Expo 2015

Finora avevo evitato di affrontare questo argomento, perché le discussioni in corso, gli articoli sui giornali, le iniziative che maggiormente affollavano stampa e televisione, riguardavano principalmente aspetti collaterali al tema centrale dell’iniziativa.

Non che questi fossero o siano di interesse marginale, rispetto al tema dell’alimentazione; tuttavia mi sono sembrati poco “centrati” sul significato, i valori e (soprattutto) i limiti di questa iniziativa.

Infatti non è certo di poco conto lo scandalo emerso intorno alle vicende degli appalti, che hanno provocato la nomina di un commissario da parte del governo, secondo una logica centralizzatrice e deleteria che purtroppo viene invocata a fronte della incapacità di contenere, controllare ed esautorare vecchie pratiche clientelari e “nuove” infiltrazioni mafiose nella gestione degli appalti pubblici. Come non sono certamente secondarie le questioni che afferiscono alla scelta del sito e al tipo di interventi realizzati, i quali interventi hanno scompaginato irrimediabilmente una vasta area agricola, la maggior parte della quale non potrà essere riconvertita alle sue precedenti finalità ed è probabile che lasci strutture abbandonate e sottoutilizzate, come in gran parte di consimili eventi che hanno punteggiato il territorio nazionale. Non è neppure irrilevante la discussione sugli sprechi che questa “kermesse” ha generato relativamente a dimensione e costi di singoli capannoni, ai ritardi accumulati nel corso della loro realizzazione, sulla “gradevolezza” o meno degli interventi realizzati. Non è di poco significato, infine, la conflittualità emersa ed ampiamente giustificata, circa l’utilizzo del lavoro e le modalità stesse delle forme di prestazione lavorativa richieste in questa occasione (concordate o meno con le organizzazioni sindacali), che sono lo specchio della precarietà e della frammentazione imposta dalle logiche del padronato.

Tuttavia tutti questi temi, i dibattiti e i conflitti che ne sono nati, hanno girato e girano tuttora, intorno alla questione principale che è costituita dalla fame sul pianeta e sulle possibilità di porvi rimedio.

E su alcuni aspetti di questo problema cercherò sinteticamente di intervenire esprimendo la mia opinione in merito ed alcune prime, elementari considerazioni.

Il tema di questa “esposizione” mondiale è “Nutrire il Pianeta”, facendo fronte a problemi gravi quali la fame, la disponibilità di terra in importanti aree del pianeta, la mancanza di acqua e di cibo per milioni di persone.  Qui io colgo subito una prima contraddizione, o meglio una questione sottaciuta. In realtà l’attuale produzione alimentare, a livello mondiale, risulta (almeno dagli studi condotti da una serie di organismi internazionali, primi fra tutti la Fao) ampiamente sufficiente a nutrire l’intera popolazione planetaria, fornendo a questa la necessaria quantità di cibo.

Il punto vero è la sua ineguale distribuzione tra nord e sud del mondo, tra “l’occidente” e il resto del pianeta, tanto da creare quelle situazioni così evidenti da rendere stridente il contrasto: l’aumento dell’ obesità infantile nei paesi “sviluppati”, ed i bambini che muoiono letteralmente di fame nell’africa profonda.

Dunque il problema non è la “carenza” di alimenti, ma la sua “distribuzione” equa e razionale. Ma qui interviene il primo elemento che genera il conflitto. Perché questo stridente disequilibrio ? Il problema si pone in termini di possibilità di accesso alle risorse alimentari e della grave e profonda diseguaglianza nella loro distribuzione.

E da cosa dipende tutto ciò, se non dalla forma che il “mercato” alimentare ha assunto oggi sul pianeta, preda (il mercato alimentare) di grandi monopoli economici e finanziari che intervengono pesantemente nella struttura produttiva agro-alimentare, orientandola non al perseguimento dell’obbiettivo (la nutrizione), ma al fine ultimo del capitale (la massimizzazione del profitto), anche se questo entra in contraddizione con il primo aspetto (quello della nutrizione).

Afferma apertamente Nora McKeon (studiosa di problemi alimentari): “ Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito all’aumento del potere delle multinazionali del settore agroalimentare, grazie ai trattati sul commercio e investimenti firmati con il consenso di governi compiacenti. La speculazione finanziaria sulla terra e sul cibo ha inflitto il colpo finale ai produttori. Per di più, con il contrarsi dell’attività regolamentatrice dello Stato e lo speculare aumento degli standard privati, le multinazionali hanno giocato un ruolo decisivo nello stabilire le regole della loro attività.” (Supplemento a il Manifesto del 1 maggio 2015).

Una frase che contiene molti spunti di interesse e sui quali mi riprometto di tornare successivamente, al fine di approfondirne gli aspetti, spesso non lineari ed anche assai complessi. Qui subito, invece una considerazione che mette in discussione i presupposti stessi di questa “Expo”.

A fronte della situazione denunciata da Nora McKeon, gli sponsor ufficiali della esposizione milanese, e comunque i principali, sono proprio due multinazionali, responsabili, e non è cosa da poco di molti di quegli elementi di “distorsione” del mercato alimentare del quale parlavo prima: Coca-Cola e McDonald; mentre altre multinazionali sono massicciamente presenti all’iniziativa: Monsanto, Nestlè, Dupont, etc, etc.

Con questi presupposti non si va molto lontano e l’evidenza dei simboli indica che questa iniziativa rischia di andare proprio nella direzione di aggravare ed appesantire quelle distorsioni, piuttosto che porsi il problema di affrontarle.

Parlare degli sponsor non è infatti solo questione di immagine, è questione di sostanza, di scelta della direzione verso la quale proseguire. Perché la logica delle multinazionali (e la loro concreta operatività) è proprio quella di stabilire le regole fondamentali del gioco nel quale ad esse spetta la massimizzazione dei profitti avendo come obbiettivo la migliore produttività possibile (delle risorse) e come strumento la maggiore flessibilità utilizzabile (della forza lavoro subalterna).

Quindi appare fortemente distorcente delle finalità conclamate da questa esposizione universale il “prevalere” di quei soggetti che hanno contribuito e contribuiscono alla disparità nella distribuzione delle risorse alimentari; che producono alimenti che sono “un’aggregazione di zuccheri e grassi, cibi non certo adatti a nutrire le persone e dannoso per la nostra salute e soprattutto dei nostri figli”; che hanno imposto ed impongono il monopolio di sementi e brevetti nocivi per l’ambiente e altamente inquinanti; che hanno determinato l’espulsione dalla terra di migliaia di contadini; che hanno imposto pratiche agricole che a loro volta hanno determinato l’impoverimento crescente e progressivo dei terreni, l’abbassamento delle falde acquifere, la fuga dal loro territorio di centinaia di migliaia di persone; che usano molecole sintetiche per le coltivazioni agricole al posto di interventi biologicamente sostenibili per l’ambiente e le persone, spacciando per modernità, pestilenziali interventi che accumulano nella terra e nell’aria veleni che poi risultano impossibile da eliminare.

Nel “parterre” di Expo 2015 ci sono anche altre presenze e altre associazioni (alcune si sono rifiutate di partecipare), le quali hanno scelto di testimoniare una presenza e di marcare la loro realtà alternativa alle logiche dominanti delle multinazionali. Avremo modo di vedere se la loro voce riuscirà a prevalere sulle alte grida delle multinazionali e sugli ingenti mezzi che queste hanno a loro disposizione. La lunga durata della manifestazione potrà permetterci di tornare più analiticamente su singole tematiche e cercare di realizzare i necessari approfondimenti.

L’inizio non è di buon auspicio.

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