Un anno a Taranto

Le cronache degli ultimi anni sono piene di notizie e di informazioni legate alla vicenda dell’Ilva e delle stringenti commissioni che legano questo impianto produttivo alla città e ai suoi abitanti.

Da un lato una grande fabbrica, che ha subito vicende e vicissitudini legate alle questioni della siderurgia e dei suoi andamenti a livello nazionale, europeo e internazionale. Un polo industriale di significative dimensioni che ha costituito e costituisce occasione di lavoro per migliaia di persone, anche considerando tutto ciò che è legato all’impianto, alla sua produzione e alle connessioni di carattere produttivo ed economico che ne derivano.

Dall’altro una produzione che è gravemente inquinante e dannosa per la salute degli stessi operai, per il territorio circostante, per l’ambiente, per le famiglie, i cittadini che vicino ad essa vivono, abitano, esercitando o meno attività lavorative.

Non è mia intenzione entrare nel merito della vicenda che vede persino l’attenzione della magistratura e il coinvolgimento del governo regionale e nazionale; voglio invece raccontarvi la mia esperienza di un anno trascorso a Taranto e nelle sue immediate vicinanze, di come ho vissuto lì tra il 1997 e il 1998, lì vicino al quel grande stabilimento industriale, seppure allora le discussioni, i dibattiti, i serrati e difficili confronti sugli intrecci tra ambiente e territorio ancora non cominciavano a far sentire il loro peso e la stragrande maggioranza delle persone non solo non aveva coscienza della gravità della situazione e del problematico intreccio tra produzione, ambiente, salute e territorio, ma addirittura non conosceva nemmeno, o se conosceva, taceva (forse rimuovendoli), i gravi problemi esistenti e che già cominciavano a farsi pesantemente sentire.

Tuttavia solo un accenno mi sento in obbligo di fare: la portata della vicenda è così grande, l’intreccio delle questioni così complesso che richiede, con urgenza e senza ulteriori sotterfugi o rinvii che risorse elevate vengano messe a disposizione di quel territorio e di quella comunità per affrontare una situazione che danni gravi e in parte irreversibili ha ormai prodotto.

La semplice contrapposizione tra lavoro e salute non solo è fuorviante, ma ritengo sia addirittura criminale nel mettere a confronto la possibilità di reddito e di lavoro con la necessità di sopravvivenza delle medesime persone e delle loro famiglie.

La questione non è affatto semplice: chiudere lo stabilimento, “sic et simpliciter” significherebbe privare di salario e reddito migliaia di persone, privarle della stessa possibilità di vivere, di esistere, di essere comunità. Farla continuare a produrre, così com’è, significa aggravare i danni già esistenti, peggiorare ulteriormente la condizioni ambientali e di vita di un intero ecosistema e della sua popolazione, delle stesse famiglie di quelli che in quell’azienda lavorano.

E’ dunque una scelta satanica se posta e vissuta in questa falsa alternativa. Al contrario quello potrebbe essere un incubatore di grande rilievo se venisse posta alla base della discussione il ripensamento nuovo, originale, alternativo, realmente alternativo a pratiche e logiche economiche dominanti;  scelte alternative a quelle pratiche e a quelle logiche economiche che hanno portato allo stallo attuale e che ne impediscono un diverso orientamento.

Ripensare totalmente e drasticamente un modello di economia e di produzione, alterando dalla radice i suoi perversi meccanismi; rimettere al centro il territorio, i suoi saperi, le sue potenzialità e le sue risorse, riformulare una struttura produttiva in senso completamente diverso.

Come dimostrano gli studi effettuati, i dibattiti e le discussioni che finora ho avuto modo di seguire, le intelligenze ci sono, le proposte esistono, le alternative si possono individuare: occorre una volontà politica forte che operi scelte drastiche e coraggiose, che investa, con risorse consistenti, lì in quei territori, in quegli ambienti, facendosi carico di scelte coraggiose e d economicamente rilevanti e chiedendo alla popolazioni interessate un altrettanto adeguato impegno in una direzione sostanzialmente diversa e decisamente alternativa a quella finora perseguita.

Io ho lavorato a Taranto per un anno circa. Ed ho abitato a Statte, paesino molto vicino all’impianto dell’Ilva, per circa sei mesi.

Già arrivare nei pressi dell’impianto dava l’impressione visiva di un cambiamento, di una trasformazione dell’ambiente circostante. Le ampie zone coltivate ai bordi della statale che dall’autostrada portano a Taranto, diradavano progressivamente. I colori vividi e accesi di verde, di giallo delle zone coltivate si perdevano mano mano che l’auto si avvicinava alla zona dello stabilimento. Ma anche la strada, le zone circostanti, i muri della fabbrica e di altre costruzioni della zona, gli alberi collocati intorno, si coprivano di una grigiore unico di una tonalità spenta, che il sole non riusciva a rendere più vivace, neppure quando da lontano giungevano i suoi raggi riverberavano sul mare vicino.

Andare poi dal mio posto di lavoro a Statte, era ancora peggio: le strade provinciali e comunali avevano bordi terrosi, privi dell’erba che spesso cresce lungo le strade meno frequentate; smorti campi di sterpaglie affiancavano le strade che attraversavo, arbusti spezzati ed alberi tristi segnavano il paesaggio.

Io avevo trascorso i precedenti sei mesi in una casetta, nelle campagne di Grottaglie, prossimo alla cittadina stessa. Era stata una piacevole esperienza. Anche lì, certamente, l’ambiente era duro, una terra aspra, difficile, pietrosa; eppure il cielo brillava azzurro, gli alberi e le coltivazioni, seppur non grandemente estese, offrivano all’occhio e ai sensi una vista gradevole, e di notte era piacevole far tardi, sdraiato a pancia all’insù a guardare le stelle in un cielo blu scuro.

Niente di particolarmente romantico, ma certamente gradevole; un’arietta simpatica spirava spesso la sera, portando un po’ di fresco dal mare vicino, tanto che la casetta era diventata meta di appuntamento e di incontro con altri colleghi di lavoro, tanto il luogo era ameno e piacevole.

A Statte, invece, dove avevo fittato un bilocale, le sere le trascorrevo al chiuso fra le quattro mura del piccolo appartamento; complice forse le serate invernali, il buio che calava presto, il fatto certo è che lì non riuscii a ricostruire quell’ambiente, quella partecipazione, quella convivialità che ero riuscito a realizzare nella casa di Grottaglie.

Gli amici erano gli stessi, la mia disponibilità immutata, ma certo è che a Statte, tranne una o due volte al massimo, nessuno dei miei amici mi venne a trovare durante i mesi del mio soggiorno. Ci incontravamo fuori, a Taranto, in qualche locale o in altre località. Statte quindi me lo ricordo, probabilmente influenzato da tutto questo, come un paese buio, scuro, nel quale mi rintanavo a notte inoltrata. Ma quello che ricordo bene era la polvere, grigia, sottile, quasi impalpabile che giungeva sul paese, che ritrovavo sulla carrozzeria dell’auto al mattino, uno strato sottilissimo, quasi impalpabile, o sentivo lievemente sotto le scarpe, quando camminavo lungo le strade del paese, o che ritrovavo sul davanzale della finestra della camera da letto o su quello, più piccolo, della finestra del soggiorno.

Non è stata una bella esperienza, non è stato un periodo piacevole. Sarei dovuto rimanere a Grottaglie, ma insomma, la morale è che quando mi comunicarono la “promozione” e dissero che mi avrebbero trasferito, fui contento anche perché mi sarei potuto allontanare da lì.

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