Europa/Costituzione – 2a parte

Ed alla fine così conclude: “(…) la questione, ben prima che giuridico-diplomatica, è politica. Ed è la seguente: alla luce di quanto si è visto, è conveniente proseguire sulle modalità di integrazione europea tracciate dagli attuali Trattati, magari confidando in un cambio di passo rappresentato dall’unione politica? Non è meglio cambiare, anziché il passo, la direzione di marcia? Io penso che debba preferirsi questa seconda alternativa. Penso che si debba cambiare la direzione, e che questa debba tornare ad essere quella indicata dalla nostra costituzione. E’ questo il vincolo interno inderogabile che dobbiamo anteporre, o meglio sostituire, al vincolo esterno rappresentato dai Trattati europei e a ciò che esso ha portato con sé: un anacronistico revival dello Stato minimo e del laissez faire, appena riverniciato di “modernità” tecnocratica.”(cit.)

Un giudizio drastico dunque che contiene numerose implicazioni sul metodo e sulle scelte politiche dei governi che si sono succeduti in Italia nel corso almeno dell’ultimo ventennio, e le cui radici risiedono in scelte compiute intorno al cambio di secolo.

Ancora più esplicito, il prof. Giacchè era stato in un intervento del 30 ottobre 2014, svolto su argomentazioni di carattere più strettamente economiche, cui anche qui si rimanda il lettore per una approfondita conoscenza di temi e questioni assai complesse, in merito alle quali la domanda se restare o meno nell’euro appare (a mio modesto parere) falsa o comunque assai “semplicistica”. (http://ideecontroluce.it/unipotesi-da-non-esorcizzare/).

In quell’occasione aveva infatti affermato: “L’impasse dell’Unione monetaria sta retroagendo negativamente sul progetto europeo, scatenando rancori e restringendo i terreni di intesa, anziché spingere – come era nelle intenzioni dei suoi protagonisti – verso una maggiore integrazione. La moneta unica sta diventando una minaccia, e non un’opportunità, per l’integrazione europea. Il fatto che questa situazione non sia riconducibile unicamente alla configurazione dei Trattati, ma anche alle politiche concretamente poste in essere dal 2008 in poi, non cambia nulla quanto alle potenziali conseguenze distruttive della situazione.” (cit.)

E infine: “Chi voglia davvero l’integrazione europea non può pensare che essa si possa conseguire proseguendo su questa strada, di fatto limitandosi a mettere un cappello politico-istituzionale (estremamente pericoloso stanti gli attuali rapporti di forze all’interno dell’unione) a un’unione monetaria così mal congegnata e implementata come l’attuale. L’attuale costituzione economica dell’Europa non deve essere “completata”, deve essere cambiata radicalmente. O abbandonata.” (cit.)

Personalmente, sulla base di un ragionamento meramente politico (cui però non sfuggono implicazioni di ordine economico, anche se sommarie e assai parziali, giacchè non mi misuro certo con le analisi degli economisti, compresi quelli citati) sono fermamente convinto che si possa e si debba operare per un cambiamento radicale delle politiche dell’unione europea.

Una strada impervia e difficile, come l’esempio greco dimostra, persino nelle forme aggressive e rozze con le quali si cerca di screditare non solo le politiche, ma anche gli uomini del governo. Ne sono un esempio le critiche di “inaffidabilità” che in questi giorni vengono rivolte a Varoufakis, economista riconosciuto, le cui posizioni e le cui richieste sono appoggiate da economisti di fama e da due premi nobel dell’economia (Halevi, Krugman, Galbraith e Piketty). Risulta peraltro paradossale che tali critiche provengano, tra gli altri, da un laureato in legge (Shaube) e uno in agraria (Dijsselbloem) che “dirigono” le finanze dell’europa.

Dunque, ancora una volta diviene decisivo il confronto e lo scontro per individuare e sostenere una politica alternativa alle attuali strategia di austerità imposte dalla troika a livello europeo, strategie contrarie alle possibilità di stabilire percorsi diversi e funzionali al positivo dispiegarsi dei principi costituzionali dei singoli stati, in particolare, come abbiamo visto, nel caso dei principi stabiliti dalla costituzione italiana; tesi, anzi, proprio a limitare e ingabbiare quei principi stessi, rendendoli inefficaci ed affermando invece, la supremazia di quelle stesse politiche di austerità a scapito del miglioramento delle condizioni economiche e sociali dei cittadini, addirittura colpendo e sacrificando le loro condizioni economiche e sociali, riducendone i diritti, privandoli di ogni aspettativa di riscatto.

Il caso italiano, infatti, risulta emblematico non solo per comprendere la contraddizione fondamentale esistente tra gli obbiettivi del singolo stato e le norme ed i trattati europei, ma anche per comprendere le specifiche condizioni del quadro politico nazionale e gli sviluppi (meglio sarebbe dire le involuzioni), delle politiche nazionali e in particolare delle scelte autoritarie e neo-conservatrici perpetrate con lucido cinismo dalle “operazioni” portate avanti da Renzi e dal suo governo.

A questo proposito, e per considerare l’intreccio tra politiche nazionali e le scelte dell’Unione europea, nonché la possibilità di un “radicale cambiamento” di queste, vorrei riprendere una riflessione, a mio parere molto interessante, pubblicato da Stefano Fassina (il Manifesto, 11 aprile 2015), augurandomi che all’acutezza del ragionamento corrisponda un adeguato e corrispondente impegno politico.

Afferma Fassina, dopo aver analizzato la situazione economica e lo stato dell’eurozona: “(…) vi può essere soltanto un partito di governo: nella forma diffusa in Europa di grande coalizione permanente tra conservatori alla guida e socialisti a rimorchio, spompati dopo tre decenni di subalternità al pensiero unico liberista; oppure, dove non c’è una destra di sistema come in Italia, nella forma del Partito Unico della Nazione nell’involucro del PD. In tale quadro si spiega la forza politica, mediatica e elettorale di Renzi, interprete estremo ed abilissimo della rivoluzione passiva in corso, raccontata da vent’anni a sinistra come “Terza Via”. E si comprende la revisione costituzionale e elettorale finalizzata a produrre governabilità attraverso il consenso di una minoranza (in particolare, il premio per la maggioranza assoluta dei seggi al primo partito, indipendentemente dalla quota di consenso raggiunta al primo turno) poiché, declinata la società delle classi medie, la democrazia può funzionare solo su basi ristrette.” (cit.)

E quindi conclude circa la possibilità di una alternativa: “Il nodo è il seguente: la ricostruzione delle condizioni per la soggettività politica del lavoro, quindi per un sistema politico di alternative reali, dipende dalle rideterminazioni dei rapporti tra democrazia nazionale e poteri economici sovranazionali. La sinistra per una alternativa di governo deve avere un programma fondamentale orientato ad una radicale ridefinizione del rapporto con l’Unione Europea.”(cit.)

“Hic Rhodus, hic salta !” (uso esplicitamente la versione data da Karl Marx e non la più corretta traduzione latina della famosa locuzione greca tratta dalle favole di Esòpo).

Credo che questo sia davvero il nodo, il problema di fondo e la sfida, difficile e drammatica per certi versi, che ci troviamo ad affrontare qui ed ora.

Io ho cercato di affrontarla riproponendo alcuni passaggi e riflessioni di autori diversi e di diversa estrazione che mi sono sembrati particolarmente importanti e significativi e che potessero dare un quadro più preciso e documentato rispetto alle sole mie modeste capacità.

Sicuramente si tratta di argomenti e di questioni di grande portata. Essi sollecitano analisi e riflessioni approfondite e non semplicistiche soluzioni e sterili contrapposizioni. Ma richiedono altresì un impegno concreto, nell’agone di un confronto duro e serrato; necessitano di grande spinta ideale, ma anche di esplicito confronto di azione, di lotta da parte di movimenti concreti, di aggregati sociali e politici che è indispensabile suscitare ed organizzare.

(Fine)

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