25 aprile 2015

Scrivo a ridosso delle celebrazioni del 25 aprile 2015 (ieri). Apro il giornale e leggo che un 25 aprile di queste dimensioni e con questa partecipazione non si registrava da almeno vent’anni.

Forse è solo una impressione, o forse e la mia speranza, il mio desiderio, che mi fa vedere in questa luce positiva la giornata di festa di ieri, un ritorno nelle strade e nelle piazze di gente numerosa e motivata, lontana dalle asfittiche manifestazioni celebrative che si limitano alla deposizioni di corone di allora, di incontri tenuti dentro stanze sempre più piccole, di celebrazioni ripetitive e prive di senso e di significato delle quali pure la cronaca di ieri ci racconta.

Celebrazioni, appunto, che non restituiscono alla data del 25 aprile il suo significato più intenso e profondo, quello cioè di una battaglia che si deve rinnovare sempre, ogni giorno (ed oggi ce n’è tanto bisogno), contro l’oppressione e l’ingiustizia.

Celebrazioni sempre più appiattite nella rievocazione di una occasione passata, trascorsa, il cui valore viene costantemente e progressivamente lacerato, dimenticato, cancellato dai vari “revisionismi” che puntano ad eliminare il valore fondamentale, costituente, progressivo di questa giornata.

Cosicchè ritornano alla mente le parole scritte da un partigiano prima di essere fucilato, sulla porta di una cella nel carcere di Udine: “Non temo di essere dimenticato. Temo di essere un giorno commemorato da un oratore ufficiale , che parla di noi leggendo un discorso scritto da un altro. Intorno le autorità, i bambini col grembiule pulito, i carabinieri sull’attenti.”

Parole terribili, che sono già una denuncia di quei fascisti e di quei cialtroni conniventi che per anni ancora avrebbero insozzato e ancora insozzano, con le loro frasi demenziali, con i loro comportamenti violenti ed aggressivi, con le loro scelte vili e rinunciatarie la vita del nostro paese.

E quindi abbiamo assistito, (ed assistiamo ancora), ad una lunga scia di atti violenti e criminosi che hanno segnato la vita democratica del paese;  al contempo una più sottile e preoccupante azione di svuotamento della democrazia, delle istituzioni, delle conquiste popolari è andata avanti, sotto la regia di forze conservatrici e reazionarie, che rischiano di segnare in modo preoccupante lo scenario futuro.

Per questa ragione, io credo e spero, la giornata di ieri ha registrato risposte in “controtendenza” rispetto al recente passato. A Milano un nutrito corteo, “un fiume di persone, come non accadeva da anni” (recita così “l’occhiello” de il Manifesto), ha attraversato le principali e “canoniche vie del centro cittadino, con una alta partecipazione di giovani (anche questa una nota di positiva diversità rispetto alle iniziative degli anni scorsi).

A Roma, nonostante le anticipate polemiche intorno alla questione della Brigata Ebraica, il presidio di Porta San Paolo è stato partecipato e combattuto e, alla fine della giornata si sono registrati non uno, ma tre cortei che in vario modo hanno segnato questa giornata.

Persino in questa marginale e provinciale città di Foggia, segnata ancora pesantemente dalla presenza fascista (Foggia e Brescia sono le due uniche città italiane nelle quali Ordine Nuovo organizza cortei del Primo maggio), e che regolarmente si sveglia allo scoppio degli ormai frequenti attentati da parte della malavita locale, la Manifestazione davanti al monumento dei Fratelli Biondi, organizzata dal Csoa Scurìa, ha richiamato un folto gruppo di partecipanti, assai più di quelli (appunto) presenti alla manifestazione ufficiale.

Lo Scurìa aveva peraltro organizzato una “tre giorni” di intensi dibattiti, proiezioni, spettacoli musicali e teatrali dedicati ai temi del fascismo, della guerra e della lotta partigiana.

Mi risulta, peraltro, che anche altre associazioni abbiano tenuto iniziative di vario genere su questi argomenti.

Io credo, e spero, che questo (purtroppo ancora parziale) risveglio di partecipazione e comunque di presa di coscienza, derivi e, ancor più metta in luce non tanto e non soltanto la “soddisfazione” per ciò che è stato conquistato. Ma soprattutto “l’insoddisfazione” per ciò che non è stato conquistato e per le conquiste di cui, negli ultimi tempi, siamo stati privati.

E qui l’elenco è assai lungo. Dal mitico “Jobs Act”, eufemismo anglosassone, tradotto in una italianissima “privazione di diritti” per i lavoratori, i precari, le mille figure di lavoratori subordinati inventati dalla fertile immaginazione dei manutengoli del capitalismo nostrano ed europeo. Intervento (il Jobs Act), giustificato dalla opportunità di nuovi posti di lavoro per i giovani disoccupati, per i quali, a sei mesi dall’approvazione della legge e a quattro mesi ormai dalla sua entrata in vigore, non si vede ancora alcun miglioramento.

Il disegno di legge (la cosiddetta “Buona Scuola”) che prefigura una scuola finalizzata a rendere gli studenti dei “soggetti competitivi” all’interno della scuola, per poter adeguatamente “competere” domani nella società; un obbiettivo che è l’esatto contrario di una formazione vera, finalizzata all’inserimento di un cittadino dentro una società civile e democratica. Si ipotizzano assunzioni “a chiamata” dei docenti e un ruolo di “dirigenti” per i capi di istituto, che è paragonabile a quello di una amministratore di una azienda. Una scuola nella quale lo spazio per la “cultura” è ridotta ad un ruolo assai miserevole.

Lo “SbloccaItalia”, rivendicato quale elemento per superare ferraginosità, ritardi e manchevolezze della burocrazia italica, finalizzato ad accelerare l’utilizzo di risorse ed investimenti, spesso preda di intrallazzi e di interessi nei quali anche la mafia, oltre che gli “interessi” della politica si sono spesso intrecciati. Questa legge, la prima del “velocista” Renzi, si traduce in regali alle grandi aziende monopoliste delle costruzioni, del petrolio; mette in discussione il ruolo degli enti locali e la partecipazione dei cittadini, apre prospettive di grande rischio per l’ambiente, il territorio, la salute delle persone.

Ed ancora la riforma parlamentare e costituzionale che costituisce l’affondo principale alle istituzioni democratiche, alle conquiste realizzate nella Carta Costituzionale, proprio quella frutto dell’antifascismo e della Resistenza. Una modifica sostanziale della democrazia che riduce spazi e poteri del parlamento, elegge “direttamente” il capo dell’esecutivo, ed affida a questo e ad alcuni ascari da lui nominati il compito di gestire la “cosa pubblica” eliminando ogni bilanciamento dei poteri ed ogni reale facoltà di controllo (su questo tema tornerò ancora in un prossimo scritto).

I precedenti di quest’ultima iniziativa legislativa che in parlamento viaggia speditamente grazie a forzature regolamentari, a pavidi obiezioni di una sparuta e divisa minoranza interna al partito del presidente del consiglio e di una debole opposizione da parte delle altre forze parlamentari, trova due drammatici precedenti: la cosiddetta “legge Truffa” che la DC fece approvare nel 1953 (e fortunatamente non ebbe l’approvazione dei cittadini) e la legge Acerbo del 1924. Sì proprio la legge che aprì definitivamente e diede spazio all’avvento del fascismo al potere.

In ragione di tutto questo io credo (e soprattutto spero) che la giornata di ieri abbia costituito un momento importante, diverso da quelle precedenti. Una giornata nella quale è stata espressa l’insoddisfazione, l’indignazione dei “giusti”. Perché, come ha recentemente affermato “Buby” (Massimo Ottolenghi), partigiano ormai centenario (compirà cento anni nei prossimi giorni): “Solo l’azione che nasce spontanea dall’indignazione muove la storia.”

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