Cooperative.

Seguivo la nascita, la crescita, lo sviluppo e, purtroppo, a volte anche il fallimento di iniziative imprenditoriali che, con alterne vicende, appunto, si susseguivano sul territorio regionale.

Riuscimmo a realizzare cose importanti, iniziative diverse che coinvolgevano produttori agricoli, braccianti, lavoratori della terra, in attività imprenditoriali di vario genere: coltivazione di terreni presi in fitto o acquisiti in vario modo, esperienze di allevamento, aziende di allevamento, macellazione e trasformazione, aziende di forestazione, cooperative di conferimento e trasformazione dell’olio e del vino, aziende di commercializzazione di prodotti ortofrutticoli, cooperative di servizio di prodotti per l’agricoltura, aziende agro turistiche e cooperative della pesca e dell’acquacoltura. Insomma un centinaio di realtà con caratteristiche diverse e di varia dimensione, spesso con fatturati interessanti.

Un gruppo di lavoratori e di contadini, di età diverse, ma complessivamente abbastanza giovani, mise su una cooperativa di allevamento suinicolo a Minervino Murge.

Minervino Murge è un paesino dell’entroterra pugliese, (10.000 anime in tutto), collocato su una delle alture che segnano il panorama delle Murge pugliesi; un territorio aspro e spesso disabitato, caratterizzato da una vegetazione scarsa, da un terreno duro e spesso pietroso, da sconfinate teorie di terre scarsamente coltivate e poco redditizie, da grandi distese di pascolo, saltuariamente interrotte dalla presenza di oliveti secolari che punteggiano il territorio.

Una territorio duro e difficile, interessato al progressivo abbandono delle popolazioni, impoverito dall’emigrazione e dalla progressiva marginalizzazione dell’economia locale fatta, appunto, di agricoltura povera, qualche gregge, qualche piccola attività commerciale. Le attività più ricche e prosperose, le fabbriche, i centri commerciali più importanti si erano progressivamente ampliati e sviluppati sulla costa, o comunque in zone più ricche e produttive. E dietro si erano portati molti abitanti di quelle zone interne, giovani, intere famiglie, che avevano progressivamente abbandonato i piccoli centri urbani della Murgia per trasferirsi laddove si potesse cercare lavoro, occupazione, reddito, condizioni di vita economiche e sociali migliori.

Ma altrettanto dura quanto quella stessa terra, rimaneva la volontà di alcuni di questi a ricercare nei propri comuni, sulle proprie terre, la possibilità, l’occasione di una alternativa. L’ostinata ricerca di una strada diversa a quella dell’emigrazione, la caparbia volontà di restare e realizzare qualcosa di diverso. E quindi, sotto la spinta di un patrimonio di cultura antica, di saperi mai dimenticati, di conoscenze ataviche, alcuni giovani tentavano di dar vita ad esperienze anche nuove ed originali, innovative, alternative, che garantissero lì, nel luogo ove erano nati diverse condizioni di vita e di aggregazione sociale.

Recupero del patrimonio storico, ricostruzione di tradizioni e di strutture, iniziative di carattere sociale ed anche attività produttive vere e proprie.

Così, verso la fine degli anni settanta, un gruppo di giovani, costituì una cooperativa agricola, finalizzata all’allevamento dei suini; la cooperativa della quale parlavo prima.

In pochi anni, con il sostegno anche di finanziamenti pubblici, ma soprattutto con la caparbietà e la determinazione di quei giovani, questa cooperativa divenne una realtà economica significativa. Io vi andai più volte per le mie responsabilità, a tenere riunioni ed incontri, qualche volta anche con il tecnico agronomo che li seguiva relativamente agli aspetti tecnici.

Eravamo quasi tutti della stessa generazione, e, al momento dei fatti che vi racconto, avevamo una età tra i 35 e i 40 anni, non di più. Quasi tutti sposati e con figli piccoli, tra i cinque e i dieci anni di età.

Così, un giorno, decidemmo di fare un incontro tra tutte le famiglie: i soci della operativa, io, i tecnici, presso la cooperativa. Un modo diverso per stare insieme, conoscerci meglio, scambiarci esperienze, familiarizzare nel senso più comune e coinvolgente del termine.

Ci incontrammo già di buon mattino presso la cooperativa, in una bella giornata di primavera avanzata; ognuno aveva portato qualcosa per pranzare tutti insieme, ma, il piatto forte della giornata sarebbe stato il maialino arrosto, cotto alla “maniera sarda”. C’era infatti presso la cooperativa un sardo, il quale avrebbe cucinato un bel maialino secondo la tradizione isolana e cioè, messo in una buca del terreno e cucinato con la brace dei rami e della legna che vi vengono posti sopra (u purceddu). E’ una usanza, questa, tipica dei pastori sardi.

Sistemate le provviste in un ampio salone, dove era stata preparata una bella tavolata, e mentre il porcellino veniva cotto a dovere (ci vuole ovviamente molto tempo perché si cuocia a puntino), noialtri portammo i bambini, i nostri figli a conoscere l’azienda. Facemmo loro vedere lo stazzo dei maiali, i verri pronti per la riproduzione, i locali destinati al parto delle scrofe e, infine anche le scrofe che allattavano e i piccoli e teneri maialini, dalle belle carni rosee, che le circondavano e cominciavano a muovere i primi passi.

Finito il giro di conoscenza, cui i bambini parteciparono con interesse e partecipazione, tra noi genitori cominciò a circolare un dubbio: e cioè che i bambini, che avevano visto poco prima quei teneri e dolci maialini, potessero essere negativamente colpiti, traumatizzati, dal vederseli serviti poco dopo in tavola, quali piatto principale del nostro festino.

Il “politically correct” ha combinato molti guai e quel giorno rischiò di rovinarci la giornata ! In quegli anni, tale linea di azione e di comportamento era molto radicata nel nostro modo di agire e di ragionare; il nostro comportamento non era certo caratterizzato dagli ignominiosi comportamenti e dalle azioni apertamente scorrette che oggi, coperte da concetti come “meritocrazia” e “capacità professionale” nascondono arrivismo e corruttele variamente declinate.

Così “convocammo” nuovamente i nostri figli che si erano dispersi in gruppetti e divisi in vari giochi nel prato prospiciente l’azienda e parlammo, cercando di spiegar loro, quanto sarebbe successo di lì a poco, sulla tavola imbandita che ci aspettava nel salone destinato al pranzo.

Non avevamo neppure finito di parlare che il contadino-coltivatore-cuoco sardo cominciò a chiamarci a gran voce chè “ u purceddu” era pronto sul tavolo.

Noi genitori restammo un attimo interdetti, ma il nostro stupore fu ampiamente coperto dalle grida e dalle esclamazioni di gioia che i bambini cominciarono ad urlare precipitandosi verso il luogo del pranzo. Il maialino fu rapidamente assalito da quelle bocche fameliche, che si appropriarono (devo dire in modo anche poco educato), spesso direttamente con le mani delle sue succulenti carni.

Ci guardammo un attimo tra di noi, un po’ straniti e un po’ dubbiosi per quella reazione che non ci aspettavamo; poi anche noi, con decisione prendemmo posto e cominciammo a mangiare godendoci una bella giornata di sole e di divertimento che avremmo ricordato a lungo anche per questo particolare aspetto, per i problemi che ci eravamo inutilmente posti, e per l’inaspettata ma comprensibile reazione dei nostri figli.

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