Mediterraneo: Cpt 4.2. – Libia

Nel precedente capitolo ho riportato alcuni dati sull’ interscambio commerciale tra Italia e Libia.

Per completare il quadro, credo sia utile rilevare che l’Italia vende alla Libia principalmente “prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio (56% dell’export totale); in misura molto minore (con un peso inferiore al 5% del totale) anche macchine di impiego generale o per impieghi speciali, apparecchiature di cablaggio, auto e motori.” (la fonte è sempre il citato articolo di “Panorama” del 16 febbraio 2015).

L’import è, come già rilevato, costituito da prodotti energetici: gas naturale (47%) e petrolio (42%). “Infine va considerato che dal 2003 al 2013, gli investimenti diretti italiani in Libia sono stati 277 milioni di euro (a fronte di 112 milioni della Libia in Italia). Per quanto riguarda la presenza di imprese italiane nel paese nordafricano, le aziende erano 11, operanti in particolare nei settori petrolifero, infrastrutture, meccanica e costruzioni (dati 2011).” (cit.)

Insomma risultati piuttosto modesti per un paese che praticamente “confina” con l’Italia. Anche questo, credo vada opportunamente rilevato, è segno evidente di una politica assai poco lungimirante e appiattita sul mercato e sull’interscambio energetico, piuttosto che sulla ricerca di iniziative di compartecipazione e cooperazione economica e sociale finalizzata all’emergere di auspicabili convergenze sociali ed economiche.

Ma il tutto si restringe ad una miopia politica incardinata sui principi della sicurezza e del “contenimento” dell’immigrazione, che impediscono lo svilupparsi di politiche alternative.

Rispetto a queste tematiche mi pare giusto ed utile ricercare (anche se sommariamente) le ragioni di quello che oggi ci appare come un disimpegno della Unione Europea rispetto alle tragedie dell’immigrazione e allo stato delle relazioni con i paesi del nord africa e in specifico della Libia.

Un interessante scritto del prof. Bruno Amoroso, economista, presidente del Centro studi Federico Caffè dell’Università di Roskild, Danimarca, ci è molto utile nel seguire le evoluzioni e capire la politica e le scelte della UE.

In un suo scritto del 12 febbraio 2012 (“Costruzione europea e regione mediterranea: politica di vicinato o progetto comune?”, in versione più estesa “European construction and the Mediterranean region: neighbourhood policy or common project?”), delinea come dalla Dichiarazione di Barcellona del 1995, alla Conferenza straordinaria (tenutasi sempre a Barcellona) del 2005, la politica europea verso i paesi del mediterraneo fosse completamente cambiata.

Con la seconda conferenza (quella del 2005) si “(…) sostituiscono rapporti multilaterali, con rapporti bilaterali, trattati di volta in volta in funzione concorrenziale tra i paesi e in base al principio di “interesse strategico “ della UE. Il Mediterraneo era identificato nella Dichiarazione di Barcellona del 1995 come l’asse strategico di una costruzione europea che vedeva in questa regione il baricentro della propria storia ed ispirazione universale, ed il luogo di sperimentazione e dimostrazione della diversità europea rispetto ad un modello di colonizzazione occidentale. Nella PEV (quella definita nel 2005), il Mediterraneo è diluito in quell’arcipelago disordinato di paesi posti attorno al “centro” europeo ed occidentale, verso i quali attuare politiche di vicinato a fini di stabilizzazione e di controllo politico.”

“Si passa da un approccio strutturato e di rapporti geoeconomici e geopolitici di tipo meso-regionale e multilaterale, alternativi agli aspetti destabilizzanti della globalizzazione ad una frammentazione degli interventie delle politiche  verso i singoli stati i cui unico punto di riferimento centrale sono gli interessi economici e di sicurezza dell’UE, unilateralmente definiti ed amministrati. L’UE abbandona così il proprio modo di essere che ha costituito la base per la creazione del Modello Sociale Europeo, per allinearsi alle scelte della globalizzazione e della competitività (rivalità) (…).” (cit.)

La conseguenza, dolorosa e drammatica, che ha non poco contribuito alla situazione dell’oggi, è stata che “(…) i paesi del sud sono stati visti in modo crescente come fonte di rischio dai quali è necessario difendersi, ed il concetto di “sicurezza” e “minaccia militare” del linguaggio NATO si è arricchito con quello di “rischi economici e sociali”(…)” (cit.). Questi sono diventati i principi alla base delle attuali politiche europee.

Dunque queste scelte adottate dalla UE, hanno contribuito non poco a lasciare i paesi del mediterraneo isolati da un possibile ed auspicabile (ai tempi della Dichiarazione di Barcellona del 1995) recupero delle proprie economie, al contempo aumentando le difficoltà interne a quei paesi, la loro ulteriore marginalizzazione, l’estendersi dei conflitti sociali ed economici al loro interno, la fame, la miseria, la carestia che sono attualmente le ragioni profonde dei conflitti in corso e dell’aumento inusitato di migranti che si spostano dal sud verso il nord del mondo.

Il dramma, ancor più grave, è che questa situazione, queste scelte, queste decisioni pavide ed irresponsabili, hanno avuto conseguenze ed effetti non solo sul piano economico, ma anche su quello sociale ed etico. Hanno purtroppo scavato a fondo all’interno della società e degli abitanti dell’Europa, che si sentono “assaliti ed aggrediti” da una massa enorme di persone che premono ai confini, che sbarcano sulle terre più vicine, che si azzardano in mare nelle condizioni più incredibili per cercare, riparo, ristoro, protezione.

Per cui (anche sul piano morale e culturale), assistiamo ad un incredibile e tragico ribaltamento di responsabilità, la paura si fa largo nelle coscienze e il rifugiato, l’immigrato, il disperato che tocca le nostre spiagge e supera i nostri confini, divengono il nemico, colui che ci toglie il lavoro, la tranquillità, la sicurezza.

In un recente saggio Luigi Zoja, psicoanalista di fama mondiale, avanza alcune acute osservazioni circa le modificazioni profonde registrate, nel volgere di poco tempo, relativamente al concetto di “solidarietà”, “vicinanza”, “prossimo” (Luigi Zoja, “La morte del prossimo”, Einaudi, 2009).

Zoja, rilevato che le spese maggiori per l’immigrazione risultano essere quelle relative alla costruzione di “muri”, (in senso fisico, ma anche come “barriere” di contenimento di vario genere), afferma che in Italia la spesa per i “respingimenti” ha raggiunto l’80%, a fronte di un 20% per l’accoglienza. Nota inoltre che l’Italia, la quale non aveva, fino a qualche tempo fa, non avendo “tradizioni” immigratorie, “(…) accoglieva gli stranieri come visitatori più che come immigranti. La diversità, non essendo frequente, insegnava qualcosa di nuovo (…); il loro pensiero diverso, più che diffidenza, risvegliava curiosità.” (cit.)

“Oggi gli immigranti giungono per mare su imbarcazioni che sono praticamente relitti. Tuttavia vengono sempre meno percepiti come visitatori e sempre più come invasori. Con la nuova immigrazione l’Occidente (…) ha scoperto il centro emotivo di una nuova politica e una ragione per edificare nuovi muri.” (cit.)

E così, la paura di perdere una seppur limitata condizione materiale, il timore di essere invasi, occupati, aggrediti, si trasformano in paradosso etico che rifiuta di vedere la miseria degli altri, la condizione di totale privazione dell’altro, del “prossimo”.

Non “l’era della solidarietà libertaria, ma quella dell’ipercapitalismo consumista egualitario”, è la triste conclusione di Zoja sul terreno psicoanalitico, amaramente analoga a quella di Bruno Amoroso sul terreno politico-economico.

(continua)

(precedenti scritti sul “Mediterraneo”: https://michelecasa.wordpress.com/2014/10/06/mediterraneo-cpt-1/; https://michelecasa.wordpress.com/2014/10/07/mediterraneo-cpt-2/; https://michelecasa.wordpress.com/2014/10/10/mediterraneo-cpt-3-turchia/; https://michelecasa.wordpress.com/2015/04/20/mediterraneo-cpt-4-1-libia/)

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