Europa/Costituzione – 1a parte

Le vicende greche, che ci angustiano quotidianamente, oltre a segnalare un problema reale circa la situazione economica dell’europa e dei diversi paesi che la compongono, sta sollecitando una serie di interessanti riflessioni circa il rapporto complesso tra le diverse costituzioni nazionali, il loro “ruolo” di istituzioni democratiche, la “relazione” tra queste e i principi contenuti dai trattati europei.

Una discussione non di poco valore e neppure astratta e formale come si potrebbe immediatamente pensare. Un problema che invece implica i limiti delle istituzioni (e delle relative decisioni) dei singoli stati, la loro relazione con i contenuti dei trattati europei, la scelta su quali delle scelte debbano prevalere. Tutte questioni che, come vedremo, hanno ricadute concrete sulla vita, l’organizzazione e il futuro dei cittadini.

Le scelte dell’europa sono, d’altra parte, in costante divenire. Ciò che oggi è diventata l’Unione Europea non è certo ciò che ha ispirato i primi propugnatori di una europa unita e non è detto (almeno questa è la speranza), che l’attuale deriva neoliberista, sottomessa alle logiche del capitalismo finanziario (“predatorio” secondo la definizione di Piketty) debbano per sempre prevalere.

Già alcuni anni fa il prof. Bruno Amoroso, economista, presidente del Centro studi Federico Caffè dell’Università di Roskild, Danimarca, aveva affrontato il nodo della “evoluzione” della politica economica europea.

In un suo scritto del 12 febbraio 2012 (“Costruzione europea e regione mediterranea: politica di vicinato o progetto comune?”, in versione più estesa “European construction and the Mediterranean region: neighbourhood policy or common project?”), individua alcune questioni utili al ragionamento che provo a sviluppare in questo scritto.

In un passo del suo lavoro, egli scrive: “L’UE abbandona il proprio modo di essere che ha costituito la base per la creazione del Modello Sociale Europeo, per allinearsi alle scelte della globalizzazione e della competitività (rivalità) rispetto alle quali il pensiero e le politiche europee divengono sussidiari delle scelte della Triade capitalistica (la globalizzazione) e del suo poliziotto mondiale (gli Stati Uniti). I segnali forti di questa deriva “atlantica” dell’Europa – di segno opposto a quelli che ne avevano determinato la nascita e in altre parole gli obbiettivi d’economie di pace, di rispetto della sovranità e indipendenza degli stati nazionali, e di sostenibilità da raggiungere trasformando la rivalità e la concorrenza tra gli stati europei in cooperazione e sinergie – erano tutti presenti nell’ “Agenda di Lisbona del 2000”. In quel documento furono fissati gli obbiettivi di lungo periodo dell’UE, e affermati gli indirizzi per le politiche europee della crescita e della competitività che costituiscono le linee guida di quella che diverrà poi la “dimensione strategica dello spazio europeo” su posizioni eurocentriche e di colonialismo culturale. L’adesione dei sindacati europei all’Agenda di Lisbona fu giustificata richiamando le parti del documento dedicate agli obbiettivi sociale e dell’occupazione. Non si volle vedere però che questo avveniva in un quadro di competitività a livello mondiale non subito, ma invocato, ed in un approccio di politica estera e di cooperazione internazionale che spingeva ormai verso una prospettiva di “Apartheid Globale” dentro il quale l’obbiettivo dei diritti e dell’equità sociale non poteva che apparirvi sfigurato.” (cit.)

Mi scuso per la lunga citazione, che peraltro individua numerosi e interessanti punti di riflessione e di discussione. Vorrei sottolineare in particolare, ai fini del presente scritto due concetti: quello di “sovranità” nazionale (seppure correlato al principio di “interdipendenza” tra gli stati) e quello relativo ai temi “dei diritti e dell’equità sociale”.

Infatti è proprio intorno a questi due concetti che si va sviluppando la contraddizione di fondo e la “inversione” dei trattati (a partire appunto dall’ Agenda di Lisbona) rispetto al disegno di un allargamento degli spazi di democrazia e soprattutto (questa inversione), a favore di una logica “di mercato” che colpisce e danneggia i lavoratori, i giovani, i cittadini.

E, in questo aspetto, nell’essere (la logica dei trattati dell’Unione), assolutamente in contraddizione con quanto stabilito nella Carta Costituzionale della Repubblica Italiana, dove, come è noto, all’art.1 si recita: “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”.

Per la cronaca detta formulazione fu avanzata da Fanfani, ed accolta dall’intero arco di forze parlamentari. E’ in un articolo molto circostanziato, ben documentato e assai correttamente sviluppato dal prof. Vladimiro Giacchè, (articolo che citerò in più parti qui di seguito), che questo aspetto non marginale viene ricordato. (V. Giacchè, “Trattati europei e democrazia costituzionale”, 11 aprile 2015, http://www.marx21.it/internazionale/europa/25434-trattati-europei-e-democrazia-costituzionale.html).

Un altro aspetto che viene giustamente sottolineato nello scritto del prof. Giacchè, è costituito dall’appassionata argomentazione sviluppata da Lelio Basso, a sostegno della formulazione dell’articolo primo della Costituzione, chiarendo il nesso tra “realizzazione del diritto al lavoro e l’attuazione della democrazia costituzionale”. “E’ necessario – questa l’argomentazione di Lelio Basso – che la Repubblica assuma l’impegno di garantire il pieno impiego; questo impegno non è un obbligo immediatamente realizzabile ma un obbiettivo programmatico che deve informare di sé la legislazione. (…) Finchè questi articoli (il riferimento è agli artt. 1 e 36) non saranno veri, non sarà vero il resto; finchè non sarà garantito a tutti un lavoro, non sarà garantita a tutti la libertà; finchè non vi sarà sicurezza sociale, non vi sarà veramente democrazia politica; o noi realizzaremo interamente questa Costituzione, o noi non avremo realizzata la democrazia in Italia.” (cit.)

Niente di tutto questo è contenuto nei trattati dell’Unione Europea; al contrario “(…) nell’eurozona da un capitalismo nel quale lo Stato ha un ruolo rilevante, flessibile grazie al contributo della banca centrale e e governato attivamente, siamo tornati a un sistema che possiamo caratterizzare come un capitalismo nel quale lo Stato ha un ruolo marginale, vincolato dal sistema aureo e non governato. Forte concorrenza, stabilità dei prezzi e indipendenza della Banca centrale dai governi: sono questi i principi qui sovraordinati agli altri.” (cit.)

Ed ancora meglio precisa: “(…) nei trattati europei il valore della stabilità dei prezzi viene di fatto sovraordinato agli altri (…). La lotta alla disoccupazione diviene quindi secondaria. E in effetti, la tutela del lavoro prevista nei Trattati europei è molto più debole di quella prevista nella nostra Costituzione.”(cit.)

Rinvio i lettori a questo citato scritto, relativamente agli aspetti che hanno portato l’economia italiana ad “invilupparsi” nella presente situazione per continuare a seguire il filo del ragionamento che sto cercando di sviluppare in questo scritto, e vi ripropongo un altro passaggio dell’analisi del prof. Giacchè: “In effetti la regola del pareggio di bilancio non soltanto colpisce salari e occupazione, accrescendo la disoccupazione strutturale (…) ma rende di fatto impraticabili politiche industriali che comportino investimenti pubblici e più in generale l’intervento pubblico in economia (…), costringendo lo Stato ad alienare anche le sue residue proprietà.” (cit.)

(1 – continua)

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