Podemos?

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Il punto interrogativo nel titolo non è chiaramente un dubbio circa la vistosa e significativa affermazione di Podemos e dei suoi alleati nelle recenti elezioni amministrative spagnole. Nemmeno è un dubbio circa la possibilità che questo movimento, costituitosi e forgiatosi nelle lotte di piazza che da alcuni anni segnano la Spagna, possa ulteriormente affermarsi nelle prossime elezioni di novembre.

Il dubbio (in gran parte, ma non del tutto retorico), è se questa strategia di alternativa possa finalmente ed efficacemente arrivare a contrastare, modificandole profondamente e realizzando concrete conquiste, la strategia di inossidabile austerità messa in campo dall’Unione Europea e dagli epigoni della troika.

Da lunedì mattina (25 maggio), le trasmissioni e i media hanno cominciato a battere la grancassa mettendo insieme il voto spagnolo e la dichiarazione del Ministro degli Interni greco che paventa il mancato pagamento di una delle tante scadenze del gravoso debito greco, a favore della copertura del pagamento di stipendi e pensioni.

Il voto popolare in spagna, le decisioni del governo greco si incrociano e si confondono nei ragionamenti di esperti e docenti di economia e di diritto, in una incredibile confusione di ruoli e di parti.

Ed è persino simpatico vedere le facce di gesso di docenti della Bocconi che nelle interviste sciorinano le loro assolute convinzioni e le loro determinate affermazioni circa ciò che gli altri (greci, spagnoli, etc.) dovrebbero fare, mentre altri loro colleghi hanno dimostrato in maniera palmare, allorquando a loro sono stati affidati importanti incarichi di governo, non solo l’incapacità di affrontare i problemi dell’economia alla radice, ma persino di riuscire a gestire in maniera corretta gli affari e le questioni di ordine programmatico e gestionale (vedi l’incredibile pateracchio della cosiddetta riforma pensionistica della coppia Monti-Fornero).

Ora sviluppano, secondo logiche cavillose e procedendo come sospesi sul sottile filo dell’equilibrista, confondono sagacemente economia e politica, affermazioni sulla necessità di serbare i patti con i debitori, ma di non rispondere al mandato popolare; incrociano la necessità di rafforzare le politiche comunitarie con il rispetto totale delle regole democratiche; il tutto senza rendersi conto della contraddizione fondamentale che si trova alla base dei loro ragionamenti.

E la contraddizione, prima ancora di essere nella palmare evidenza della impossibilità di conciliare politiche di austerità con l’esercizio della democrazia, credo che risieda essenzialmente nella incapacità di comprendere il punto drammatico cui siamo ormai arrivati, di vedere l’orlo del precipizio verso il quale stiamo drammaticamente correndo, sospinto da politiche liberiste che sono l’esatto contrario di scelte politiche libertarie e democratiche.

Cosicchè persino il nostro scolaretto distratto (nonché capo del governo in carica), il quale con capacità da pubblicitario inveterato ci ammannisce quotidianamente con le sue rapide ed efficaci battute, con le sue sintetiche affermazioni che colpiscono l’immaginario molto più che la realtà, trova l’occasione per affermare con una impudicizia incredibile, che la politica europea dovrebbe cambiare verso; salvo operare quotidianamente proprio per affermare l’esatto contrario, per definire, decidere ed applicare strategie che colpiscono al cuore la struttura e l’organizzazione dello stato democratico, dell’ordinamento costituzionale, per modificare a vantaggio delle oligarchie finanziarie e del capitale monopolistico le regole che sovraintendono ai rapporti di lavoro, alle relazioni con i livelli di democrazia partecipata (regioni e comuni), ai meccanismi dell’istruzione e infine anche ai rapporti con la magistratura che dovrebbe esercitare il potere di controllo sugli atti legislativi.

Ed invero è qui la vera contraddizione: ne ho parlato a lungo in due scritti pubblicati in rapida successione: la contraddizione vera, reale e profonda tra l’istituzione europea e i suoi Trattati da un lato, e il dettato costituzionale (particolarmente, ma non solo quello italiano).

Chi volesse andare a rileggere quelle note (https://michelecasa.wordpress.com/2015/04/29/europacostituzione-1a-parte/, e https://michelecasa.wordpress.com/2015/04/29/europacostituzione-2a-parte/)  troverà la conferma e l’evidenza di questa contraddizione.

E dunque, il problema sempre più evidente e drammatico che si pone, non è quello (ancorchè significativo ed importante) se pagare il debito con il FMI o le pensioni; se modificare la politica di austerità o rinsaldarne ulteriormente le fatiscenti radici, moltiplicando una situazione debitoria dei singoli stati che mai nessuno (neppure tra dieci generazioni) potrà riuscire a ripagare. Al contrario è quello di stabilire se costruire una europa dei popoli o una europa del capitale, delle banche.

L’Unione Europea ha intrapreso, con il processo di Lisbona del 2000, il pericoloso abbrivio che ci ha portato alla situazione odierna, fatta di crisi, di indebolimento della struttura produttiva, di peggioramento progressivo delle condizioni di vita e di lavoro di ingenti parti della popolazione europea, di continuo inasprimento delle condizioni materiali di una parte sempre crescente di cittadini europei, di appesantimento grave ed irrecuperabile del debito. A queste condizioni hanno portato non, come si vorrebbe in maniera assai facilona far credere, la volontà di vivere al di sopra delle proprie possibilità da parte dei popoli degli stati indebitati, rispetto ai virtuosi abitanti dei paesi con una economia più solida.

Al contrario a questi esiti drammatici ci ha portato il disegno rovinoso di un capitalismo finanziario incapace di reggere la sfida dettata dalla necessità di misurarsi sul terreno dei meccanismi di produzione, della organizzazione della produzione, del suo rinnovamento, di una rigenerazione capace di governare disparità e disfunzioni a livello planetario, di affrontare i nodi del recupero dell’ambiente e degli squilibri territoriali, di dare risposta compiuta ed economicamente valida ai processi di modernizzazione accostandoli a quelli del riequilibrio economico e sociale. La speculazione e l’interesse finanziario hanno prevalso sulla produzione e sulla sua organizzazione in forme originali e moderne; da qui la riproduzione di un meccanismo infernale che conduce progressivamente non solo all’aumento delle disparità sociali, ma alla condanna di milioni di persone (vedi il popolo dei migranti, vedi il crescente numero di vittime delle guerre, vedi l’aumento delle condizioni di sopravvivenza nel terzo mondo) alla fame e alla miseria.

Nel corso di questi anni, il dogma dell’austerità ha portato a trasferire il debito delle banche (accumulato in anni di speculazioni e di interventi poco oculati) agli stati, creando una condizione di intreccio perverso tra obblighi degli stati nei confronti dei creditori e scelte di politica economica a livello nazionale.

Ora questo intreccio perverso deve essere rotto. A mio parere Il disegno, che è tutto politico, di arginare la vittoria della Grecia rafforzando ulteriormente le politiche di austerità (logiche a cui si è prestato e si presta tuttora Renzi, ma anche Hollande e tutta la schiera di inveterati conservatori dei governi europei), viene oggi sconfitto dalla affermazione del movimento in Spagna, che segnala il propagarsi di una volontà alternativa da parte dei cittadini della UE, i quali intendono affermare con forza che l’Europa è sì necessaria, ma a condizione di un totale ribaltamento delle logiche sin qui seguite.

A cominciare dalla ricontrattazione del debito !

Il tempo a disposizione è poco; il recente (del 18 maggio) accorato appello del segretario di Syriza chiede aiuto, sostegno e mobilitazione. Ciò è necessario per il popolo greco, per quello spagnolo, ma anche per noi!

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