La memoria rimossa

foggia 2014.13Il primo, tiepido “input” che mi ha portato a scrivere le presenti note, è stata la casuale lettura, riportata da una amica su Facebook dello stralcio di una pubblicazione: “ 10 marzo del 1976, cominciano i lavori del grande murales del Palazzo degli Studi di Foggia. L’opera verrà chiamata “Chile” e realizzata da un collettivo di artisti locali che si firmeranno Brigada Pablo Neruda” (Agenda 2014 della Fondazione Banca del Monte di Foggia. Progetto editoriale: Filippo Santigliano. Ricerca e testi: Davide Grittani. Editing e curatela: Saverio russo, Filippo Santigliano).

Fidando sulla mia conoscenza personale di Saverio Russo, gli ho fatto pervenire una breve nota nella quale gli ricordavo che il murale in questione era stato realizzato non già da alcuni “artisti locali”, bensì proprio da alcuni componenti della Brigata Pablo Neruda. Si trattava di fuoriusciti ed esuli cileni, sfuggiti alla repressione del golpe cileno dell’11 settembre 1973, rifugiatisi all’estero e che, come gli Inti-Illimani organizzavano musiche e concerti di solidarietà, giravano il mondo a riproporre la lotta e l’impegno antifascista realizzando opere d’arte, murales ed altre installazioni.

Il ricordo è assai vivido in me, in quanto fui uno degli organizzatori dell’evento e, oltre ad organizzare la manifestazione e la realizzazione del murale, con altri compagni ospitammo per alcuni giorni i giovani artisti cileni, fornendo loro persino capi di vestiario dei quali erano assai poco provvisti. Ricordo bene anche la cena, organizzata da mia madre, a casa mia, che si svolse la sera e il clima conviviale che regnò tutta la serata, come altrimenti non poteva essere tra giovani della nostra età.

Il murale fu successivamente oggetto di incuria e “aggressioni” fasciste, che lo deturparono con lanci di vernice, e di un progressivo deterioramento, tanto da essere oggetto di un successivo restauro. Dunque un episodio non lontanissimo nel tempo, viene misconosciuto e diversamente attribuito a distanza di pochi anni dall’evento stesso.

Una rimozione della informazione, della notizia, di un fatto, insomma, che non è certo da interpretare, ma solo e semplicemente da “ricordare”, rimosso dalla memoria collettiva con una pubblicazione, non certo secondaria, reinterpretato e offerto alla futura memoria in modo distorto all’evento stesso.

Inizialmente, torno a ripeterlo, l’ho considerata una svista, un errore, una modifica di fatti accaduti e della qual cosa ho chiesto la correzione.

Ma, qualche settimana dopo (è cronaca di questi giorni), due altre notizie mi hanno colpito e mi hanno indotto a riflettere meglio.

La prima è la decisione della Sovraintendenza del Museo di Aushwitz (avallata dalla costante posizione “revisionista” del governo polacco, e non contrastata dallo Stato italiano) di rimuovere il cosiddetto “Memoriale Italiano”, opera assai interessante, di significativo livello artistico, volta a ricordare che nei campi di concentramento tedeschi sono stati deportati, massacrati, uccisi e sterminati milioni di persone, non solo ebree, ma anche slavi, sinti, rom, comunisti, cattolici, socialdemocratici, omosessuali e disabili. Una operazione di vera e propria rimozione della memoria.

I dettagli della vicenda trovano spazio (scarso) nelle cronache solo di alcuni quotidiani e in posizione assai poco rilevante, coperte dal mainstream dominante che induce prudentemente, progressivamente, ma inesorabilmente a rimuovere la memoria a favore della mera “celebrazione” degli eventi.

L’altra notizia che mi ha colpito, sempre ai fini della presente riflessione, è stata la sentenza della Corte di Strasburgo che condanna l’Italia per le violenze alla Diaz di Genova nelle “calde” giornate del G8 di Genova del 2001. “Il blitz alla Diaz durante il G8 di Genova deve essere qualificato come “tortura”, alla polizia è stato consentito di non collaborare alle indagini e la reazione dello stato italiano non è stata efficace violando l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Lo ha stabilito la Corte europea di Strasburgo (Cedu) che ha accolto il ricorso di Arnaldo Cestaro, uno dei 92 manifestanti, picchiati e ingiustamente arrestati la notte del 21 luglio 2001. Cestaro, all’epoca 62 enne, uscì dalla scuola con fratture a braccia, gambe e costole che hanno richiesto numerosi interventi negli anni successivi.” (Katia Bonchi, il Manifesto, 8 aprile 2015).

Il punto che vorrei evidenziare, ai fini del presente ragionamento, è che dei 92 “manifestanti” picchiati e arrestati, a ricorrere presso la Corte di Strasburgo sia stato un vecchietto di 62 anni (oggi ne ha 76).

Le immagini (mai trasmesse in televisione) del film “Bella Ciao”, di Giusti, Torelli e Freccero sui fatti di Genova, nonché dell’altro film “Diaz” di Vicari, offrono una ricostruzione completa (e comunque mai smentita) di quanto accadde in quei giorni. I volti insanguinati, bendati, lividi, percossi che si vedono nelle immagini sono quelle di giovani, ragazze e ragazzi; così come giovane era Carlo Giuliani. Giovani che ancora oggi portano sui propri corpi i segni di quelle violenze, di quelle vere e proprie “torture” (secondo la Corte europea).

Possiamo risolverla con l’acuta riflessione di uno psicoanalista come Zoja, il quale afferma: “Il distanziamento dal passato, fa notare Hobsbawm, comincia dai più giovani. Questo significa che, man mano che le classi di età avanzeranno, il mondo sarà composto sempre più da individui stranieri al passato.” (Luigi Zoja, La morte del prossimo, Einaudi, 2009).

Ma temo invece che la spiegazione sia altra e ancor più grave: ci troviamo di fronte ad un processo progressivo di rimozione scientemente perseguito dalle politiche dominanti nel paese, in europa e a livello globale. I fatti che ho enumerato sono aspetti diversi di una unica strategia: rimuovere la memoria, ridurre tutto alla mera celebrazione di eventi, distorcendone e revisionando progressivamente la realtà.

Come altro spiegare gli eventi cui prima ho accennato se non con le politiche di rimozione della storia portate avanti in Polonia (ma avallate dai silenzi complici degli altri paesi della Unione Europea, come dimostrato nel recente anniversario della liberazione proprio del campo di Aushswiz ad opera dell’Armata Rossa), così come il ribaltamento della storia attuato in questi giorni in Ucraina che giunge a rivalutare tristi figuri di filo nazisti nazionali.

A questa logica di rimozione si accompagna il governo italiano che considera il Memoriale Italiano prima citato, come “non più adatto” per motivi politici (dichiarazione del Ministro della cultura Franceschini), e che cancella con sicumera i fatti di Genova ribadendo complicità e connivenze con gli attori di allora oggi promossi in alti ranghi dell’amministrazione pubblica o in aziende ad essa collegate.

Così si spediscono le scolaresche a fare gite nei luoghi del ricordo, ma solo per annegare in viaggi pseudo-culturali, la memoria vera, che si dovrebbe nutrire oggi e quotidianamente di una azione realmente educativa circa i pericoli reali di restringimento della democrazia, di soprusi, di violenza, di restaurazione reazionaria.

E in questo quadro non meraviglia più di tanto il fatto che Renzi e nessuno membro di governo abbiano partecipato alle iniziative per i cento anni di Pietro Ingrao in Parlamento ed anzi confermano quale Partito della nazione, un assembramento di persone i cui epigoni ministeriali preferiscono Fanfani a Berlinguer “per vicinanza territoriale”.

Ma purtroppo c’è di più ancora: un partito ed un governo che, non avendo nozione del proprio passato, della storia di questo paese, rischia di restare senza futuro, anzi di condannare ad un futuro misero e improvvido la gente, le masse, il popolo di questo paese.

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