Ancora sul partito

Per trattare di questo argomento, continuando l’approfondimento circa i possibili percorsi costitutivi di una forma di consenso aggregata, oggi, in Italia, partirò questa volta da un pregevole scritto di Lucio Magri (“Il Gramsci di Togliatti”, in La rivista del Manifesto, n.20, settembre 2001, http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/20/20A20010917.html).

Ragionando sull’opera di recupero realizzata da Togliatti sulle elaborazioni gramsciane, Magri, che non può certo essere tacciato di accondiscendenza nei confronti del Partito Comunista, così scrive a proposito della costruzione del “partito nuovo” :  “Non a caso dunque essa produsse in quella fase risultati fecondi. Diede radici profonde e popolari alla democrazia in un paese nel quale la classe dominante non aveva saputo né voluto costruirla e le classi proletarie, che ne erano rimaste sempre escluse, vi reagivano con l’apatia o con il sovversivismo. Fece, per tutta un’epoca, dell’Italia il paese della partecipazione politica più ampia e organizzata, del movimento operaio italiano una forza non solo combattiva ma culturalmente matura, in certi momenti egemone, e di tanta intellettualità, fino ad allora trasformista e codina, una forza di trasformazione democratica e civile. Quella ispirazione ebbe gran parte nel contribuire alla costruzione di un partito di massa capace di partecipare in ogni momento e spesso di dirigere parziali riforme della società e dello Stato – il potere sindacale, i prodromi dello Stato sociale, le istituzioni dell’economia mista, il processo di emancipazione femminile, il meridionalismo – senza smarrire un’autonomia ideale e un connotato di classe, unendo dentro di sé, e trasformando, una pluralità di ceti, di tradizioni, di generazioni. Garantì a questo partito un certo grado di autonomia, via via crescente, rispetto al `paese guida’, senza separarlo da un movimento mondiale ancora espansivo e anzi permettendogli di assumervi una funzione di stimolo per esperienze critiche e innovative anche in molti altri paesi. Permise infine, ma non per ultimo, di sperimentare una forma organizzativa, ancora retta dai princìpi del centralismo democratico ma abbastanza tollerante della ricerca, della discussione, capace di selezionare i quadri migliori e non solo i più fedeli, di riconoscere gradualmente l’autonomia delle organizzazioni di massa.” (cit.)

Bene, siamo convinti e consapevoli che nulla di tutto questo sia rimasto nelle attuali propaggini del Partito Democratico, ma altresì che nulla della declinazione del partito politico, così come lo abbiamo conosciuto dagli inizi del ‘900 ad oggi, sia rimasto nelle rappresentazioni di qualsivoglia formazione politica oggi esistente. Formazioni elitarie, oligarchiche, fortemente centralizzate e persino personalistiche, strutture nelle quali concetti come partecipazione, militanza e costruzione democratica del consenso sono mille miglia lontane dalla loro pratica quotidiana.

La domanda che continuo a pormi e a riproporre è se non solo sia possibile dal punto di vista di una scelta volontaristica (cioè dettata dalla volontà di farlo), ricostruire un simile soggetto, ma se sia oggettivamente possibile e realmente perseguibile, ovvero se non sia da porre all’ordine del giorno la costruzione di uno strumento nuovo ed originale per la costruzione del consenso e quindi per dettare il calendario di una alternativa reale alla attuale condizione di dominanza del capitalismo finanziario e delle sue rappresentanze oligarchiche.

Il punto di partenza, lo stato attuale delle cose, le scelte legislative che vengono percorse ed approvate nel corso degli ultimi mesi, indicano una deriva pericolosa che contraddistingue proprio una rappresentazione nella quale risultano vincenti le logiche di dominio capitalistico con caratteristiche “predatorie” ed assolutistiche, il venir meno di tutte le ragioni di ampie fasce di cittadini (lavoratori e non), pervicacemente perseguiti e indeboliti da scelte che drammaticamente ne danneggiano gli interessi economici e ne disgregano la compattezza sociale.

Le scelte imposte dalle perverse logiche dell’austerità ed abilmente perseguite ed operate dai fidi servitori del governo italiano, totalmente succube di quelle logiche indicano quella che è lo scenario in divenire, anzi nel pieno della sua realizzazione.

Ciò che viene perseguito con lo “SbloccaItalia”, con il “Jobs Act”, con le leggi di “Riforma istituzionale”, con la “Buona Scuola” (tutte accattivanti terminologie che edulcorano in forme e diciture pubblicitarie una ben più negativa realtà totalmente in contrasto con la loro dicitura), è un obbiettivo totalmente in linea con i dettami e le direttive dei poteri forti e dominanti a livello internazionale.

Che vogliono sì una economia e una società diversa, ma totalmente sussunta ai loro dettami e alle loro leggi sul posto di lavoro, nel mercato del lavoro, nella scuola, sul territorio, nella società. A questo, in definitiva, mirano le cosiddette riforme di Renzi, cominciando da quella parlamentare (ma non certo fermandosi ad essa), che “(…) indebolisce ulteriormente il potere legislativo a vantaggio di un esecutivo che si concentra nelle mani di un capo che comanda da solo.” (l’espressione è di Scalfari, in la Repubblica, 17 maggio 2015, http://www.repubblica.it/politica/2015/05/17/news/chi_comanda_da_solo_piace_a_molti_ma_ferisce_la_democrazia-114537233/).

Non il consenso, ma la competizione; non il governo, ma il comando; non la direzione, ma il dominio.

L’esatto contrario di ciò che delineava Lucio Magri nel suo ragionamento, in particolare nel brano sopra riportato.

Come costruire il consenso in una realtà nella quale la ricerca è proprio quella di evitare il confronto e la discussione? Se il sistema dei partiti garantiva la raccolta di questo consenso, la sua gestione e l’esercizio della mediazione politica a livello parlamentare, la distruzione, l’annullamento, l’annientamento di questo esercizio, l’abolizione stessa del “luogo” fisicamente deputato a questa funzione, non lascia spazi per la ripresa efficace di un ruolo di questo genere.

Come ho affermato in altre occasioni, è mia convinzione che la riforma elettorale metta una pietra tombale sulla realtà, consistenza, efficacia e funzione della stessa struttura dei partiti, riducendoli (e quanto sta accadendo nella attuale competizione elettorale ne è la conferma) a meri “circoli” elettorali al servizio di singoli candidati, o gruppi di potere.

Dunque il sistema dei partiti, viene posto sotto attacco dalle pretese del capitale finanziario, che necessita di esecutivi forti ed autonomi dal confronto democratico, dalla mediazione politica, dalla dialettica delle opinioni, obbiettivo, questo, abilmente perseguito dalle riforme dell’attuale governo.

L’obbiettivo è altresì quello di disarticolare ogni possibilità di aggregazione tra le diverse forze sociali, al fine di rendere impossibile il costituirsi di un disegno fecondo e positivo che sia in grado di costruire una alternativa al disegno dominante, rinfocolando divisioni e frammentazioni sempre maggiori; operando per un sempre maggiore acuirsi delle differenziazioni sociali e culturali, evitando che l’elaborazione teorica si saldi al delinearsi di un progetto realmente alternativo; oscurando il ruolo propulsivo del mondo del lavoro e segmentandolo in sacche di interessi specifici e separate tra loro; offuscare un disegno rinnovatore della società e dell’economia, allontanando ogni possibile spiraglio di aggregazione democratica e progressiva; indebolire persino quello spirito di partecipazione popolare alle istanze di natura politica che hanno arricchito la cultura politica del nostro paese all’indomani della seconda guerra mondiale, e che era tragicamente mancato nei decenni (se non nei secoli) precedenti, determinando le scelte gravi e tragiche del trasformismo politico e successivamente l’avvento del fascismo.

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