Il consenso

Credo di aver ampiamente motivato i miei dubbi circa i limiti che oggi presenterebbe la (ri)costituzione di un partito capace di rispondere alla pesante offensiva dei poteri forti e dalla destrutturazione costante che deriva dall’attacco frontale alla essenza e alle funzioni fondamentali della stessa strutture, organizzazione, articolazione e strategia di un partito politico.

La sua negazione è proprio nella destrutturazione della compagine statale così come si è tentato di realizzarla all’indomani del primo e del secondo dopoguerra (a parte la parentesi fascista), nell’odierno pressante e pesante attacco alla democrazia parlamentare che ha il suo presupposto nell’esistenza dei partiti, nella definizione di una società che vede i suoi presupposti nell’autoritarismo oligarchico di un esecutivo comandato da un capo (che costituisce l’asse fondamentale del progetto renziano di governo della cosa pubblica).

A questo si accompagna il comune discredito verso i partiti, così come si sono involuti progressivamente, trasformandosi in comitati di affari, in consorterie, catalizzando una reazione e un dispregio assai pericoloso verso la politica tout-court che si è polarizzata, nel corso degli ultimi tempi, sostanzialmente in due direzioni.

Da un lato il non voto che ha coinvolto non solo settori tradizionalmente contrari alla partecipazione alle competizioni elettorali (anarchici, antagonisti, dissidenti di vario genere), ma anche settori ampi di elettorato popolare che hanno registrato l’ampliarsi di pratiche di malgoverno e di sottopotere così diffuse, da ricavarne l’impressione di un irreversibile coinvolgimento di soggetti e forze politiche assai diverse tra loro, ma tutte ugualmente coinvolte nello sgretolamento e nella disgregazione della cosa pubblica. In tal modo non solo quanti sono stati direttamente coinvolti (a livello individuale, di consorteria o di partito), hanno subito critica ed ostracismo, ma anche il complesso delle forze politiche stesse sono state accomunate come responsabili in un giudizio complessivamente e genericamente negativo.

A questi si sono aggiunti consistenti frange e persino gruppi di persone (spesso militanti e/o convinti sostenitori, o comunque persone che costituivano una ampia base di consenso), che non sono riusciti più a trovare all’interno dei propri stessi partiti o in formazioni consimili, linee, strategie e politiche adeguate alle proprie aspirazioni e alle proprie esigenze. Persone che si sono sentite tradite da una progressiva trasformazione del proprio partito secondo logiche, scelte e azioni le quali risultavano in contraddizione o comunque differenti da quelle che erano le opzioni precedenti.

Questo secondo gruppo ha negato il consenso ai partiti in misura ancora maggiore di quanti si riconoscono nel primo gruppo, diventando, in più occasioni, sempre maggiormente contigui al primo, e a volte partecipando, aderendo, od anche solo simpatizzando con le idee e i disegni di quest’ultimo.

Le altissime percentuali di astensione registratesi nelle ultime elezioni ed i rischi che si paventano nelle prossime scadenze regionali credo confermino il mio ragionamento.

L’altro polo catalizzatore, che ha ricevuto un significativo successo elettorale, registrando punte incredibili di consenso, è stato dato da una formazione populiste che non a caso si è saputa presentare come anti-partito, strutturandosi come movimento (e quindi come non partito), ed avendo come obbiettivo dichiarato (se non unico, fondamentale) l’opposizione alla casta.

Su cosa sia stato e come abbia operato e su quali siano le contraddizioni interne al Movimento Cinque Stelle son corsi fiumi di pagine e scritti diversi e disparati, ma che mi interessano poco ai fini del presente ragionamento.

Cercherò ora di cominciare a ragionare su cosa si costruisce il consenso oggi alle diverse formazioni politiche: consenso che si delinea complessivamente più ristretto che non in precedenza, assume connotazioni fortemente negative a rappresentare poteri e ansie settoriali ed individuali, interessi di gruppi assai ristretti e convergenti su un disegno fortemente centralizzato ed autoritario.

Sicuramente un blocco di interessi padronali direttamente interessati ad un assetto sociale ed istituzionale autoritario e rispondente alle loro esigenze fondate su un costo del lavoro tenuto sotto controllo da leggi che limitano i diritti dei lavoratori, che riducono il potere contrattuale dei sindacati, che contengano fortemente ogni possibilità di migliorare le condizioni di lavoro e quindi garantiscano profitti e guadagni ancora più alti e migliori e soprattutto maggiori e migliori condizioni di remunerazione del capitale.

Si tratta di interessi forti, capaci di spostarsi con facilità da una partito ad un altro (come è evidente nel progressivo trasloco di consensi da Berlusconi a Renzi), capaci di offrire e garantire appoggi sia di carattere diretto (finanziamenti), sia indiretti. Pensate solo per un momento al ruolo che la stampa e più in generale al ruolo dei media, stanno avendo a partire dal caso Berlusconi fino a Renzi. Un ruolo, non mi stancherò di ripeterlo che non informa, non fornisce notizie, non offre elementi di riflessione critica, ma è destinata quasi esclusivamente alla “comunicazione” e alla diffusione delle idee, delle proposte, delle battute del “capo”. Non è certamente l’aspetto più pericolosa della ascesa renziana, ma ne costituisce un valido ed assai importante caposaldo.

Ma parliamo di gruppi che, ancorchè importanti, sono socialmente minoritari ed elettoralmente valgono poco in termini di consenso.

Qui veniamo ad un altro punto: il consenso si è spostato dalla costruzione di una lunga e diuturna fatica di connettere, discutere e dibattere scelte e strategie, compattandole entro una proposta politica, in ricerca di una delega unica, formale e scadenzata dalle diverse tappe elettorali. Non quindi la costruzione preventiva di un consenso, ma la semplice (sic!) richiesta di una delega al capo di un esecutivo (come la modifica della legge elettorale dimostra).

Questo elemento costituisce la base di una fascinazione progressiva di duplice valore. Anzitutto nei confronti di quanti condividono la cultura della delega e della responsabilità del capo, di volta in volta oggetto di richieste, ma anche responsabile delle decisioni, liberando i richiedenti medesimi della responsabilità di partecipare al processo decisionale. Elemento forse antropologico e culturale (ma non credo esclusivamente), quanto soprattutto politico da parte di quanti (e sono molti), non coinvolti da suggestioni di carattere democratico, non stimolati da una cultura e da una pratica partecipativa, non abbracciati da uno stimolante impegno sociale, trovano comodo, facile e diretto l’elemento stesso della pratica della delega.

L’altra fascinazione coinvolge un numeroso gruppo di persone che si sono formate nella scuola dominata dal “pensiero debole”, privo di un forte radicamento nei ragionamenti e nella cultura della complessità, coinvolti dall’ansia del cambiamento, presto e subito, senza essere consapevoli della validazione delle decisioni e delle conseguenze politiche, sociali e materiali delle stesse. Persone e gruppi sociali fatalmente colpiti dall’utilizzo spregiudicato dei media, dei tweet, formati culturalmente dalla forza dei sintetici (e immediati) testi pubblicitari e conquistati dai faciloni messaggi del premier che toccano le corde del senso comune, inducono alla banalità della semplificazione, trascinano nel baratro dell’incultura e della rozza approssimazione.

Non credo che basti; a questo si aggiunge una folta schiera di persone, giovani e non coinvolte dai miti del successo che si può conquistare con le capacità individuali e con il “merito”; dalle logiche che esaltano l’individualismo a scapito della collettività; la singola persona a danno del gruppo sociale; il bisogno del soggetto rispetto all’esigenza della società.

Primi accenni di una riflessione sulla quale spero di tornare ancora.

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