Mediterraneo: Cpt 4.1. – Libia

In questo scritto riprendo la serie di elaborati che a suo tempo avevo cominciato circa i rapporti tra il nostro paese e gli stati delle diverse sponde del Mediterraneo, la situazione delle relazioni economiche, sociali e politiche, la possibilità di modificare i diversi ruoli esistenti. Il presente capitolo è dedicato alla Libia, la cui situazione è quotidianamente presente nelle cronache di questi giorni a causa di molteplici aspetti: dai confronti armati interni al paese, ai problemi dei barconi degli immigrati che dalle quelle coste partono verso le rive dell’europa.

Non tratterò tutti gli aspetti di questa situazione, ma riprenderò solo alcune delle questioni.

Anzitutto il conflitto in corso all’interno di quel paese tra le diverse fazioni. L’instabilità interna della Libia è stata denunciata (da ultimo), dal presidente Obama, il quale, a margine degli incontri tenutisi in questi giorni con il nostro (ahimè) capo di governo (16-17 aprile u.s), ha lasciato intendere che responsabili di quella situazione sono i paesi dell’area; questi, secondo il presidente americano, soffiano sul fuoco delle tensioni esistenti tra i diversi gruppi etnici e religiosi, fomentando l’acuirsi della situazione. L’ “accusa” , non esplicitamente è riferita ai paesi sunniti (Arabia Saudita, Emirati arabi, Quatar e altri), che, per altra parte fanno parte integrante dello schieramento alleato degli Usa, contro il pericoloso ed invadente affermarsi dell’Isis (sunnita anch’esso), alternativo ai nemici storici dell’america e della Nato (Iran in primis) di fede sciita.

Rinviando al preciso e dettagliato articolo di Patrich Haimzadeh, sulla complessa situazione libica oggi (“Le Monde Diplomatique”, n.4, aprile 2015), faccio solo notare il pressapochismo e la debolezza delle politiche (quasi sempre militari) occidentali verso il Medio oriente, legate a logiche di breve periodo, a scelte condizionate dalle esigenze e dalle opportunità del momento, e scollegate da una dimensione più ampia e strategica volte al miglioramento delle condizioni bilaterali e men che meno agli interessi dei popoli interessati.

Gli interessi che si evidenziano sono, ancora una volta, legati al mantenimento di una perenne instabilità che favorisce le operazioni e gli interessi delle multinazionali (soprattutto quelle del petrolio, ma anche quelle dell’industria bellica), e che hanno portato a sanguinosi conflitti (Afghanistan, Kuwait, Iraq, Siria) nonché alla perdurante instabilità dell’area e, all’estendersi di questa conflittualità fino ai paesi dell’africa e della costa sud del mediterraneo.

La Libia, dunque, soffre di questa situazione in conseguenza delle miopi politiche occidentali che hanno determinato l’eliminazione di Gheddafi nel 2011 e la condizione di instabilità successiva, prive però di una visione strategica degli interventi di natura economica, politica e sociale necessari a quel paese. E le varie ipotesi “belliciste” variamente coniugate dai governanti di casa nostra, non lasciano prevedere un diverso e miglior futuro (ripiegate quasi esclusivamente su concetti di “sicurezza” e di contenimento all’immigrazione straniera).

Ma proviamo ad osservare meglio i dati (pochi) economici relativi ai rapporti tra Italia e Libia (con qualche breve accenno all’intera area nord africana). Sono dati del 2013, ricavati da elaborazioni su dati Istat e sui Rapporti annuali  SRM (le indicazioni bibliografiche sono nei precedenti scritti).

Un forte miglioramento dei saldi commerciali del nostro paese, si è registrato con l’Africa, sia nella parte settentrionale, che ha contribuito per il 40 per cento al miglioramento della bilancia commerciale complessiva, sia nella parte sub-sahariana. Nei confronti del Nord Africa, area che ha beneficiato nel 2012 di una temporanea riduzione delle tensioni politiche, il disavanzo è sensibilmente diminuito, passando da oltre 13 miliardi (2010) a 4,4 miliardi di euro. Questo forte ridimensionamento è stato possibile grazie a una crescita sostenuta dell’export (+8,6 per cento) e al crollo dell’import (-29 per cento). In particolare, balzi nelle vendite si sono registrate in Libia (+19,7 per cento) e in Algeria (+12,8 per cento), che insieme coprono poco meno della metà dei flussi commerciali dall’Italia verso quest’area.

Buoni risultati si sono registrati anche in Marocco e, in misura più contenuta, in Tunisia. Il solo risultato negativo nell’area è stato riportato in Egitto, le cui vicissitudini politiche hanno influito sull’economia, indebolendo le riserve di dollari e quindi la capacità di importazione. Per quanto riguarda l’Algeria, la crescita delle esportazioni italiane è stata dominata da due settori, la meccanica e la metallurgia, di cui il paese ha aumentato gli acquisti dal mondo.

È crollato invece l’import proprio dai due principali fornitori di materie prime dell’area, la Libia (-37,2 per cento) e l’Algeria (-30,4 per cento). La Libia, nostro terzo partner per import di petrolio, ha visto ridursi la quota nel nostro mercato dal 21,3 al 14,4 per cento. L’Algeria, pur recuperando posizioni per quanto riguarda le forniture di greggio (è passata dall’1 al 2,8 per cento delle importazioni italiane), ne ha perse in quelle di gas (dal 32,1 al 21,7 per cento), di cui rappresenta comunque il nostro secondo fornitore. Di questi andamenti si è giovata la Russia, che, come già rilevato, ha visto un anomalo incremento delle proprie vendite di questi prodotti verso l’Italia, in un contesto di forte riduzione delle importazioni italiane (-17 per cento per il gas, -21 per cento per il petrolio greggio).

In compenso l’Algeria è scesa dalla settima alla decima posizione dei maggiori disavanzi, pur restando il nostro secondo fornitore di gas naturale. È retrocessa nella classifica la Libia, nei cui confronti il passivo italiano si è dimezzato. Alla caduta delle vendite verso l’Italia hanno contribuito l’instabilità politica interna e il deterioramento della capacità estrattiva del paese, passata da oltre 1 milione di barili di greggio al giorno a 250.000, negli ultimi mesi (il riferimento è sempre al 2013).

Conferma di questi dati si ritrovano nei numeri forniti dal Ministero dello sviluppo economico, secondo quanto riportato in un recente articolo pubblicato su “Panorama” del 16 febbraio 2015 (http://www.panorama.it/economia/italia-libia-i-rapporti-economici/).  Si evince come l’interscambio tra Italia e Libia si sia progressivamente ridotto, “arrivando nel 2013 a quota 10,942 miliardi di euro, pressochè dimezzato rispetto ai livelli del 2008 (20,054 mld), dopo aver toccato un picco negativo nel 2011, l’anno della rivolta contro Gheddafi, a 4,583 miliardi (-69%): in quell’anno “nero” le esportazioni sono calate del 77% a 610 milioni e le importazioni del 67% a 3,9 miliardi. I dati più recenti sono relativi al primo semestre 2014 (4,786 miliardi) e mostrano una flessione del 49,2% rispetto al 2013.” (cit.)

“In particolare, nei primi sei mesi del 2014 l’export dell’Italia verso la Libia è stato pari a 1,732 miliardi (-15,4%) e l’import a 3,054 miliardi (-58,6%). Gli ultimi dati sull’intero anno sono relativi al 2013 ed evidenziano un aumento delle esportazioni (2,849 miliardi +19,7%) e un calo delle importazioni (8,093 miliardi -37,2%). E se l’export è rimasto in valore al livello del 2008 (2,645 mld), le importazioni in questi cinque anni si sono dimezzate.” (cit.)

(continua)

(precedenti scritti sul “Mediterraneo”: https://michelecasa.wordpress.com/2014/10/06/mediterraneo-cpt-1/; https://michelecasa.wordpress.com/2014/10/07/mediterraneo-cpt-2/; https://michelecasa.wordpress.com/2014/10/10/mediterraneo-cpt-3-turchia/).

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