Expo, Il cibo – 1

Nel precedente scritto avevo accennato ad una serie di questioni relative all’Expo (agricoltura, territorio, inquinamento, produzione, cibo, etc.) sulle quali avevo intenzione di realizzare specifici interventi. Comincio con questo scritto nel quale avanzo alcune riflessioni, ma soprattutto vi racconto alcune personali (e spero simpatiche) esperienze sul cibo, che qui intendo come consumo finale: “catene” della ristorazione, cucina alternativa, ed altre varie.

In molti hanno paventato che l’Expo non sarebbe stato un luogo dove poter affrontare i problemi della fame nel mondo e dove riuscire a individuare le strategie opportune per “nutrire il pianeta”; altrettanti avevano affermato che sarebbe stata una “vetrina per “nutrire” i soliti noti, a cominciare dagli sponsor ufficiali della manifestazione.

Così, a poche ore dall’apertura, ecco già un servizio on-line del Corriere (http://video.corriere.it/a-expo-sfida-mcdonald-s-slow-food/f6129246-f024-11e4-ab0f-6f7d8bd494ab), che annuncia la numerosa frequentazione di uno dei tanti ritrovi del McDonald’s e (ritengo per essere “politicamente corretto”) alcune riprese del padiglione (dalle immagini assai meno frequentato) di Slow Food.

Poteva essere diversamente? Il bombardamento diuturno della pubblicità ammiccante della principale catena di “ristorazione” a livello mondiale, poteva non essere una delle principali calamite per il consumo rapido, oscenamente ripetuto, disinformante e ampiamente attrattivo? Preciso, diretto al bersaglio le parole del rappresentante della “ditta”, capace di lodare con poche parole una tipologia di cibo e di consumo valido in maniera uniforme a tutte le latitudini, capace, con la sua “massificazione” tipologica e la sua capacità di adattamento, di inserirsi in tutti gli anfratti del consumo mondiale? Un modo di consumo che risponde ad un adattamento progressivo e poco riflettuto di un gran numero di persone che, adatta il proprio “stile” alimentare a un modello ampiamente condiviso e facilmente riproducibile.

A ben poco sono valse le affermazione del rappresentante di Slow Food, pacate e ragionate, il quale sosteneva che il modo in cui mangiamo determina la nostra salute, la salute del pianeta. Parole astratte, lontane, che hanno necessità di essere spiegate, motivate, contestualizzate. Così come lo slogan del padiglione e la ragione stessa della presenza di Slow Food: “Buono, pulito, giusto”. Concetti complessi che hanno bisogno di trovare un uditorio attento e motivato all’ascolto. Richiedono tempo e impegno, consapevolezza, coscienza, militanza, ricerca.

Vuoi mettere con l’immagine di un succulento Big Mac, immediatamente pronto per sollecitare la salivazione delle tue papille gustative? Ti piace vincere facile, eh?

Se il ragionamento vi può sembrare banale, vi racconto di quanto mi è accaduto a Stoccolma, e poi giudicherete.

Giungo a Stoccolma, con una gran fame (dopo un intero giorno di viaggio), ma totalmente estraneo al luogo e alla lingua; lateralmente alla stazione, due ristoranti: l’uno chiaramente era un ristorante svedese, che proponeva piatti locali, i prezzi bene in chiaro, ma con un menù purtroppo a me totalmente incomprensibile. Dall’altro lato della strada un McDonald, con la sua tradizionale e universale offerta, comprensibile ad un bambino di sei anni, ad un vecchio di sessanta, ad un peruviano come ad un cinese. Avendo personalmente compito, ormai da tantissimi anni, una scelta di boicottaggio attivo nei confronti di quella multinazionale del cattivo gusto, la scelta era obbligata e quindi, aiutandomi con uno stentato inglese sono riuscito a dialogare con un cameriere del ristorante svedese ed ho mangiato un ottimo pezzo di salmone con contorno di verdure a vapore. Ma l’operazione è stata quanto meno laborioso ed ha richiesto tutto il mio impegno (e quello di un paziente cameriere). Cosa pensate che avrebbe fatto (o che faccia) un qualsiasi turista meno motivato di me? Non sarebbe stato molto più facile scegliere la strada più “semplice” ed accomodarsi per chiedere uno dei tanti reclamizzati e universalmente conosciuti panini della catena McDonald?

Essere consapevoli che nutrire non significa ingozzare; sapere che la biodiversità è l’unica strada per salvare il pianeta; capire che il frutto del lavoro dei contadini è quello che alimenta davvero la stragrande maggioranza della popolazione mondiale (che vive infatti ai limiti della sussistenza), è l’esatto contrario di ciò che viene quotidianamente affermato attraverso le comunicazioni mediatiche, dalla stampa e soprattutto con la spregiudicata e diffusa pubblicità sui prodotti alimentari e dalla quale (pubblicità) difficilmente il lettore comune e soprattutto i bambini riescono efficacemente a difendersi.

Vi racconto un episodio da me vissuto tanti anni fa a Milano, ad una Festa de l’Unità (all’epoca esisteva ancora l’Unità, ed anche il Pci), mio figlio ancora piccolo, mi chiese un panino di McDonald. Io cercai di spigargli un po’ di cose, ma, dietro l’insistenza del bambino e per essere “politicamente corretto” (all’epoca si usava ancora) gli comprai, con molti dubbi, uno di questi benedetti panini. Non potete immaginare la mia soddisfazione quando, dopo soli due morsi, il bambino mi restituì il panino con un gesto di disgusto. Per la felicità andai con la mia famiglia a gratificarmi con un pranzo al “Porcino malefico”, un buon ristorante di cucina milanese a base di funghi!

E qui parliamo di un episodio che risale a trenta anni fa, quando ancora non si sviluppava l’incessante battage pubblicitario di questa catena di cibarie, né era così diffusa e ramificata la presenza sul territorio. Immaginate ora, con la diffusa e continua pubblicità di alimenti gradevoli e accattivanti che occhieggiano dai diversi media e che confondono figli e famiglie. Vedere oggi la pubblicità e la rutilante presenza di numerosi padiglioni lungo viali e piazze dell’Expo, non può costituire un incentivo ad un serio programma di “Nutrire il pianeta”.

La conclamata affermazione della libertà di mercato, la ottusa ricerca di “occasioni” per gli affari, l’ipocrita sceneggiata della messa in vetrina delle eccellenze italiane, si piega agli interessi più biechi e meschini di queste presenze.

E tutto questo mette da parte, nasconde, evade, una riflessione sulle conseguenze ed anche sui costi sociali di questo tipo di scelta e questo tipo di alimentazione. Ipocritamente si parla di obesità e in particolare della obesità infantile, con tutte le conseguenze che ne derivano per la salute dei cittadini e per le casse dello stato (i costi della spesa sanitaria sono conseguenti, ovviamente, a quelli della salute). Ma quando si tratta di connettere l’effetto (la cattiva alimentazione) con le cause (le strategie delle imprese alimentari), il nesso viene sottaciuto, eluso, evitato e, al contrario grande spazio e rilievo viene dato proprio ai responsabili di quei danni e di quei problemi.

Su questo argomento e sulla colpevole responsabilità delle multinazionali che partecipano a questo mega evento di livello mondiale esiste una ampia pubblicistica. Riporto qui solo due link, rispetto ai tanti interventi che ho potuto leggere su questo tema: http://www.ilfattoalimentare.it/multinazionali-salute-sovrappeso.html; http://www.by-business.com/news/loms-contro-lobesita-infantile-regolamentare-le-pubblicita-sui-cibi-pericolosi/, (quest’ultimo si riferisce agli studi e alle raccomandazioni dell’Oms).

In questo contesto la responsabilità degli organizzatori della vetrina milanese mi pare assai evidente e colpevole nel dare spazio, rilevanza, significato e presenza alle principali multinazionali del settore.

(1 – continua)

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