Precariato

Più volte, nello scrivere i testi dei miei interventi, ho parlato, ho citato, ho polemizzato sul tema del precariato e delle varie e multiformi modalità di prestazione del lavoro nell’attuale mercato del lavoro.

Proverò, in questo scritto, ad affrontare più specificamente alcune questioni legate a questo argomento, che coinvolge ormai centinaia di miglia di persone nel nostro paese e costituisce una delle forme più preoccupanti e diffuse della prestazione lavorativa subordinata (o, in taluni casi, falsamente autonoma).

Inizialmente (mi riferisco agli anni sul finire del secolo scorso, prima ancora che le percentuali di disoccupati raggiungessero gli attuali livelli), si era cominciato a parlare di instabilità del rapporto di lavoro, come ricerca di una condizione migliore e diversa da parte dei giovani, dei laureati alla ricerca di prima occupazione, che, con il cambio e la flessibilità della loro prestazione lavorativa, potessero cercare e trovare la migliore e a loro più consona condizione di lavoro.

Ben presto la “favola” ha mostrato il suo vero volto: il precariato (nelle sue diverse e anche fantasiose formulazioni) è una totale subordinazione della prestazione lavorativa alle esigenze e ai bisogni del capitale, che cerca di utilizzarlo ad esclusivo proprio vantaggio, utilizzandone flessibilità e totale dipendenza e privandolo di quelle seppur minime e parziali garanzia acquisite dal lavoro dipendente con le clausole dello Statuto dei Lavoratori.

Con la “proclamazione” del “Jobs Act”, la mirabolante e miracolosa ricetta di Renzi e del suo governo, è stata messa una pietra tombale anche su queste conquiste minime che i lavoratori e il movimento democratico avevano conquistato, facendo scomparire quei diritti e garantendo ai datori di lavoro quella boccata di ossigeno indispensabile alla sopravvivenza dei propri affari e dei propri utili e a detrimento dei livelli di vita e di salario dei lavoratori dipendenti.

Tanto profonda e dannosa risulta la “riforma” renziana, che, in modi e forme diverse, il padronato cerca di individuare le strade più opportune ed utili al fine di lucrare le migliori condizioni possibili rispetto al lavoro dipendente, utilizzando ogni spazio e possibilità per recuperare forme aggiuntive e surrettizie di utile: licenziamenti di lavoratori a tempo indeterminato e loro riassunzione secondo le nuove norme, trasformazioni di rapporti di lavoro e, ne ho letto, anche assunzioni fasulle e di comodo per attività produttive inesistenti.

Questa riforma era stata spacciato al mercato delle solite bugie renziane, di tipico stampo populista, come l’occasione per un risveglio e un rilancio dell’occupazione e per dare una risposta credibile (ricordate la frase detta agli imprenditori: “Ora non avete più scuse per non assumere”) ai problemi della disoccupazione, in particolare a quella giovanile e femminile. A quattro mesi dalla sua entrata in vigore non solo i risultati sono risibili, ma il tasso di disoccupazione tende ad aumentare. I diritti sono stati colpiti senza che nessuna alternativa si sia concretamente realizzata.

Ma detto tutto ciò, cercherò di soffermarmi in specifico sulla situazione del precariato che vede ormai una messe incessante di riflessioni (articoli, scritti e pubblicazioni), ed anche una diffusa anche se ancora disorganica iniziativa di organizzazione degli interessati.

La mia impressione, leggendo questi scritti e frequentando una serie di persone la cui attività è essenzialmente e prevalentemente precaria, seppure nella molteplicità delle forme che la rappresentano, è di una “soggettiva” difficoltà della possibile strutturazione in realtà capaci di organizzarsi autonomamente ed efficacemente al fine di rappresentare e presentare una proposta “vertenziale” e rivendicativa delle loro istanze e delle loro richieste.

Provo a spiegarmi meglio. Verifico una forte radicalità nelle posizioni, nel tipo di ragionamento, nei modi di porsi verso la realtà sociale che li circonda; al contempo risulta estremamente difficile riuscire a realizzare una qualche forma organizzata della protesta e della organizzazione della protesta stessa.

Non mancano certo esperienze importanti e non sottovaluto affatto il lavoro interessante e duro fatto da persone, individui ed associazioni che nel corso degli anni si sono impegnati con pazienza e con tenacia per affrontare simili tematiche. Numerose sono stati e sono gli sforzi per strutturare, per tessere una rete, un coordinamento, un minimo di convergenza tra situazioni e figure diverse.

Ma la mia impressione è che prevalga la tendenza a rinchiudersi nella propria condizione personale o, se tutto va bene di gruppo ristretto, di segmento professionale tutt’al più, rifuggendo da ogni delega sociale, da ogni riconoscimento politico esterno, da qualsiasi livello di rappresentanza che non sia quella propria.

Indubbiamente il ritardo con il quale il sindacato sta affrontando queste tematiche non può essere sottaciuto; il fatto che all’interno della Cgil in pochi ed in modo isolato, anche se pervicace, abbiano lavorato intorno a queste tematiche ha lasciato un segno non positivo; il fatto che Landini si sia posto esplicitamente questi obbiettivi (e che la Confederazione li abbia sostanzialmente ripresi) fa ben sperare, ma richiede sicuramente tempo.

Tuttavia l’impressione è che molto di più sia riuscito (in senso ovviamente negativo), a fare l’opera demonizzatrice e distruttiva delle forze dominanti, del padronato e del governo e, da ultimo, della pratica meramente dissacratoria di Renzi, il quale con i suoi “tweeet” e i suoi “hastag” simpaticamente rinfocola e aggrava la divisione sociale, la frammentazione, le divisioni sempre maggiori all’interno della variegata galassia del lavoro dipendente e subordinato.

Troppo tempo è passato dal May Day e dalle prime manifestazioni di San Precario (correva l’anno 2001 se non ricordo male), e nel frattempo non si è visto un evolversi della situazione che, ricercando radici nella storica strutture di mutuo soccorso, nella cooperazione, nella solidarietà sociale e di classe, riuscisse a individuare strade nuove ed originali per riaggregare ciò che il nemico ha disgregato e disarticolato.

Capisco la diffidenza, inculcata con sapiente “posologia” nelle menti e attraverso le concrete, difficili esperienze quotidiane di lavori saltuari, a tempo determinato, a contratto, a prestazione, somministrati, apprendistati e quant’altro è stato possibile inventare (comprese le partite Iva), verso “tradizionali” e storiche forme organizzate del movimento operaio.

Ma credo sia indispensabile ricostruire una attiva convergenza di situazioni che superi la dicotomia tra giovani (identificati come precari e perdigiorno) e vecchi (quelli qualificati dalla rutilante pubblicistica mainstream come “tutelati”) , o peggio ancora tra settori e settori (i precari della scuola scuola,  gli “apprendisti” della giurisprudenza, i lavoratori occasionali della sanità, quelli saltuari che operano nel campo dell’assistenza sociale, quelli a prestazione dei call center).

L’obbiettivo deve essere quello di comprendere e far comprendere che è stata cancellata una intera costellazione di diritti sociali di cittadinanza,  di interventi del welfare state, e quindi individuare strategie originali di mutuo soccorso, costruire categorie unificanti, approdi possibili per un più avanzato sistema di coperture sociali e previdenziali, per costruire un nuovo statuto dei lavoratori, adeguato ai tempi e alle condizioni nuove ed originali in cui vive oggi il lavoro dipendente, da sempre oggetto delle mire e delle rapine degli “spiriti animali” del capitalismo.

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