Il Partito

Non molto tempo fa, Luciana Castellina, che rimane un mio fondamentale Punto di Riferimento, commentava alcuni aspetti della vita sociale e politica italiana, prospettando alcune proposte (“il Manifesto”, 7 aprile 2015).

Illustrando le ragioni che l’hanno spinta ad accettare, in forma indipendente, la partecipazione agli organismi dirigenti di Sel, al fine di “(…) rendere più solido, all’interno dello stesso partito, il ponte verso l’esterno”, affronta alcuni nodi cruciali della costruzione del consenso.

“Il capitalismo avanzato non unifica ma disarticola il corpo sociale in figure contrapposte e rende sempre più difficile l’affermazione di una coscienza alternativa, anche perché questa è sempre meno semplice soddisfazione di bisogni immediati ma richiede, per soddisfarli, un progetto di trasformazione del modo stesso di produrre, di consumare, e dunque degli stessi bisogni e valori. La mediazione politica e culturale è dunque sempre più, e non meno, necessaria; e va operata ad un livello sempre più alto. La degenerazione oligarchica dei partiti nasce dal fatto che da tempo gli stessi partiti di massa non sono stati in grado di rappresentare questa soggettività organizzata, questo – direbbe Gramsci – “intellettuale collettivo”, in grado di compiere una simile mediazione.” (cit.)

L’analisi, ancorchè stringata, mi sembra estremamente lucida.

La questione su cui io personalmente, con tutti i limiti delle mie capacità, continuo ad interrogarmi è, non tanto e non solo se si possa costruire/costituire un tale soggetto per affrontare i nodi fondamentali di come si è determinata oggi “la contraddizione fondamentale”, ma se la forma stessa di partito possa essere lo strumento utile ed efficace per un tale obbiettivo.

Ho scritto molto in questi ultimi mesi circa questo argomento, la forma di partito, il suo progressivo “esaurirsi”, gli elementi di crisi, le degenerazioni, il suo ormai scarsissimo livello di rappresentanza. Stralci di riflessioni li potete trovare ripresi e variamente considerati in numerosi scritti del mio blog (da https://michelecasa.wordpress.com/2014/12/05/sinistra/, a https://michelecasa.wordpress.com/2015/03/20/il-corvo-1a-parte/, https://michelecasa.wordpress.com/2015/03/20/il-corvo-2a-parte/, e, da ultimo https://michelecasa.wordpress.com/2015/05/10/sinistra-2/).

Aspetti specifici su questo argomento ho trattato anche in altri scritti relativi ad aspetti più particolari e settoriali, in qualche caso tentando anche di affacciare modeste proposte (vedi https://michelecasa.wordpress.com/2015/05/09/democrazie/, ma anche https://michelecasa.wordpress.com/2015/04/29/europacostituzione-1a-parte/, https://michelecasa.wordpress.com/2015/04/29/europacostituzione-2a-parte/).

In questo scritto voglio tentare di delineare alcune questioni che mi sembrano assai importanti per cercare di capire se e come sia possibile realizzare scelte ed organizzazioni di tipo nuovo, funzionali alla situazione data, al fine di costruire il consenso.

Se da un lato è vero che un gruppo sempre più numeroso di cittadini rifiuta la pratica della mediazione e della  delega nelle forme tradizionalmente conosciute, è altrettanto vero che sceglie di organizzarsi in forme diverse, nuove ed originali, chiedendo e pretendendo un ascolto da parte delle istituzioni.

Sul primo versante (quello del rifiuto della delega), è facile portare esempi, a cominciare dalla progressiva erosione della partecipazione al voto da parte di gruppi sempre più numerosi e consistenti di cittadini che non riescono a riconoscersi in nessuna formazione che si presenti alle competizioni elettorali, avendo queste, assai spesso, misconosciuto promesse e programmi elettorali ed avendo compiuto atti che sono spesso in contraddizione palese con le aspirazioni e i “desiderata” del medesimo elettorato.

Negli ultimi tempi, poi, una gestione sempre più personalistica ed oligarchica, distruggendo totalmente quelle che erano le strutture organizzate dei tradizionali partiti, al fine di potersi affermare secondo processi altamente autoreferenziali, ha determinato l’allontanamento ulteriore di simpatizzanti e militanti che non partecipano più alla definizione e alla determinazione delle scelte e dei programmi dei medesimi partiti. Un vero e proprio corto circuito, aiutato e fatalmente sostenuto da una involuzione delle pratiche e degli strumenti mediatici volti a privilegiare singoli individui, piuttosto che programmi e progetti collettivi.

Da questo complesso dipanarsi, e dalle concomitante azioni determinate dalle scelte dettate dagli epigoni del capitalismo finanziario dominante, sono scaturiti “prodotti” quali Berlusconi prima e Renzi oggi.

Pensare di considerare tutto questo come una semplice parentesi, e tornare a ciò che c’era prima, mi pare un obbiettivo semplicistico e comunque assai impervio. Anche perché nel frattempo, altre forme organizzate ed altre scelte hanno preso piede e si sono affermate in modo alternativo alle precedenti forme di mediazione del consenso.

Qui veniamo infatti al secondo versante e cioè delle nuove forme organizzate di discussione e di partecipazione.

Che la società civile (o comunque parte di essa) si sia profondamente modificata ed abbia scelto strade nuove ed originali, mi pare un fatto indubbio, basti pensare ad uno degli aspetti del Movimento cinque stelle, che ha scelto proprio la forma del non-partito, del rifiuto dei tradizionali strumenti mediatici (televisione, stampa), ed ha ottenuto un incredibile successo (purtroppo assai male utilizzato) anche sul rifiuto dello strumento stesso della forma partito.

E non mi pare cosa da poco. Tuttavia una parte significativa di cittadini, ha scelto di “spostare” la propria partecipazione e la propria militanza, in altre organizzazioni, conservando un profilo di “militanza”, spostato su altre tematiche e altri campi.

Bisogna riconoscere che sono state le donne le prime ad organizzarsi secondo un più originale modo di pensare e di strutturarsi in forme specifiche; oggi organizzazioni, circoli, associazioni di vario genere, coniugate “al femminile” sono presenze consolidate ed affermate anche con significativa continuità temporale, in tutto il territorio, nelle grandi città e nei piccoli centri.

Cosa dire dei vari Comitati che si oppongono allo scempio del territorio e dell’ambiente perpetrato e propugnato dalle scelte scellerate dettate dallo SbloccaItalia, un provvedimento che contrasta gravemente con le espressioni della rappresentanza democratica dei territori (comuni e regioni) e con gli interessi dei cittadini. Dai No Tav della Valsusa, una lunga teoria di No si è dipanata lungo lo stivale, legandosi a questioni e scelte territoriali dettate di volta in volta dalla opposizione a Grandi Opere, alle trivellazioni selvagge, a discariche incontrollate, a perforazioni marittime, etc. etc.

E, lo dico non per mera propaganda, ma ai fini del ragionamento che sto cercando di sviluppare, ognuno di questi gruppi, circoli, comitati, si è impegnato non solo in un attento lavoro di critica dell’oggetto cui si opponeva, ma anche in elaborazioni dettagliate, spesso sostenute da studiosi e professionisti, da contrapporre in modo propositivo ed alternativo alle proposte delle istituzioni proponenti. Capaci dunque, di elaborare quella “soggettività organizzata” della quale parlava la Castellina nel brano riportato all’inizio del presente scritto.

Per altro verso, persino i Centri Sociali, che primariamente praticano la pratica del conflitto piuttosto che quella della “partecipazione”, sono andati progressivamente ponendosi, nei fatti, la ricerca di un consenso seppure nelle forme dell’antagonismo militante, aprendosi ai territori, alle esigenze e alle domande del territorio, della zona, del quartiere in cui operano e vivono.

Come altro intendere le pratiche sempre più diffuse, di intervento sulla questioni degli sgomberi, della casa, del reddito o anche di gestione diretta di attività diverse e diffuse di mense sociali e popolari, di attività ludiche, di iniziative culturali, di interventi nel sociale (seppure secondo linee e pratiche diverse tra loro).

Ma anche i gruppi di acquisto solidali, le associazioni che si costituiscono per la gestione di orti collettivi e di orti sociali, le iniziative autonome per la produzione e la vendite di prodotti agricoli “a chilometro zero”, fino alle più organizzate iniziative di Genuino Clandestino, costituiscono soggetti qualificanti in questo panorama che vado delineando, anzi costituiscono addirittura momenti non solo di elaborazione teorica, ma della realizzazione di vere pratiche alternative all’economia dominante, alle sue forme e alle sue articolazioni.

E l’elenco potrebbe continuare con la disamina di tanti e tanti altri esempi di organizzazioni, circoli e associazioni che si organizzano e si articolano “dal basso”. Tutto senza peraltro citare altre organizzazioni più tradizionali quali Arci, Legambiente, Greenpeace, Emergency, Libera e tanti altri.

Per converso tutti i tentativi di costruire un nuovo partito della sinistra nel corso degli ultimi anni, sono miseramente falliti.

Insipienza dei dirigenti? Incapacità organizzative? Personalismi? Individualismi esasperati? Debolezza della proposta politica? Inefficienza delle strutture? Incapacità propositiva?

Probabilmente tutti questi aspetti (ed altri ancora), che andrebbero opportunamente ed analiticamente affrontati ed esaminati.

Ma io penso invece che sia necessario cominciare a pensare, in maniera radicale ad altre forme di organizzazione. Penso proprio che ci sia un problema di strumento, di forme, oltre che di sostanza, di strategia, di programmi.

E quindi non si tratta a mio parere, di costruire una coalizione politica e una coalizione sociale, variamente collegata e seppure in stretto rapporto. Ma si tratta di costruire un soggetto nuovo, intendendo questa parola nel senso di diverso da quello che abbiamo conosciuto durante il “secolo breve”; probabilmente una rete tra associazioni, movimenti, collettivi, gruppi.

In che modo farlo e strutturarlo bisognerà capirlo e deciderlo insieme, seguendo un percorso che non deve essere eccessivamente lungo (data la gravità della situazione economica e sociale); come bisognerà anche decidere e capire come e in quale modo si possa efficacemente intervenire nei e sui processi decisionali; quali forme deve assumere la trasposizione di richieste e rivendicazioni in gestione e direzione della “res pubblica” (intesa nella dimensione più ampia del termine).

Compito difficile, ma non rinviabile.

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