“Usque tandem” – Reddito di ..

“Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? Quamdiu etiam furor iste tuus nos eludet? Quem ad finem sese effrenata iactabit audacia?” (“Fino a quando abuserai, Catilina, della nostra pazienza? Per quanto tempo ancora cotesta tua condotta temeraria riuscirà a sfuggirci? A quali estremi oserà spingersi il tuo sfrenato ardire?”).(M.T.Cicerone, “Le Catilinarie”, Rizzoli Editore, Milano, 1979, pag.86, t.a f. pag. 87).

Il presente scritto non è dedicato ad una disamina della complessa questione relativa al reddito di cittadinanza. Essa, oltre ad essere oggetto di una serie di proposte (ivi comprese alcune proposte di legge), è legata ad una discussione teorica di più lontane radici ed abbisogna di una riflessione puntuale ed ampia che intendo rimandare ad altra occasione. Tra le altre cose le proposte in campo sono più d’una e si articolano anche in modo differente tra reddito di cittadinanza, reddito minimo, etc. Tutte proposte che hanno bisogno di una attenta considerazione rispetto alle loro caratteristiche, al loro campo di applicazione, alla loro validità.

Se affronto in questo scritto questo argomento, dunque, è proprio perché, ancora una volta, invece di discutere nel concreto questa/e proposte, il nostro beneamato (si fa per dire) presidente del consiglio, con la sua consueta arroganza che deriva dall’esercizio di un autoritarismo spinto alle più estreme conseguenze e con la cialtroneria tipica di chi è spinto dall’ignoranza (nel senso più letterale del termine) dell’argomento ha affrontato la questione con la consueta “rapidità” ed “effervescenza” del messaggio meta-mediatico che gli è tipico.

E cosi twitta, come se fosse un gioco: “Dobbiamo creare lavoro, non assegni di cittadinanza. Siamo una repubblica democratica fondata su lavoro, non su assistenzialismo”.

Oltre alla forma assai poco corretta, e al riferimento alla costituzione, anche questo incompleto e scorretto, questa risposta denota ancora una volta pressappochismo, scarsa attitudine al confronto delle idee, concezione autoritaria del dibattito politico, scarsa stima dei contraddittori, visone minimalista e riduzionista della realtà e del problema da affrontare.

Ma questa è una costante nell’atteggiamento del nostro (ahimè) presidente del consiglio.

Non si è fatto forse fotografare mentre giocava alla play station, in una dimensione falsamente modernista, nello stesso momento in cui molte altre persone, sicuramente più di lui preoccupate dei destini del nostro paese, seguivano lo spoglio delle schede durante le recenti elezioni regionali?

Ancora una volta ha dato una visione di sé ben lontana dall’auspicato desiderio di vedere uomini cui è affidato (nel bene e nel male) il destino di questo nostro paese, della sua economia, impegnati a perseguire il bene della cosa pubblica e attenti a comprendere lo stato in cui si trovano milioni di persone, variamente interessati e coinvolti nelle difficoltà del momento.

Dallo stato di disagio di centinaia e centinaia di lavoratori dipendenti da aziende in crisi, alla disperazione dei milioni di disoccupati; dalla condizione di precarietà e sfruttamento di tanti giovani a quanti, pur non avendo problemi di reddito, sono costretti a provvedere al sostegno di figli disoccupati ed inoccupati e, a volte, anche delle famiglie che questi ultimi hanno formato; di quanti, pur non avendo affatto problemi materiali di questa portata, ma in ragione di tutto ciò e in mancanza di soluzioni politiche credibili si sono rifiutati di andare a votare (un italiano su due), e di quanti continuano a non intravvedere alcuna alternativa possibile all’incredibile stato di degrado che la politica mostra quotidianamente di aver raggiunto (ivi compresa la vicenda di Mafia Capitale).

Ma tralasciamo la cialtroneria insita in un simile comportamento e veniamo alla questione, nei termini affrontati da Renzi nella sua “esternazione” mattutina dell’altro ieri (credo sia stato il sei di giugno, mi si perdoni l’imprecisione).

Una domanda mi sorge spontanea.

Ma come, il pedante esecutore delle linee programmatiche della Unione Europe in questo caso si è dimenticato dell’ europa, e decide di seguire una via autonoma e differente?

Come mai il veemente parolaio che propugna il cambiamento della politica economica europea, salvo poi non solo applicarne passivamente le ricette, ma addirittura piegando ed inchinando il dettato della Carta Costituzionale del nostro paese ai voleri e ai valori miopi, ottusi ed inefficaci dell’austerità, osa dimenticare i dettami che in questo specifico campo della l’europa stessa?

Per quale ragione un individuo che opera giornalmente per scardinare i presupposti della democrazia costituzionale, dei suoi fondamentali obbiettivi, si erge oggi a paladino (formale) del suo primo e fondamentale articolo per sostenere ciò che per altra strada rinnega quotidianamente, estirpando i diritti dei lavoratori, cementificando l’opposizione parlamentare, distruggendo alla radice la scuola pubblica, asservendo il territorio e la salute dei cittadini alle multinazionali del cemento e del petrolio?

E dimenticando (sempre Renzi), che in tutti i paesi europei (tranne la grecia), esiste un istituto che si richiama al reddito minimo (o di cittadinanza, o di altro istituto similare). E dimenticando, ma solo in questo caso, che dal 2010 esiste una direttiva comunitaria che orienta i paesi dell’unione ad operare in tal senso.

E’ l’assurdo gioco delle tre carte, quello messo in pratica da certi abili “giocatori” napoletani (che però di napoletano non hanno neppure l’anagrafe); carta che vince, carta che perde e, guarda caso, il vincitore è sempre quello che distribuisce le carte e che, con abile gioco di mani, imbroglia l’incauto e ingenuo avventore.

A questo siamo ridotti: un vuoto gergo parolaio capace di nascondere abilmente il trucco, anzi, ed è meglio dirlo, l’imbroglio. Sì l’imbroglio, perché di questo si tratta, non di franco, leale, deciso confronto politico, ma di semplice e vituperato imbroglio, le cui vittime sono e continueranno ad esserlo, i più deboli economicamente, socialmente e culturalmente. Prede e vittime di un sistema che li porta a credere che potrebbero essere i vincitori della carta fortunata, che potrebbero riuscire laddove migliaia di altri loro simili non sono riusciti; il mito tutto nordamericano della possibilità del successo, e per uno che ce la fa, altre migliaia di loro consimili cadranno nell’oblio, nella disperazione, nella privazione.

Una domanda è lecito porsi.

Questi miei scritti sono frutto di un livore determinato dal successo della formula adottata nella pratica politica del presidente del consiglio? Ma di quale successo stiamo parlando? Quello di una politica di destra nella quale non si riconosce più il “vecchio” elettorato di sinistra, lasciato miseramente alla deriva di se stesso; mentre non viene assolutamente riconosciuto dagli elettori di destra che trovano migliore e maggior rifugio nelle parole d’ordine assurde ma rassicuranti di un Salvini?

Invece è vero, purtroppo, che la mia posizione è determinata dalla rabbia nel non riuscire a realizzare, meglio, semplicemente ad ipotizzare, una aggregazione capace di unificare le mille istanze provenienti dal territorio, metterle in rete e riuscire a gestire una proposta alternativa a quella determinata dal disprezzo delle regole democratiche (quelle vere e non quelle formali dettate da un parlamento imbavagliato dal ricatto continuo alle elezioni anticipate e alla conseguente applicazione di una norma che prevede l’indicazione degli eletti nelle liste dei partiti).

Ma avrò modo di tornare su questi argomenti.

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