Expo, Il cibo – 2

Nella prima parte di questo scritto, ho ampiamente ribadito e motivato la mia opinione: le multinazionali vengono a Expo per nutrire loro stesse, non il Pianeta. Expo ospita le stesse multinazionali che stanno rovinando la nostra alimentazione, portando malnutrizione e malattie attraverso ingredienti di sintesi e Ogm, cibo spazzatura e alimenti trasformati.

Come è stato detto con una efficace battuta: “E’ come se Erode fosse testimonial dell’Unicef”.

Solo una considerazione aggiungo, prima di affrontare le questioni relative alle “catene” nazionali dell’alimentazione. Mi riferisco ai gravi pericoli insiti nella trattativa per la firma del TTIP (Transatlantic Trade and Investiment Partnership) in corso tra Unione Europea e Usa. Questo Trattato è oggetto di incontri e di trattative da oltre un anno; tuttavia se ne conoscono poco i contenuti perché, per molto tempo, essi sono stati tenuti segreti e secretati. Solo da poco si comincia a capire cosa si nasconda realmente sotto la dicitura asettica di eliminare le barriere non tariffarie: si apre la strada ad una ulteriore (e pericolosissima) fase di “liberalizzazione” del mercato, che in realtà prevede l’eliminazione di ogni laccio e limite per la commercializzazione di prodotti, beni e servizi tra le due sponde dell’Atlantico.

E’ evidente la traduzione pratica di questo concetto: non esisterà alcun limite alla vendita e alla distribuzione di prodotti e generi vari di diverso tipo e settore, ovviamente e soprattutto da parte delle multinazionali, le quali vedranno eliminate tutte le barriere che oggi ostacolano l’immissione sul mercato (soprattutto europeo) di prodotti che attualmente non possono essere commercializzate per i “vincoli” esistenti e motivati dal “principio di precauzione” oggi vigente in europa.

Largo spazio quindi al pollo al cloro e alle bistecche agli ormoni! (Ma anche spazio per il mercato dei medicinali e quello dell’estrazione petrolifera, etc.).

Facile prevedere che tutto questo si trasformerebbe comunque in un ulteriore colpo alla biodiversità, all’agricoltura in genere, alle economie su scala locale, al reddito di produttori come a quello dei cittadini, nonché in un pesante danno all’ambiente e alle risorse del territorio.

Ma riprendiamo il ragionamento sull’Expo, affrontando le questioni relative alla presenza di catene e strutture nazionali legate al cibo, alla sua commercializzazione finale e alla presenza e diffusione sul territorio nazionale.

Esempio emblematico, assurto alle cronache per la “vicinanza” politica con l’attuale capo del governo, Oscar Farinetti e il suo Eataly.

Leggo che nello spazio dell’Expo ci saranno ben 16 ristoranti con questo marchio, ognuno dedicato ad una regione italiana (a spiegare la differenza con il numero delle regioni, e che, guarda caso, per il mezzogiorno alcune regioni sono accorpate, amche se profondamente diverse come ad esempio sicilia e sardegna).

Ma il punto su cui mi preme intervenire è quello relativo ad una delle “perle” più interessanti che ho letto circa i ragionamenti, a volte estemporanei, a volte semplicemente riempiti di numeri e di notizie sbagliate fatte dal patron di questa catena. (Per chi volesse approfondire: http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/11770924/Eataly–il-patron-Oscar-Farinetti.html)

Un concetto che si estrapola dai suoi ragionamenti per spiegare il proprio successo, il successo della sua iniziativa commerciale e, per converso, delle difficoltà sempre crescenti di contadini e produttori agricoli, succubi di una filiera che li vede sempre più marginali rispetto al ruolo delle strutture di trasformazione e di commercializzazione, oltre che dipendenti sul mercato dai monopoli delle sementi e dei servizi all’agricoltura, sarebbe che questi (i contadini) sono “privi di una narrazione” (il termine è diventato, purtroppo ormai persino troppo abusato).

Vorrei notare che a mio modesto avviso i contadini non sono privi di una narrazione, bensì ne siano stati privati progressivamente dall’incredibile peso scaricato su di loro dai potenti soggetti che ho prima indicato e che si sono impossessati della scena economica e produttiva del settore agro-alimentare.

Su questo specifico argomento (quello della filiera agro-alimentare) intendo tornare con uno specifico scritto.

Voglio invece proseguire il ragionamento sulla privazione, e cercare di contestualizzare la condizione in cui operano quei contadini che cercano di costruire (o costruirsi) una alternativa alla loro attuale condizione. Sono da tempo amico di una famiglia (contadini da generazioni) della mia stessa generazione, che hanno tentato per anni di ricercare alternative alla condizioni di semplici “coltivatori della terra”. Hanno tentato di partecipare ad attività produttive di trasformazione animale, si sono misurate con il biologico, hanno tentato di realizzare piccole strutture di trasformazione.

La condizione in cui operano oggi è quella di una defaticante ed instancabile attività fatta da lavoro giornaliero nei campi e lunghi fine settimana dedicati alla ricerca di uno sbocco commerciale dei propri prodotti trasformati in azienda (vino, pelati, salsa, conserve). Un doppio, anzi triplo lavoro, suddiviso in attività di lavorazione della terra, trasformazione e infine commercializzazione; una attività frenetica e faticosa che non conosce soste.

Dimensioni di una alternativa possibile alle logiche delle multinazionali e dei grandi gruppi ma che trovano poco spazio all’interno della rutilante vetrina dell’Expo milanese.

Non a caso una significativa iniziativa è stata supportata dalle compagne e dai compagni della rete Attitudine No Expo di Milano che nella giornata del 2 maggio hanno dato vita ad una simpatica iniziativa con la partecipazione di Hugo Blanco leader delle lotte contadine del Perù (ovviamente il fatto non è stato minimamente coperto dalla rete mediatica, occupata ad interessarsi delle note “vicende” del giorno prima e a correre dietro alla strumentale opposizione tra quelli che ripuliscono e quelli che distruggono).

Con la partecipazione di “Genuino Clandestino” un gruppo che da tempo opera a costituire una rete di produttori agricoli, è stato organizzato un “pranzo sociale” proprio nei pressi di una delle sedi di Eataly, contestando le forme organizzative e distributive sia di questa azienda che delle logiche portate avanti da Expo. Una alternativa possibile e credibile che restituisca voce e ruolo ai contadini, ai consumatori, ai cittadini.

Obbiettivo non semplice, come ho già avuto modo di precisare in questo scritto, ma assolutamente necessario per ricostruire un modello di consumo critico che riesca a liberarsi dalle favole raccontate dalle multinazionali e dai racconti patinati delle grandi monopoli dell’alimentazione.

E’ auspicabile, anche se ne conosco bene le difficoltà pratiche e concrete, il raggiungimento di un obbiettivo di questo genere che si dovrebbe fondare sulla realizzazione di una ampia e sviluppata rete di produttori che abbiano come obbiettivo l’auto organizzazione, la realizzazione di una rete solidale e di mutuo soccorso, l’obbiettivo di riprendere nelle loro mani la possibilità di una struttura distributiva equa e “democratica” fondata sui bisogni e le necessità e non sul controllo diseguale dei mezzi di produzione, delle sementi e della rete distributiva.

L’Expo offre tutto ciò? Non credo proprio!

(Fine)

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