Mediterraneo: Cpt 4.3. – Libia

Intanto, di fronte alla insipienza ed anzi al colpevole comportamento della UE e dell’Occidente in generale, si continuano a registrare le decine di partenze dalla costa della Libia e, conseguentemente, il lungo strascico di tragedie e di morte si allunga.

L’ultimo, proprio di questi giorni, il naufragio di una imbarcazione con un bilancio che oscilla (i dati non possono “ovviamente” essere precisi), tra le settecento e le novecento persone. Milleseicento morti in mare (sono solo quelli accertati) dall’inizio del 2015.

Come ha giustamente sostenuto qualcuno, che siano settecento o novecento, non di tragedia bisogna parlare, ma di crimine. E abbiamo cercato di dare la nostra interpretazione sul dove risiedano le cause (o almeno alcune di esse) di questo crimine.

La cosa incredibile (ma purtroppo vera e reale) è che tutto ciò alimenta ulteriormente, a sua volta, la richiesta, o l’ipotesi (sciagurata) che sia possibile rimediare a questa situazione solo ed unicamente con azioni che rendano più “sicuri” i confini, le coste, le spiagge. Qualcuno si fa prendere dalla voglia di ulteriori (quanto improbabili) azioni di guerra, da realizzare in Libia; da richiami “interventisti” dentro conflitti che non solo non hanno confini e fronti definiti, ma dei quali non si conoscono neppure con precisione le alleanze, le forze, gli schieramenti.

Le cronache oggi sono piene di fantasiose (a volte anche assurde e criminali) teorie circa il modo di “fermare” questa massa di uomini, donne e bambini che cercano rifugio fuggendo dalla fame e dalle guerre. Proposte come quelle di “mitragliare ed affondare” le imbarcazioni, rifiutare l’accoglimento ed altre consimili, si portano dietro il retaggio di una incomprensione sostanziale della dimensione dei problemi e delle cause che l’occidente stesso ha contribuito a determinare.

Nascondersi (giacchè di questo si tratta) dietro ciniche teorie che vorrebbero affrontare i problemi sul tappeto con iniziative estemporanee, è un comportamento colpevole; così come riduttivo (ed anche ipocrita) è la proposta di realizzare sul suolo africano quella selezione di persone che sarebbero “meritevoli” di un aiuto da parte dell’europa (la proposta di realizzare centri di accoglienza su suolo libico).

Riduttivo e pressocchè fallimentare per una serie di ragioni. Anzitutto Centri di questo genere esistono già in varie parti dell’africa e non hanno certo diminuito la pressione di grandi masse di migranti; secondo perché sarebbe strano che avessero successo su quel territorio, laddove funzionano poco e male sul nostro territorio; terzo perché, come purtroppo dimostra l’esperienza, rischiano di cadere ed essere gestiti da quegli stessi criminali che oggi organizzano la partenza dei barconi; infine perché non si saprebbe neppure a chi affidare questi compiti, viste le divisioni e i conflitti esistenti tra diversi soggetti sullo stesso suolo libico.

E adesso questa incredibile ipotesi di distruggere i barconi !

Sarebbe solo un altro modo per tentare, senza alcuna efficacia, di tener lontano il diverso, il “prossimo”.

Nemmeno sono sufficienti politiche di “soccorso”, aventi alla base il pur necessario, fondamentale ed elementare spirito di umanità e di pietà verso donne, bambini, uomini, giovani che affrontano (e spesso muoiono percorrendole) le strade dei deserti, le vie del mare, in condizioni assolutamente precarie e al limite della sopravvivenza.

Perché questo è il punto: l’inarrestabile pressione di grandi masse di persone che premono, che spingono, ridotte alla fame e alla disperazione da un sistema (quello della globalizzazione mondiale) che non offre loro alcuna alternativa; spinti ad affrontare rischi, pericoli ed anche la morte pur nella sola speranza di trovare una alternativa a quella della morte certa che li attende rimanendo nei propri villaggi, nelle proprie case, nei propri campi privi di acqua e lacerati dalle incursioni dei terroristi, dei miliziani, dei portatori di odio.

La strada da percorrere è quella più impervia e difficile, ma l’unica reale per tentare di invertire la situazione e costruire delle basi più stabili e solide per quella nazione e, in genere, per le aree della costa nord del mediterraneo. Occorre affrontare i nodi veri che sono quelli della politica e dell’economia, individuando strategie concrete per stabilire le basi di una rigorosa, equa e sostenibile dinamica economica.

Anzitutto ricercando le occasioni e la possibilità di riequilibrare le risorse e la loro disponibilità a favore delle popolazioni di quelle terre martoriate, sottraendo profitti ed interessi alle multinazionali del capitale.

Scrive Riccardo Petrella in un interessante intervento (Riccardo Petrella, “Sul cammino di un altro Mediterraneo”, 10 novembre 2014): “Il divenire del Mediterraneo non può restare solo “un affare dei governi “(gli esecutivi hanno sovente esautorato i parlamenti) né ridursi ad “un business” concordato tra gli “stakeholders”(i portatori di interessi) cari alla “governante economica mondiale” oligarchica. E’ urgente coinvolgere i cittadini stessi.” (cit.)

E ancora: “Non v’è progetto di divenire differente e nell’interesse solidale dei popoli senza nuove forme di finanza rispetto al sistema attuale, soprattutto senza una finanza pubblica, e senza una visione dell’innovazione non catturata dall’imperativo della tecnologia competitiva e dal rendimento finanziario a corto termine. Né l’acqua, né l’agricoltura saranno fonti e spazi di vita in assenza di una finanza e di una innovazione pubblica, L’acqua e l’alimentazione hanno bisogno di una finanza pubblica, di nuove casse di risparmio e d’investimento pubbliche, in particolare cooperative e mutualistiche. La cultura economica-finanziaria cooperativa e mutualistica (…) non può mancare l’appuntamento con i diritti e la creatività dei popoli del Mediterraneo.” (cit.)

Concetti elementari, minuti, semplici, ma che, se realizzati potrebbero costituire e costruire una reale alternativa. Proposte concrete, materiali, realizzabili: acqua, agricoltura, risorse del territorio, culture, saperi e conoscenze della genti del luogo.

Quindi non le logiche che sostengono l’interscambio (con la Libia e con gli altri paesi del mediterraneo), concluse nei termini descritti all’inizio di questo capitolo (petrolio, gas, ecc.), ma le risorse da questo derivanti messe al servizio di una alternativa economica realmente tale; alternativa che va sottratta ai monopolisti internazionali (del petrolio, delle armi e anche dell’acqua), e restituita ai legittimi proprietari, le popolazioni di quelle aree e di quei territori.

Una breve parentesi su Israele, per ricordare non solo l’oppressione nei confronti del popolo palestinese (con la relativa denuncia per genocidio), ma anche il ruolo attivamente negativo che questo stato svolge in questa area secondo le logiche del capitale. Israele è il principale fautore delle scelte di meccanizzazione forzata e di lavorazione estensiva dei campi che produce la distruzione di pratiche, culture e conoscenze millenarie in Palestina ed altrove nel bacino del mediterraneo (ricordiamo il Piano Tecnagro in provincia di Foggia).

L’esatto contrario di ciò che è auspicabile, che è necessario, che è indispensabile fare per il riscatto dei popoli del Mediterraneo e principalmente di quelli della sua sponda meridionale.

(Fine)

(precedenti scritti sul “Mediterraneo”: https://michelecasa.wordpress.com/2014/10/06/mediterraneo-cpt-1/; https://michelecasa.wordpress.com/2014/10/07/mediterraneo-cpt-2/; https://michelecasa.wordpress.com/2014/10/10/mediterraneo-cpt-3-turchia/; https://michelecasa.wordpress.com/2015/04/20/mediterraneo-cpt-4-1-libia/; https://michelecasa.wordpress.com/2015/04/21/mediterraneo-cpt-4-2-libia/)

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